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07/06/2014

Il racconto di Tommy - Elogio della sconfitta

RUNNERS&WRITERS
Anno 3 - numero 105
Sabato 7 giugno 2014

Elogio della sconfitta

..."Successo" è semplicemente il participio passato del verbo "succedere"...

Alla Juventus F.C. dicono che "vincere non è importante, è l'unica cosa che conta". Una frase che fa scuola, cultura, almeno in Italia, ma non solo, sia calcio o meno. La cultura del successo. Ciò che conta è il risultato finale, la vittoria, e così sia. Senza presunti moralismi, sovrastrutture, illusioni: le scuse, le analisi dettagliate, gli "specchietti estetici" vengono dopo, sono vanto dei perdenti, in fondo, se la meta è vincere, arrivi o non arrivi, vinci o non vinci, sei felice o non lo sei...chi vince è bravo e contento, gli altri no, mentre questi parlano lui gioisce e se la ride, punto. Ed è veramente così per ogni sportivo che si rispetti: si gareggia e si compete per superare gli avversari, o se stessi, dimostrare di essere i migliori, mica per partecipare, con buona pace di De Coubertin. E dei cultori della morale: chi è forte è invidiato, questa la genealogia della morale, e della cultura dell'alibi (gli arbitri, il terreno, il clima, la forma, gli infortuni, lo stile...). E se l'invidia uccide chi la prova, la vittoria aiuta a vincere. Chi guarda gli altri dall'alto, come la strategia nelle tattiche militari, gode di una posizione di vantaggio: si chiama brama, condita nel vincitore dall'autostima, dalla fiducia in se stesso, dalla spinta degli elogi, ma fondamentalmente desiderio, perché l'uomo è un'essere infinitamente desiderante e, si sa, il suo appetito vien mangiando, una fiamma che alimenta se stessa, il desiderio ritorna imponente appena dopo soddisfatto, diciamolo pure come vogliamo, il fatto è che la vittoria accresce la fame, un vincente non è mai sazio di vincere! Eppure lo Sport non è proprio affine al campo militare, e se lì il nemico viene annientato, perché vi sia competizione, invece, c'è bisogno dell'avversario, e di (almeno sulla carta) condizioni paritarie di partenza al netto delle abilità da mostrare poi sul campo, di regole condivise. Ci sarà sempre un vincitore e uno sconfitto. Ma ci sarà sempre, finché c'è competizione, anche il desiderio di vittoria dello sconfitto, la possibilità data al perdente di poter maturare un'autentica cultura della sconfitta, che sia un proprio spazio autonomo di incubazione e crescita, e non semplicemente il lato oscuro della medaglia, la faccia negativa e contraria del successo, che volti le spalle finalmente a invidia e alibi, a chiacchiere vuote. Anche la sconfitta può aiutare a vincere, non solo: anche a godersi la strada che porta alla vittoria, a godersi lo sport, ad accettare l'essere finito che siamo, a superarne i limiti.
Perché, fondamentalmente, "successo" è semplicemente il participio passato del verbo "succedere": il Successo è solo uno stato, semplicemente "successo", già alle spalle, passato, apre subito la strada a un eventuale "successore", qualcun altro che potrà avere "successo"; soprattutto quando ottunde la mente, la annebbia. È un rischio questo insito in lui medesimo: perché la gioia e l'euforia che ne derivano soni stati assoluto (ab-solutus, privo di lacci), sciolti dalle trame reali (la Nike è alata, non mantiene "i piedi per terra"), e quindi spesso di loro dimentiche: sono stati espansivi, colmano e pervadono l'essere che si acquieta in loro, ne è appagato; il dolore e la delusione della sconfitta, al contrario, attorcigliano, piegano su se stessi, sono riflessivi, portano a domandare, a domandarsi; a tastare la strada che porta alla vittoria, a tentarne i sentieri. Lo sportivo non è solo chi vince, ma chi lavora umilmente e duramente per vincere: perché la vittoria non è solo un risultato, un arrivo, un "successo", non è solo una meta, ma fondamentalmente una strada, un percorso. Ecco perché con lo sguardo alla via, e non alla meta, si apre un elogio della sconfitta: essa è molto più formativa del successo, incrina le nostre convinzioni, mette in crisi (krisis, dal greco krino, separare, giudicare, valutare), apre lo spazio della valutazione e del giudizio, e della crescita e maturazione, come l'adolescenza, periodo di crisi per eccellenza, apre la via alla maturità; periodo di rim-pianto, e la sconfitta anch'essa altro non è che un rimpianto, perché mette in luce ciò che si poteva fare meglio, ma riprende anche il pianto per costruire qualcosa di migliore! Ecco perché, allora, spesso "il successo è deformante, rilassa, inganna, ci rende peggiori, ci aiuta ad innamorarci eccessivamente di noi stessi; al contrario, l'in-successo è formativo, ci rende stabili, ci avvicina alle nostre convinzioni, ci fa ritornare ad essere coerenti. Sia chiaro che competiamo per vincere, ed io faccio questo lavoro perché voglio vincere quando competo. Ma se non distinguessi quello che è realmente formativo e quello che è secondario, commetterei un errore enorme" (Marcelo Bielsa). La vittoria per lo sportivo, è affascinante, ammagliante, è l'unica cosa che conta...è la meta...ma la sconfitta è la bellezza del paesaggio attorno, la forza che rimette in cammino, la maturazione del raccolto, è la strada che porta al traguardo!

altri racconti di Tommy Dal Santo: "La musica del respiro"

Tommy Dal Santo

Appassionato da sempre di Sport, laureato in Filosofia con la tesi “La sfida del corpo. Per una Filosofia dello Sport”, specializzando con un master in “Strategie per il Business dello Sport”, credo nella Filosofia dello Sport come interesse alla comprensione, alle strategie e alle soluzioni di problemi del mondo sportivo, in maniera dinamica, olistica e multidisciplinare

http://www.philosophyofsport.net/



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