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13/12/2012

Il racconto di Maurizio - 3

RUNNERS&WRITERS Anno 1 - numero 48 Giovedì 13 dicembre 2012

3

Tre miglia ancora. Il cartello e' chiaro. Che di per sé non sarebbe una grande distanza se non fosse che......
75 miglia e via. Una gara difficile, non impossibile ma impegnativa. Una sfida, per la distanza, il terreno, il clima, tutti fattori tecnici insomma, calcolabili, risolvibili, prevedibili.
Forse non tutti prevedibili in realtà.
Ora, con la testa in ebollizione, le gambe irrigidite dai crampi e un'ansia addosso da fare paura, mi viene da chiedermi la più banale, stupida e scontata delle domande: ma che ci faccio io qui?
Io che vivevo a Milano, Europa, occidente, quello ricco.
Io che stavo tutto il giorno dietro ad uno sportello, ben vestito, compreso nel mio lavoro, maneggiando soldi. Quelli altrui, non rubando, ma solo trasferendo denaro, innocuo e imperturbabile.
Io che la sera mi vestivo in modo improbabile e mi scatenavo nel parco, giocando col cronometro, con gli amici, col buio, con me stesso.
Poi la voglia della sfida, la noia della routine, la certezza di farcela, di essere sicuro di farcela, di dovercela fare......
Alla partenza, sinceramente, mi aspettavo più concorrenti, mi aspettavo qualche nome a dare lustro alla competizione, per poter dire che sì, c'ero anch'io alla gara dove ha vinto lui, il campione, ma in realtà non c'era nessuno di quelli che contano.
Solo tanti come me. Disperati e arrabbiati, annoiati e presuntuosi.
Però era bello lo stesso. Faceva caldo, e solo ora so quanto, e si chiacchierava tra noi senza timori, eravamo tutti uguali, senza ansia da prestazioni, senza sponsor da soddisfare, senza risultati da superare. Arrivare doveva essere l'obiettivo. Doveva....
Quando, il primo giorno, abbiamo visto un concorrente steso ai bordi della pista, tutti abbiamo pensato che avesse avuto un malore, una crisi, un crampo improvviso.
Ma la sera, al campo, quando ci hanno detto che si era beccato quattro coltellate alla schiena, beh, non ci siamo rimasti bene. Se non altro perché non ce lo siamo spiegato e ci siamo pure arrabbiati.
La mattina dopo, la partenza è stata un po' sottotono, ma una votazione notturna aveva deciso che la gara doveva comunque proseguire.
Quando corri in quelle condizioni sei una macchina che deve sopravvivere, concentrata solo su dove stai appoggiando il piede, sul tuo respiro, su quel muscolo che senti si sta contraendo, sulle scarpe che si stanno allentando, sui rumori del bosco, sul tuo sudore, la sete, la fame.
Figurati se vedi quella mano che spunta tra le erbe, chiusa a pugno, contratta, o quella suola, solo la suola, che spunta da una buca. In realtà il tuo occhio è uno scanner che tutto vede e tutto registra ma, in quel momento, decide di selezionare,e quindi non ritiene quello che non è funzionale a quello che stai facendo. Ma resta comunque in memoria.
E infatti, quando la sera le barelle hanno riportato al campo i due atleti, hai subito riconosciuto la mano contratta e la scarpa rovesciata.
A un certo punto continuare a correre è diventato più facile che fermarsi a pensare.
Il terzo giorno, nonostante ce l'aspettassimo tutti, eravamo convinti che saremmo stati più attenti e che nessuno ci avrebbe più sorpreso.
La stanchezza, il sonno che ormai mancava, lo sforzo che toglieva lucidità, non lo so, ma la gente cadeva, spariva lo stesso. Qualcuno neanche veniva più ritrovato e nemmeno ricercato. La sera ne hanno riportato solo quattro. Erano freddi e i volti rappresentavano maschere di paura, o di stupore. Noi, i superstiti, non parlavamo più. Cercavamo di nutrirci e di dormire, per darci forza solo per uscire da quell'incubo.
L'ultimo giorno sulla linea di partenza ci contavamo sulle dita di due mani.
Molti dell'organizzazione erano rientrati, lasciando i più inesperti e sciagurati ad occuparsi di noi.
All'inizio della tappa restavamo vicini, contrariamente a quanto l'ultima tappa avrebbe imposto. Ora ci sarebbe dovuta essere la selezione, la scelta del migliore, la battaglia finale per il traguardo.
Come animali impauriti invece preferivamo il branco, l'umiliazione del gregge, piuttosto di avviarci ad un solitario macello. Ma, dopo un po', qualcuno, come sempre, ha pensato di potercela fare.
E ha scatenato la guerra.
Nel gruppo sicuramente io ero il meno dotato e quindi sono stato facilmente distanziato. Una volta rotto il ghiaccio, i migliori hanno cominciato a procede a balzi nel bosco, come antilopi, scomparendo ben presto alla mia vista.
Tranne riapparirvi ben presto, acconciati in strane fogge, chi riverso sotto un tronco, chi appeso ad un ramo, chi immobile con gli occhi sbarrati e ormai spenti, chi vagante senza una meta.
Tre miglia ancora. Il cartello è rimasto. Forse anch'io sono l'unico rimasto.
Non sarebbe una grande distanza, se non fosse che debbo percorrerla da solo, e che non troverò molta gente al traguardo.
Sempreché ci arrivi o abbia ancora senso arrivarci.

Maurizio Folliero

Maurizio Folliero 1959, bilancia, corro, lo ammetto senza vergogna. E da tempo anche, ma ancora non sono stanco. Oltre i 40 km, oppure in montagna o sulla sabbia, dove volete, ma non obbligatemi.

Corro solo per consumarmi le suole e i pensieri, per immaginarmi di correre, per passarvi vicino. e ascoltare il vostro respiro ansimante mi fa bene.



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Commenti

Tifoso appassionato

Anche a me ascoltare da vicino il respiro ansimante fa bene

Public06/04/2014 23:31:42