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Per tutti quelli che amano correre

Tutta l'esperienza e la passione di una vita di corsa.
Io apro le strade che gli altri percorrono

gennaio 2011

17/01/2011

Mi amor

Correre al buio sono abituato e quando c’è poca luce le strade sono meno trafficate. Gran parte dei corridori cerca di allenarsi nelle zone in cui le auto sono poche, sia per evitare l’inquinamento sia per ricercare più sicurezza. Spesso mi trovo a procedere senza rispettare la regola di stare vicino al bordo della strada, ma sono sempre attento al sopraggiungere di qualche automobile. Ciò che più mi preoccupa è non vedere per tempo chi procede in bici, e nella mia zona sono davvero tante le persone che vanno al lavoro pedalando. La maggioranza sono extracomunitari di pelle scura, che procedono su biciclette senza fanale. Spesso ci evitiamo all’ultimo istante.
Correre al buio quindi mi preoccupa poco, anche quando non percorro strade che non conosco, come succede quando sono in trasferta.
In vacanza, pur disponendo di tutto il tempo libero che volevo, ho sempre mantenuto l’abitudine di correre appena sveglio. Beh, non è proprio così perché ormai apro gli occhi verso le 5 del mattino, ma non ho voglia di mettermi in strada a quell’ora. In ferie aspettavo di uscire alle 6, sapendo che il sole sorgeva verso le 7, ma con l’aurora che si percepiva già una ventina di minuti prima. Uscire più tardi significava esporsi a temperature maggiori, e per chi come me soffre il caldo, non è piacevole sostenere sforzi rilevanti in condizioni ambientali piuttosto disagevoli.
Ero il primo che usciva dai cancelli del villaggio: le porte erano ancora chiuse e la guardia era quasi sempre addormentata nel suo bugigattolo. Non potevo farci niente ma il cigolio delle porte che aprivo quasi sempre lo destava. Nel percorrere il viale di mezzo chilometro incontravo sempre le solite persone: dapprima alcune guardie notturne, e poco dopo c’erano sempre alcuni ragazzi in attesa del primo bus che li portasse in città. Spesso non li scorgevo perché erano rannicchiati, ma dopo le prime uscite e vista la mia regolarità, avevano preso a salutarmi. Alla fine del rettilineo a volte incontravo una mezza dozzina di militari, o almeno erano in tenuta mimetica ed armati di un piccolo fucile. Quando c’erano si sentivano eccome: parlavano sempre in maniera concitata. A quel punto quasi sempre giravo a destra sia perché la strada mi piaceva di più, sia perché procedendo verso est assistevo alla graduale colorazione del cielo, ma avevo ancora mezz’ora di tempo per affermare che si faceva giorno.
Al secondo chilometro, davanti all’hotel Catalonia, trovavo ogni mattina una persona con la sedia appoggiata al muro e le gambe distese su un'altra. Aveva il volto coperto da un telo che lo riparava dalla forte luce di una lampadina che stava sopra la sua testa. Non credo dormisse perché lì vicino c’era una radio ad alto volume. Ho sempre avuto l’impressione che ascoltasse delle specie di comizi: qualcuno parlava con animosità. Quando ripassavo di lì venti minuti dopo lui non c’era più. Forse era un tassista in attesa di clienti, perché dei due veicoli che erano parcheggiati sullo spiazzo, ne restava solo uno. Procedendo oltre non c’erano più lampioni per quasi un chilometro. L’unico rischio era dato da un paio di grandi pozzanghere che prendevano tutta la carreggiata, ma solo se era piovuto durante la notte. Incrociavo anche un paio di cani randagi, ma non creavano problemi. Una volta erano a guardia di un cantiere edile ora in disuso ed in quell’occasione, dopo aver subito un loro attacco al quale avevo prontamente reagito, sono sempre passato con noncuranza. Per fortuna.
Dopo tre chilometri di corsa s’arriva all’hotel Canoa, che una volta era l’ultimo della strada. Da un paio d’anni è stato però aperto, un chilometro e mezzo più avanti, un altro villaggio e la strada che vi arriva è stata recentemente asfaltata. Era la mia preferita: ampia, in parte illuminata, ma soprattutto deserta (e mi riferisco ai mezzi pubblici), mentre incontravo, o meglio quasi mi scontravo, con una coppia di aironi grigi. Era praticamente impossibile vederli immersi nel buio. Li sentivo appena qualche metro prima di arrivarci, mentre prendevano il volo, e li scorgevo superare la vegetazione. Se non si muovevano rischiavo di passarci ad un metro di distanza senza scorgerli. Arrivato al termine del rettilineo facevo dietrofront, ma sarei potuto proseguire lungo una strada sabbiosa che s’inseriva nel parco dell’Este e potevo correre sul lungomare; però l’appoggio instabile mi preoccupava. Lo scorso anno avevo rimediato un’infiammazione al tendine d’Achille.
Su questo rettilineo d’asfalto ho corso molte prove ripetute ma senza una misurazione. Le correvo a tempo, usando il bip sonoro dell’orologi,o e siccome spesso non lo sentivo perché dentro la vegetazione c’erano numerose piccole rane che emettevano un suono molto simile al cicalino del cronometro, spesso ho corso facendo riferimento ai piloni della luce.
Quando non correvo in questa direzione e procedevo invece nel senso opposto, incontravo più traffico, che per fortuna non era intenso ma aumentava dopo le 7. Se però dovevo fare chilometri mi dirigevo verso il villaggio Casa de Mar: impiegavo mezz’ora per arrivarci.
Una mattina, sempre buia e poco trafficata, avevo notato che davanti a me qualcosa si muoveva. Subito ho capito che si trattava di una persona. Per evitare di spaventarla arrivando da dietro, come sono solito fare sempre in questi casi ad una ventina di metri ho simulato un paio di colpi di tosse. Il ragazzo si è girato verso di me con uno scatto repentino ed assumendo la tipica posa dello spadaccino sulla difesa, mi ha puntato contro il macete. Per meno di un secondo ho temuto la sua reazione, ma poi mi sono rilassato quando si è messo a ridere.
Se dovevo allungare le sedute, percorrevo una bella strada sterrata che s’inoltrava tra una fitta vegetazione, per arrivare ad un parco archeologico. La strada ben tenuta si poteva percorrere anche alla luce della luna, come ho fatto un paio di volte. In un’altra occasione però ci sono andato quando c’era più luce: Ilaria vi aveva trovato un paio di tarantole morte.
Pur partendo assieme io e Ilaria non percorrevamo le stesse strade, anche se spesso c’incrociavamo. Tra i personaggi simpatici delle nostre uscite, e che spesso condividevamo nei commenti, Ilaria ne ha avuto uno particolare. Ogni volta che la incrociava in moto, lui apriva le braccia e a squarciagola le gridava “Mi amor”.


Orlando



Allegati

Commenti

Una persona

L'hai sentita la strizza, però, eh?!!! Meglio lo spavento di un cane, forse!? : )
Ciao
PINO

Public18/01/2011 09:47:26

Idem

leggo le tue lettere e mi rivedo, io quando sono in ferie faccio le stesse cose,ho le stesse senzazioni! Bravo Orlando uno di noi. ciao Walter

Public18/01/2011 17:44:51