Running Service - Allenamento, tabelle e corsa - Winning Program S.a.S.

Per tutti quelli che amano correre

Tutta l'esperienza e la passione di una vita di corsa.
Io apro le strade che gli altri percorrono

Archivio racconti

24/02/2016

Il racconto di Raffaella - Il panettiere di Altamura

RUNNERS&WRITERS
Anno 5 - numero 144
Mercoledì 24 febbraio 2016

Il panettiere di Altamura

Durante una vacanza, l’incontro casuale con un simpatico vicino di casa ha lanciato la mia fantasia in una corsa all’indietro nel tempo, zigzagando fra segmenti di vita vissuta dai miei famigliari.

Abbiamo viaggiato tutta la notte, percorrendo 1000 kilometri di Italia al buio, con le luci asettiche dell’autostrada ad evidenziare un’unica lingua d’asfalto. Il chiaro del mattino ha reso visibili i primi paesi sul nostro itinerario: centri abitati separati da strade immerse in una natura di terra rossastra, uliveti, masserie, costruzioni basse dal colore chiaro e senza tetti.
Le ragazze si muovono pigramente sul sedile posteriore, non hanno quasi mai dormito, la luce del giorno le coglie ancora piuttosto raggomitolate in posizioni innaturali per riposare, ma sveglie e incuriosite dal nuovo panorama. Tanto tempo fa, quando erano piccole, partivamo sempre per le ferie di notte; ricordo che dormivano per quasi tutto il viaggio, sui sedili della station wagon abbassati, fra giocattoli, giornaletti e carte di merendine sparse in giro. Ora, son cresciute, è già tanto che siano venute in vacanza con i genitori!
A noi è rimasta sempre la ‘fissa’ di guidare di notte e riservare all’Alba l’accoglienza in un nuovo posto, dove scendere dall’auto in cerca del primo caffè con le gambe da sgranchire e la sensazione di avere i sedili appiccicati al sedere.
Il paese che raggiungiamo ha una piazza, una serie di stradine che portano al mare, oleandri a tinte forti e sullo sfondo, alla fine della litoranea, una torre imponente, merlata. A dieci metri dalla spiaggia c’è la casa che ho affittato tramite internet: un piano terra che dà sulla viuzza, all’interno una serie di locali uno in fila all’altro e, in fondo, una scala interna che porta al tetto, o meglio, a una terrazza-tetto dove una meravigliosa vista mare ci lascia piacevolmente di stucco. Abbiamo cominciato a scaricare l’auto, finalmente parcheggiata davanti al nostro appartamento; non siamo i soli appena arrivati, è il 1° agosto, è giorno di cambio. Una famiglia sta trafficando con valigie e borse nella porta accanto, hanno un bambino o due; l’uomo viene verso di noi sorridendo, ci vuole stringere la mano. ”Molto piacere, Andrea”- si presenta-“ siamo appena arrivati anche noi, è il quarto anno che veniamo qui- ci spiega - si sta bene, abbiamo la spiaggia a pochi metri e non bisogna spostare la macchina.”Sono confortata dal fatto che venga qui per il quarto anno di seguito, vuol dire che in questo posto si sta bene! Ci augura un piacevole soggiorno “noi siamo qui accanto”- sottolinea -”ci vediamo”e ritorna alle prese con l’ombrellone e le sdraio da scaricare dal portapacchi dell’auto.
L’ambiente mi è familiare, respiro quest’aria e sono soddisfatta per tutte le cose che faccio qui quotidianamente: mi alzo la mattina, mi verso il caffè in una tazza ed esco sulla spiaggia, lo bevo seduta in riva al mare. Spesso vado a correre all’alba, evitando le ore calde e pregustando all’arrivo la colazione con il cornetto appena sfornato che “l’uomo del pane”, con l’Ape, viene a vendere per le strade del paese. A volte faccio un giro al mercato, mi piace comprare la verdura e la frutta dagli agricoltori che portano in piazza i loro prodotti:porto a casa borse piene e mi sembra che sia tutto profumato e buonissimo; ho cominciato a portar la sedia di cucina sul marciapiede per sedermi fuori e oziare. La moglie di Andrea fa così, quando i bambini le lasciano il tempo: si siede e chiacchiera un po’ con me. Non le chiedo nemmeno come si chiama, mi racconta che questi quindici giorni di ferie le ci volevano, lavora col marito, si alza presto tutti i giorni, ha bisogno di staccare la spina. Poi mi parla dei figli, la maggiore ha undici anni, Sante è il figlio minore: è carino,sembra uscito da una pellicola di Tornatore: ha sette anni, esile, viso minuto, orecchie un po’ a sventola, socievole estroverso; “fin troppo – si preoccupa la madre - attacca discorso con tutti”. Io ascolto, seduta composta sulla sedia di cucina, le gambe stanno ferme, ma la testa intanto corre a ritroso: è il ‘45, guerra finita, una famiglia di sfollati lascia Verona su un camion, con il poco che possiede caricato sotto il telone. E’ un mezzo di fortuna, per raggiungere la Puglia. Il viaggio dura 3 giorni e termina a Bari: ce l’hanno fatta. Un’altra difficoltà li attende: trovare il modo di raggiungere il paese natale di mio nonno, molto più giù di Bari. Con un po’ di fortuna trovano un carro trainato da un cavallo…
Andrea, tutto vestito di bianco, calzoncini e polo, borsello e sandali di cuoio, arriva seguito da Sante: “ciao signora”- mi dice, riportandomi alla realtà - “Ce ne andiamo a passeggiare”. Sante, con un sorriso che gli allarga l’intera faccia, mi fa: “Lo sai che andiamo alle giostre stasera?”. Gli sorrido anch’io, il bimbo è felice, il padre sembra pronto per un torneo di tennis per com’è vestito, se non fosse per i sandali! Dopo una serie di sorrisi incrociati spariscono dalla vista…
Non è ancora buio, vedo in lontananza un carro trainato da un cavallo, mio nonno è più giovane di quanto ricordi, è seduto davanti, col cocchiere; dietro mia nonna e mia mamma stanche e assonnate. Chissà che effetto avrà fatto a mia madre questo nuovo panorama, forse non avrà dormito durante il viaggio, di certo lei non andava in vacanza come le mie ragazze, cambiava vita in quella circostanza, forse il suo era uno stupore di tutt’altro tipo! Arrivano al paese di mattina presto, percorrendo anche tratti a piedi, vicino al carro con la roba. Tra le case basse, senza tetti, tra i muretti che cingono i poderi, mio nonno cerca la sua casa; manca da quando a diciotto anni era partito per il nord. Non ha notizie della sua famiglia da parecchio tempo però, e affronta quella porta chiusa con l’angoscia di non trovarvi più nessuno.
Ho comprato il pane, cotto a legna, grande come una ruota; è durato quasi una settimana, con le ragazze perennemente attente al conteggio delle calorie e la mia pigrizia a tagliare fetta dopo fetta con un coltello non abbastanza affilato; non finiva mai anche se, più di qualche pasto è stato a base di bruschette. In spiaggia Andrea, abbronzatissimo, scruta in lontananza la linea d’orizzonte, dove sembra che il mare finisca “C’è tramontana qui da noi sullo Ionio” -spiega - “contemporaneamente, dall’altra parte, sull’Adriatico, c’è scirocco. E’ sempre così sai?” Le chiacchiere cambiano direzione, come il vento, ora si parla di cibo, piacevole e ricorrente argomento; mentre Andrea e mio marito si scambiano ricette regionali, io arrivo ad interrompere il clima da “cucchiaio d’argento”: “Il pane di qua- brontolo - è talmente duro che ci vorrebbe una sega elettrica per tagliarlo a fette!”
E qui, ahimè, Andrea svela la sua professione: fa il panettiere, ha un forno, non in un posto qualsiasi…ad Altamura, la capitale del pane pugliese! In un flash mi vedo al panificio e collego, Altamura non è propriamente il nome del pane, come ‘michetta’ o ‘zoccoletto’. Oddio, che gaffe, ho appena criticato il pane pugliese proprio con uno dei suoi artefici! Mi sento arrossire sotto l’abbronzatura. “Guarda che il pane d’Altamura è tutto un’altra cosa di questo che vendono qui, - protesta - dovreste proprio assaggiarlo!” Un po’ imbarazzata per l’involontaria figuraccia, lascio i due uomini alle loro fantasie gastronomiche, defilandomi vigliaccamente.
Sulla pesante porta scura c’è un anello di ferro, di quelli che una volta servivano per bussare. Mio nonno, con l’ansia nel cuore, batte più volte quel ferro per chiamare chiunque ci fosse in quella casa. All’interno, dopo momenti di interminabile attesa, un movimento, come di sedia spostata, dà risposta di presenza.
Ancora qualche eterno momento e la porta si apre: lacrime, incredulità, abbracci e sguardi incrociati tra di loro: la famiglia c’è ancora, il destino aveva lasciato una sorella e la mamma. Il padre non c’era più, ma non c’entrava la guerra: una domenica a messa, mentre cantava nel coro, un infarto aveva posto fine alla sua vita. Quella mattina, davanti a quel portone, le loro vite cambiarono: vennero ospitati per pochi mesi lì in paese, successivamente si trasferirono in una città vicina, dove rimasero per 11 anni…
Sono fuori dalle 6 del mattino, animata dai migliori propositi per allenarmi. Le strade sono ancora vuote, non c’è rumore di macchine, niente voci. Mi dirigo verso la fine del paese oltre la piazza con la fontana, voglio andare alla torre merlata e proseguire oltre, lungo la costa. Lasciata la strada, il terreno si fa irregolare, la torre, pochi chilometri più in là, è in riva al mare, c’è scoglio basso attorno; più indietro, dune di sabbia coperte da macchia mediterranea. La mia andatura si fa difficoltosa, devo stare attenta a come metto i piedi,comincia a far caldo e ho sete. Lascio la costa e prendo un viottolo che porta dentro, verso la litoranea. Corro in mezzo ad alberi di ulivo distanziati tra loro da terra rossa, a terreni delimitati da grosse pietre, mi avvicino a una casa bassa circondata da piante, sperando di trovare una fontanella…
Si apre la porta, un’anziana signora vestita di nero ci accoglie sciogliendo interminabili formule di saluto in un mare di vocali strascicate e suoni acuti : ci sono io, bambina, i miei genitori entrambi più giovani, e la signora che ci sta facendo mille feste è la zia di mia madre, quella che una mattina molti anni prima aprì la porta a mio nonno! Rimaniamo a pranzo, ha fatto la pasta in casa.
Niente fontanella, ma ho trovato un posto che mi sembra di aver già visto, mi ricordo che era così la casa di campagna dove mia madre mi ha portato per farmi vedere dove aveva vissuto. Corro avanti, raggiungo di nuovo il paese e subito dopo la spiaggia sotto il mio alloggio. Niente doccia stamattina, mi tolgo le scarpe e, accaldata e vestita come sono, mi butto in mare. Ancora non c’è gente, l’acqua è fresca, limpidissima, sono una cosa sola con questo elemento: mai un allenamento ha avuto un epilogo così gratificante. Mio marito mi raggiunge in spiaggia; mi aggiorna sui suoi discorsi con Andrea. “Quando ripartiamo da qui- mi dice -dobbiamo passare da Altamura; suo cugino, che lavora con lui al forno, ci darà il pane da assaggiare, quello buono, ha garantito”. Ecco, penso tra me, figuriamoci se dobbiamo anche fermarci per strada per intercettare un perfetto sconosciuto e perder tempo per una pagnotta…
Si riparte, purtroppo è arrivato il momento: peccato, tutto questo che mi circonda non mi è nuovo, è aria familiare, la gente è piena di calore; qui c’è un pezzo di storia della mia famiglia, e la respiro dappertutto. Un ultimo bagno in quel mare meraviglioso, e poi si va via! Andrea resta un giorno in più, ferragosto se lo vuole fare in spiaggia, non in viaggio. Ci saluta e ci dà qualche indicazione sulla strada: mentre ci stringe la mano,con l’altra porge un biglietto col numero di cellulare del cugino: “Quando passate per Altamura chiamatelo, che vi porta il pane!” Cose che si dicono, penso.
In macchina, il tempo passa velocemente, ormai c’è voglia di rientro. Ad Altamura un rapido consulto tra noi: telefoniamo, tiriamo dritto, no magari Andrea si offende, che figura, e cosa gli diciamo al cugino? Noi siamo quelli….”Telefoniamo!”
Il cugino di Andrea ci raggiunge in una certa piazza di Altamura dove ci siamo fermati a caso. Arriva dopo una mezz’ora, ancora assonnato dalla siesta post-prandiale di ferragosto. Ci consegna ben 5 sacchetti: 4 ‘ruote’ più 1 di scorta! “Non preoccuparti- mi dice -si conserva per più di una settimana”. “Quanto ti dobbiamo?”- chiedo leggermente imbarazzata -”Niente, regalo di mio cugino” risponde quello! Si congeda velocemente per tornare forse al suo interrotto riposo.
Il pane subito espande in tutto l’abitacolo della macchina il suo profumo, nessuno di noi ha il coraggio di rompere con le mani un pezzo di quelle grandi ruote per assaggiarlo; riusciamo a portarlo a casa intatto e a tagliarlo a pranzo il giorno seguente. Per me non ha solo il sapore e la fragranza del pane, è di più, è il ricordo ancora fresco di una vacanza rilassante e di una corsa a ritroso nel tempo.
Siamo a casa da più di una settimana, la vita quotidiana rende un po’ più distanti e sfocati i momenti vissuti laggiù, in spiaggia, tra le case bianche del paese, i mercatini rionali, le sagre e il karaoke serale; anche l’abbronzatura se ne sta andando: nonostante abbondanti spalmate di crema, le spalle cominciano a spellarsi.
Mio marito entra in cucina e guarda in giro nervosamente: ”Che si mangia oggi?” “Bruschetta”, rispondo sorridendo. Sì, ancora Bruschetta!

altri racconti di Raffaella Rossi: "La maratoneta clandestina"

Raffaella Rossi

Sono Raffaella Rossi, lavoro a Conegliano dove ho una cattedra di scienze motorie e sportive in un istituto superiore cittadino. Mi occupo della preparazione atletica di una società sportiva dilettantisca, la Scuoladimaratona di Vittorio Veneto. Ho curato una raccolta di racconti di autori vari, in un libro "I racconti della scuoladimaratona" uscito nell'agosto del 2011 e scrivo per hobby.



Allegati

Commenti