22/11/2004

Maratona di Firenze: analisi tecnica del percorso

(articolo scritto da Orlando Pizzolato nel mese di novembre 2004)

Il maratoneta che s’allinea alla partenza della maratona di Firenze ha già un bonus sul tempo finale della maratona. Il dislivello tra il punto di partenza, a Piazzale Michelangelo, e quello di arrivo, a Piazza Santa Croce, è di 52 metri: questo favorevole dislivello consente ad un podista un risparmio medio (dipende dalla sua velocità di corsa) di circa 40”. E’ senza dubbio un buon vantaggio avere un avvio praticamente in discesa, ma visto che tale favorevole pendenza è collocata nei primi 5km di corsa, momento in cui l’organismo è in piena efficienza, tale beneficio è marginale se non addirittura “negativo”. La discesa in un tratto iniziale di gara può rappresentare una trappola per il maratoneta poco accorto perché favorisce l’avvio veloce, ancora di più di quanto è già nella realtà. E’ difficile, infatti, resistere alla tentazione di lasciar andare le gambe, ma se affrontata con troppo impeto, una discesa si rivela dannosa per il prosieguo della gara.

L’avvio della corsa avviene da Piazzale Michelangelo e si percorrono i primi due chilometri praticamente in pianura (se non anche leggermente in salita per arrivare ai 106 metri di dislivello), e ciò consente di scaldare le gambe prima di affrontare la ripida discesa. Dal 2° al 4° chilometro la strada scende rapidamente dalla quota di 106 metri a 66, e fino al 5° si prosegue ancora in leggera discesa, fino ai 46 metri del livello della città del Lungarno. E’ appunto in questo tratto iniziale che, a parità di sforzo, si passa al 5° in vantaggio di 40” circa rispetto alla tabella di marcia per una maratona pianeggiante.

Come scritto prima, la discesa in un tratto iniziale di gara può rappresentare una trappola per il maratoneta, ma come si fa a non approfittarne? E’ proprio questa la trappola nella quale cadono i tanti Adamo della maratona, che si fanno tentare dalla situazione. Immagino che ti starai chiedendo cosa ci sia di male ad approfittare della discesa. La conseguenza della corsa in discesa è data dal forte traumatismo che si ripercuote sui muscoli ad ogni appoggio dei piedi a terra. Le forze che si riflettono sui gruppi muscolari sono cinque volte maggiori rispetto al proprio peso corporeo. Considera che, quando corri in pianura, il traumatismo è solamente doppio rispetto al tuo peso. Ad ogni falcata i muscoli si contraggono (accorciandosi) per determinare il movimento di avanzamento, mentre ogni volta che il piede tocca terra essi subiscono un allungamento; sono queste ultime sollecitazioni che prevalgono. Le due forze di senso contrario sollecitano i muscoli, specialmente quelli della parte anteriore delle cosce, causando un traumatismo distruttivo conosciuto come rabdomiolisi.

Ma allora, se non bisogna approfittare della discesa evitando di prendere troppa velocità, bisogna frenare? Nemmeno questa è la soluzione: anche correre rallentando è negativo.

Lo so, ti stai disorientando, ma pazienta un po’ e leggi ancora poche righe per comprendere come affrontare questo particolare tracciato. Per correre al meglio è necessario adottare un’azione di corsa che sia un compromesso tra l’avanzamento e la frenata. In discesa, quando si vuol ridurre la velocità, si tende ad arretrare con il baricentro, assumendo una posizione con le spalle arretrate e stendendo in avanti le gambe. Tale azione di corsa è la migliore per controllare e ridurre la velocità, ma anche la più consona per favorire l’azione di frenata, che è particolarmente accentuata se si entra in contatto con l’asfalto con la parte centrale del tallone e con la punta del piede in posizione verticale, definita a martello. Il contatto del tallone con il terreno contribuisce a ridurre considerevolmente la velocità di corsa, ma ciò determina anche la forte sollecitazione dei muscoli delle cosce, che poco sopra ho descritto.

I maratoneti che riescono a dare il meglio di se stessi su questo tracciato sono quelli dotati di: 1) buona forza muscolare dei quadricipiti 2) buona elasticità muscolare. Tali qualità contribuiscono ad attenuare gli effetti delle forze negative d’impatto, e a sopportarle meglio.

Per affrontare bene la discesa si deve correre con le spalle ed il tronco non troppo arretrati, e con il piede che si muove con un’azione di rullata. Quest’ultimo movimento prevede che il piede entri in contatto con il terreno con la parte esterna del tallone, dopodiché il movimento del piede prosegue con un’azione che è una combinazione tra l’appiattimento e la rotazione. Immagino sia difficile tenere a mente ciò che ho descritto e metterlo in pratica nel corso della maratona, ma è sufficiente evitare di entrare in contatto con il terreno con il “piede a martello”, vale a dire con la punta del piede rivolta verso l’alto.

Per ritornare al tracciato della maratona di Firenze, sulla carta la corsa è senza dubbio veloce, specialmente nella prima parte perché ci sono parecchi rettilinei, ma dal 17° al 20° km una serie di 11 curve ad angolo retto (con addirittura una a gomito poco prima del 20°), fa sì che il ritmo di corsa venga spesso spezzato. E’ necessario quindi non farsi deprimere se le gambe s’induriscono e sembrano essere pesanti, perché può essere appunto la conseguenza dei cambi di direzione. Dal 20° al 35° chilometro la strada è praticamente tutta piatta e pochi (17) sono i cambi di direzione, ma è negli ultimi 7km di corsa che l’insidia delle curve può evidenziare la pericolosità. In poco più di 7km ci sono 18 cambi di direzione, alcuni piuttosto secchi, e siccome in questo frangente le gambe sono già stanche per i chilometri percorsi, è probabile che la perdita di velocità sia significativa, dovuta non solo al cambio di direzione ma anche all’elevata spesa energetica conseguente alla maggior spinta necessaria per riprendere velocità. In definitiva, i circa 40” di bonus per il favorevole dislivello, vengono azzerati nel corso del tracciato, un po’ troppo tortuoso, ma sicuramente fra i più belli.