26/04/2004

Maratona di Trieste: analisi tecnica del percorso

(articolo scritto da Orlando Pizzolato in marzo 2004)

Dallo scorso anno la maratona di Trieste ha cambiato percorso, lasciando la suggestiva strada che saliva lungo la "Costiera". Cinque anni fa, quando mi fu proposto di esprimere un parere tecnico relativo a quel percorso (quello che si dirigeva appunto lungo la strada Costiera), chiesi quale potesse essere l’alternativa a quel tracciato, sicuramente molto bello, ma impegnativo per via dei 90 metri di dislivello che si dovevano superare per arrivare sul punto più elevato della maratona. La risposta fu perentoria: nessuna. Nella mia mente c’era l’eventualità di un percorso a due giri, poiché la salita della Costiera, anche se non particolarmente impegnativa, senza dubbio incideva sul rendimento finale. D’altronde, con la città addossata alla collina, non c’era in effetti spazio per altra soluzione valida: o la Costiera oppure il circuito cittadino.

L’attuale percorso della maratona di Trieste si svolge appunto su due giri, che in occasione del mio primo sopralluogo avevo mentalmente ipotizzato come unica soluzione alternativa. Molti maratoneti storcono il naso quando si tratta di correre una maratona in circuito, perché il fatto di passare due volte in zona arrivo demotiva, ed aggiunge quindi un’ulteriore difficoltà mentale oltre a quella di percorrere tanti chilometri. Su tale aspetto non sono completamente d’accordo perché, se è vero che da un canto ripercorrere le strade già fatte in occasione del primo giro aumenta il disagio dei chilometri che sembrano non passare mai, dall’altro si ha un supporto doppio del pubblico, notoriamente più numeroso nei pressi della partenza e dell’arrivo.

Al di là di tali aspetti, il percorso della maratona di Trieste è un percorso veloce. Il tracciato è completamente piatto visto che si svolge tutto a livello del mare. Ad eccezione del primo tratto del circuito iniziale (che corrisponde anche al tratto iniziale del secondo giro), nel quale ci sono solo alcune curve ad angolo retto, il resto del percorso è molto scorrevole, con lunghi tratti lineari che portano i maratoneti verso Barcolla. Fanno eccezione due curve per giro, che determinano un’inversione del senso di marcia; questi punti non sono di per sé particolarmente sfavorevoli perché, a parte un leggero rallentamento nell’entrare in curva e la conseguente accelerazione di ritmo per riprendere velocità, non presentano situazioni negative.

Può determinare invece un po’ di preoccupazione il giro di boa dell’ultimo giro, perché il cambio di ritmo che si deve sostenere per riprendere velocità può creare qualche problema muscolare. Questa curva a tornante si trova tra il 34° ed il 35° chilometro, e a questo punto della gara le gambe sono notoriamente affaticate, ed il forzato cambio di ritmo può creare qualche problema. Può succedere che le gambe vanno in crisi per il maggior impegno che si deve sostenere per frenare e riprendere velocità, oppure può verificarsi la perdita di sensibilità del ritmo di corsa. Tali aspetti non sono di per sé particolarmente rilevanti quando si verificano in altri momenti della maratona, perché si è in una situazione in cui è più facile reagire. Quando però tale circostanza si verifica nell’ultimo tratto di gara, perdere sicurezza per la mancanza di riferimenti specifici può significare una crisi dalla quale potrebbe essere difficile uscirne.

Come fare per non trovarsi in difficoltà? Innanzitutto è fondamentale essere consapevoli che qualche disagio possa emergere da tale situazione, e quindi è importante non venire presi alla sprovvista. All’approssimarsi della curva, quando mancano 30 metri circa, è preferibile spostarsi verso il lato esterno della strada in maniera da perdere meno velocità (anche se si percorre qualche metro in più), e si deve anche ridurre leggermente l’ampiezza della falcata. Per favorire la decelerazione ed evitare che la frenata gravi tutta sui muscoli delle cosce, è utile abbandonare le braccia lungo il corpo, sia per rilassare i muscoli delle spalle, sia e soprattutto perché servirà per tenere basso il baricentro. Quando s’inizia il cambio di direzione è vantaggioso spostare il busto leggermente in avanti, ed aumentare l’ampiezza del movimento delle braccia. Con le gambe naturalmente stanche per i chilometri già percorsi, è faticoso e più impegnativo rilanciare il ritmo di corsa spingendo maggiormente. Ci si deve invece concentrare sul movimento delle braccia, aumentandone l’ampiezza in maniera da alleggerire il carico delle gambe, perché gli arti superiori funzionano come una specie di volano, ed il loro movimento viene a supporto del lavoro delle gambe. Ad ogni modo, per quanto bene si affronti questo cambio di direzione, c’è da aspettarsi comunque qualche momento di difficoltà, riscontrabile con una maggiore pesantezza muscolare, un aumento della fatica generale, e un’alterazione della respirazione. Il maggior lavoro di braccia e di gambe comporta un incremento del consumo d’ossigeno, e di conseguenza un aumento della respirazione. Sapere che tutto ciò è frutto del cambio di ritmo serve per non trovarsi disorientati dalle difficoltà, in modo da continuare a correre con la concentrazione necessaria per percorrere gli ultimi chilometri, quelli che portano al traguardo in Piazza Unità d’Italia.