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13/10/2012

Il racconto di Valentina - Bolle di sapone

RUNNERS&WRITERS
Anno 1 - numero 40
Sabato 13 ottobre 2012

Bolle di sapone

Avevano tutti lo sguardo che pareva rivolto verso il cielo e sembrava strano guardare quella distesa densa di nubi pingui, malinconiche come un blues stonato e nostalgico, quei cumulonembi dalle fisionomie riconoscibili, oscene o ridicolmente antropomorfe. Eppure quella processione di nasi e di menti obliqui si rivolgeva proprio verso l’alto ma era il funambolo ad attirare l’attenzione di un gruppo di gente assai vasto. Il filo era teso fra due palazzi altissimi, e lui si stava incamminando col bilanciere in mano. Guardarlo, osservare la leggerezza impalpabile dei passi sospesi, quella forza di affrontare il pericolo, quella danza col vuoto, dava un’impressione di potenza, audacia temeraria unita a una grazia mai leziosa. Ecco perché erano così concentrati: guardavano e commentavano e bisbigliavano nonostante le nubi grigie e quella liquida patina appiccicata alle cose e alle insegne dei negozi.
Da quanto tempo non si vedevano spettacoli simili? Nessuna tecnologia né effetto speciale, solo un gioco d’equilibrio che lasciava col fiato sospeso, proprio per la sua arcaica essenzialità. II costume di Pablo spiccava come una piuma scarlatta sul cielo plumbeo, una pennellata di rosso nella cupa bambagia. C’era qualcosa di astratto nelle sue movenze, come in un dipinto surreale: automatismi inconsci tradotti in tratti armonici e fantastici. Ormai gli era sufficiente appena un po’ di concentrazione, il minimo indispensabile per rendersi conto di essere in bilico su un filo. Il resto veniva da sé. L’arte dell’equilibrio era da tempo connaturata nella sua fisicità, così che la mente era libera di vagare, insieme alle nuvole che facevano da sfondo alle ardite evoluzioni.

- Non voglio più vederti.

Quattro parole che rimbalzavano da un capo all’altro della corda. Non il vento, né la minaccia della pioggia e neppure la luce falsa e ingannevole potevano rendere precaria la sua stabilità: solo quelle quattro parole, insistenti e assordanti.

- Non voglio più vederti.

Poteva replicare? Poteva barcamenarsi tra scuse e argomentazioni nel disperato tentativo di trattenerla? Non avrebbe funzionato, non con lei, che conosceva bene i trucchi dell’equilibrista. Per anni Pablo e Ines si erano destreggiati sulla stessa corda, in un perfetto sincronismo di abilità: eleganti acrobazie che trasformavano quel filo in un palcoscenico, il teatro di una danza fluttuante. Un unico respiro, scandito dal ritmo dei movimenti, aerei disegni tracciati da due esseri alieni sulle teste di un pubblico ipnotizzato. Sembravano fatti per vivere sospesi, difficile immaginarli con i piedi per terra. Creature eteree, distaccate dal mondo, racchiuse nella bolla di sapone del loro idillio. La stessa armonia che esprimevano nelle loro esibizioni li accompagnava nel sorseggiare il tè della prima colazione, nel preparare il programma della giornata, nel passeggiare leggero tra i comuni mortali. Deliziosi e dolcissimi per alcuni, scostanti e asociali per altri: consenso e ammirazione oppure irritazione e invidia.

Armi affilate, quelle dell’invidia, affilate e pungenti. Pungenti come gli spilli dei tacchi su cui camminava Yelena - e basta uno spillo per infrangere una bolla di sapone. Ultimo acquisto della compagnia, abile contorsionista e discreta ballerina, Yelena aveva socializzato in fretta con i colleghi. Tranne che con i due piccioncini, che si libravano in una dimensione tutta loro. Non era tanto quel mieloso legame ad irritarla, quanto l’apparire trasparente ai loro occhi. Proprio lei, tutt’altro che parca, non era abituata a passare inosservata e non trovava pace fino a quando non fosse riuscita a squarciare il velo di indifferenza che – raramente, molto raramente – appannava il suo sfarzo. Non tollerava il sorriso anonimo e forzato con il quale Ines rispondeva alle sue osservazioni, e ancora meno poteva sopportare lo sguardo di Pablo, che le scivolava addosso senza lasciare traccia: doveva imporsi a quegli occhi, e per farlo doveva violare il loro ineffabile territorio. Cercare la complicità di Ines, tentare di farsela amica, insistere nel coinvolgerla nelle proprie osservazioni: avvicinando lei, avrebbe catturato anche lui. Più si impegnava in quest’opera di persuasione, più constatava quanto interessante fosse Pablo: notevole esemplare di prestanza ed eleganza, con quel pizzico di malinconica introversione a renderlo particolarmente appetibile.

Una cena di sole donne era uno di quei tradizionali appuntamenti ai quali Ines avrebbe volentieri rinunciato. Ma, come ogni occasione che richiama qualche tradizione, la presenza è un obbligo, più o meno forzato. Così si sentì in dovere di prendere parte al ritrovo tutto al femminile, pur sapendo che avrebbe avuto ben poco da dire. In fondo, uscire dal guscio ogni tanto fa bene, si diceva, cercando l’approvazione di Pablo che, quella sera, la salutò come se avesse dovuto allontanarsi per mesi. Non erano affatto abituati a camminare su strade separate, sempre una e una sola era la corda sulla quale muovevano i loro passi: oltre quella fune, c’era solo il vuoto.
Sprofondato nel divano in compagnia di un libro, Pablo stava per cedere alla stanchezza quando fu scosso dallo squillo del campanello. Che Ines avesse scordato la chiave? Ancora imbambolato nell’aprire l’uscio, fu completamente stordito dal fiero ingresso di Yelena.
Ines, alle prese con una serata che sembrava non finire mai, non si era chiesta perché mancasse proprio l’organizzatrice. Così come non si domandò come mai Pablo fosse già a letto quando lei tornò a casa. Si addormentò tra le sue braccia, come sempre, e come sempre si svegliò per preparare la colazione.
Stupita di trovare Pablo già alzato, lo salutò gioiosa, credendo che avesse in serbo per lei qualche sorpresa. L’intuizione era corretta, ma nessun dono avrebbe potuto essere meno gradito. Più lui cercava di spiegare, meno lei capiva. Yelena che irrompeva a casa loro, una bottiglia di champagne, un profumo stordente. Pablo sbalordito, confuso, ottenebrato. Tutto così banale, tanto banale da sembrare assurdo. Davvero accadevano certe cose? Non poteva essere vero, non a Pablo, non a loro. Lui continuava a parlare e parlare, e lei a scuotere la testa, come per negare una mediocrità che non riusciva a concepire. Si era spaccata la bolla.

- Non voglio più vederti.

Solo quelle quattro parole. Niente grida nè sfoghi, nessun insulto né rimproveri. Solo quattro secche parole.

La corda, tesa alla perfezione, traballava appena, ma il cielo minaccioso rendeva particolarmente ardita l’esibizione. Qualche goccia di pioggia aveva diradato gli spettatori, i restanti seguivano con apprensione le mosse di quel folletto rosso, in attesa del gran finale. Tutto a un tratto, Pablo si sedette sul filo, una gamba a penzoloni, l’altra piegata davanti a sé. Il pubblico, ammutolito, aspettava il balzo dei balzi, un’acrobazia fantasmagorica, esplosiva come l’ultima scarica dei fuochi d’artificio. I secondi trascorrevano lenti, gonfiando i minuti, senza che nulla accadesse. Sempre nella stessa posizione, Pablo rivolse il viso agli astanti. Come se cercasse qualcuno, come se aspettasse che qualcuno arrivasse: un’apparizione, forse, o un miracolo. Ma nessun effetto speciale poteva riportare Ines su quella corda: mancando un appoggio, l’equilibrio diventava precario.

Stasera si chiude qui – sentenziò. Una piroetta, e sparì.

Tutti restarono col naso in alto, a guardare la fune che oscillava. Impiegarono un po’ a rendersi conto che lo spettacolo era finito, e lentamente si allontanarono dalla piazza borbottando, perplessi e delusi.

Lo sfogo improvviso del temporale bagnò ciò che restava dello spettacolo: un filo grigio e vuoto, umido come una lacrima.

altri racconti di Valentina Gualandi: "Racconto d'inverno"

Valentina Gualandi

Valentina Gualandi è nata a Ferrara il 16 gennaio 1969, risiede a S. Giorgio di Piano (BO), è laureata in Filosofia
Società: G.S. GABBI Bologna
Maratone: New York (2002, 2003, 2004, 2005, 2008); Londra (2003), Reggio Emilia (2003, 2007), Carpi (2004); Milano (2005); Venezia (2007); Ravenna (2009, 2011); Firenze (2009).
I primi passi di corsa li mossi nel 1988, durante la preparazione dell’esame di maturità, senza nessun altro obiettivo se non quello di sciogliere le membra anchilosate dal troppo studio. La sgambata mattutina, alle prime luci dell'alba, divenne immediatamente un'irrinunciabile abitudine. Non conoscevo nulla né di tecniche di allenamento né di ritmi né di tempi: correvo e basta.
Fu così fino al 2002 quando, incuriosita da una locandina che pubblicizzava una gara podistica di 25 chilometri, entrai in contatto con un mondo a me sconosciuto: quello delle competizioni, degli allenamenti programmati, della passione agonistica. Di lì a due mesi volai a New York dove corsi, del tutto impreparata, la mia prima maratona. Si era svegliato quello spirito competitivo che credevo non mi appartenesse, iniziai perciò ad allenarmi seriamente, seguendo programmi e partecipando a gare. Sempre più coinvolta e appassionata, e con sempre maggiori soddisfazioni. La più intensa: trovare nella cassetta postale una busta contenente una maglia marcata con un vivace TOP 100, accompagnata da una lettera di congratulazioni a firma di Mary Wittenberg, presidente della Maratona di New York – dove risultai quarta italiana nel 2005.
Diversi problemi fisici hanno in seguito frantumato i miei programmi, ma non le mie ambizioni: ho ancora svariati obiettivi da raggiungere, e non intendo certo demordere.
email: valeguala@gmail.com
web: http://valerunner.blogspot.com/



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