19/04/2004

Maratona di Padova: analisi tecnica del percorso

(articolo scritto da Orlando Pizzolato in aprile 2004)

Piatto come un biliardo; questa è in sintesi l’analisi tecnica del percorso che porta i podisti da Vedelago a Padova. Un percorso che può certamente essere definito veloce, sia per il favorevole dislivello tra partenza ed arrivo (33 metri), sia per la linearità delle strade. Sono pochissimi, infatti, i cambiamenti di direzione, ed il tracciato della maratona di Padova è forse quello che ha meno curve di tutti tra i percorsi delle maratone di livello internazionale. Si parte da Vedelago e si punta in direzione di Castelfranco dove si transita all’incirca dopo 10km di corsa. A questo punto la strada piega verso sinistra ed il tracciato prosegue praticamente in un lungo rettilineo che attraversa i paesi di Resana, Loreggia e Camposampiero, dov’è posto il passaggio di metà gara. La sede stradale è ampia e scorrevole, con la presenza nei centri abitati di molto pubblico ben disposto a supportare lo sforzo dei maratoneti, con incoraggianti applausi. Dopo Camposampiero i centri abitati si susseguono ad intervalli piuttosto regolari di 5km: al 25°km si transita per S. Giorgio delle Pertiche, al 30°km per Campodarsego e al 35°km per Cadoneghe. Per entrare in Padova si devono superare un paio di cavalcavia, che vanno affrontati certamente di slancio, ma sempre senza forzare, anche se il traguardo di Prato della Valle è abbastanza vicino.

Con un tracciato così scorrevole è legittimo che ogni maratoneta ambisca a ricercare il miglioramento del proprio primato, ma come per tutte le maratone, la difficoltà nel perseguire questo obiettivo sta nella corretta impostazione di corsa. In ogni distanza di gara è fondamentale dosare bene lo sforzo, e ciò vale ancora di più in maratona, una corsa che richiede molte energie e nella quale un errore di valutazione dell’impegno comporta un esito negativo. Ogni maratoneta, infatti, teme la fatidica crisi: "il muro", così definito perché si ha la sensazione di finire la propria corsa contro una resistenza insuperabile. La crisi è determinata da una concomitanza di fattori, ma il principale è quello dovuto all’esaurimento del glicogeno, una sostanza energetica necessaria per far lavorare i muscoli con ottima efficienza. Le scorte di glicogeno sono limitate nell’organismo, anche quando si cerca di aumentarne il contenuto con specifiche strategie alimentari (dieta dissociata). Per evitare di andare in riserva energetica ed essere costretti a rallentare considerevolmente il ritmo di corsa, è necessario dosare lo sforzo impostando un adeguato ritmo di corsa.

La tattica del maratoneta è di per sé molto semplice, di una banalità estrema da un punto di vista teorico, ma particolarmente difficile da mettere in pratica. Si tratta di percorrere tutta la distanza della maratona ad andatura regolare e costante; facile a dirsi ma, come appena riportato, molto difficile da eseguire. La difficoltà nel seguire correttamente la mia raccomandazione è determinata quasi sempre dalle condizioni psicologiche dell’atleta: l’euforia della competizione e l’ipermotivazione sono le cause principali della mancata applicazione della regola n.1 del maratoneta. Molti podisti, stimolati dall’atmosfera della gara, sottovalutano le difficoltà che si possono incontrare in seguito ad una partenza eccessivamente veloce rispetto al proprio potenziale. Proprio perché i danni di un’errata impostazione tattica si evidenziano dopo un bel po’ di strada, solitamente verso il 30° chilometro, tanti maratoneti si fanno prendere la mano e partono un po’ troppo svelti. Ciò comporta un maggior consumo del glicogeno, e quando le riserve sono vuote, non ci sono santi che aiutino, ed in questo caso neppure il santo a cui è intitolata la maratona patavina.

Non si devono quindi scomodare figure celesti per dare il meglio di sé, ma è necessario fare maggior affidamento su se stessi ed essere consapevoli dei propri limiti: conoscendo il punto oltre il quale non si può andare, diventa semplice fare una buona gara. Per fare un esempio pratico, un maratoneta che vuole arrivare in Prato della Valle in 3h30’, dovrebbe passare a metà gara in 1h45’. Semplice come fare 1 + 1. I maratoneti di alto livello sono abili nel gestire le proprie energie, e a volte sono anche così bravi da percorrere la seconda parte di gara più velocemente rispetto alla prima; una situazione tattica definita come "negative split". A livello amatoriale solo una minima parte è in grado di comportarsi allo stesso modo dei campioni; sono i podisti ben allenati, quelli che percorrono la maratona in meno di tre ore.

E gli altri? Come si devono comportare quelli meno allenati? Per questi ultimi il "negative split" è impossibile da attuare, e molto difficile è mettere in pratica la semplice tattica 1 + 1. Per una carenza di efficienza generale (allenamento, tecnica di corsa, ecc.) la gran parte dei maratoneti tendono a percorrere la seconda mezza maratona più piano rispetto alla prima. Con il passare dei chilometri, un calo di rendimento è fisiologico, ed è quindi necessario tenerne conto per concludere la maratona al meglio delle proprie condizioni e magari con il miglioramento del proprio primato. Il calo di rendimento deve essere contenuto, e non deve invece diventare un pretesto per mettere in pratica il detto "mettere fieno in cascina".

Consapevole del calo di ritmo, che di solito si verifica verso il 25° chilometro, il maratoneta amatore deve prevedere che se vuol percorrere la maratona in 3h30’, non deve transitare ai 21,097 chilometri in 1h45’. Per conseguire la prestazione prevista, il passaggio a metà gara deve essere leggermente più veloce, all’incirca di 1’30"-2’. Con un tale vantaggio rispetto alla tabella teorica di marcia, si arriva ad un compromesso che tiene in considerazione il fisiologico calo di rendimento e la spesa energetica. Passare a metà corsa più velocemente di quanto da me suggerito significherebbe bruciare molte energie, e quelle poche decine di secondi guadagnate verrebbero caramente pagate nei chilometri finali di corsa.

Un altro importante aspetto da considerare nella Maratona di Padova è il clima: in due delle tre edizioni svolte, l’alta temperatura e l’elevato tasso di umidità hanno messo a dura prova la forza mentale degli atleti. Contro questi fattori climatici c’è ben poco da fare se non adottare una tattica prudenziale. Il rendimento fisico è fortemente condizionato dal clima, e nel caso in cui facesse particolarmente caldo, lo scadimento della prestazione può essere valutato nell’ordine di 2-4 minuti.

In definitiva, della maratona è importante avere sempre un po’ di timore, una sorta di rispetto reverenziale per la distanza che si deve percorrere. Ciò dovrebbe bastare per evitare una partenza eccessivamente veloce.