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dicembre 2012

13/12/2012

Quando la classe non è acqua

Come avevo indicato nel precedente blog, il mio allenatore non era favorevole ad inserire i pesi durante la preparazione; preferiva invece farmi fare sedute di rafforzamento dei muscoli utilizzando il peso corporeo, e poi degli esercizi di reattività ed elasticità, oltre alla corsa in salita. In quest’ultimo caso, anche parecchia, tanto che in una seduta di lunghissimo di 35 chilometri arrivavo a percorrerne 6-7 di sola salita.
Verso la fine della carriera ho voluto però provare gli effetti dell’allenamento con i pesi, traendone sì qualche beneficio, ma piuttosto limitato perché il rendimento cronometrico non migliorava. Ero però nella parabola discendente della carriera, e di anno in anno perdevo un paio di secondi al chilometro.
Una di queste sedute di pesi l’ho fatta nella palestrina situata sotto le tribune del centro Coni a Tirrenia. Era febbraio, una mattinata fredda, umida ed uggiosa, con una spessa coltre di nuvole che minacciava di scaricare tanta pioggia. Questo clima metteva poca voglia di correre. Avevo così anticipato i compagni di allenamento, sempre piuttosto reticenti a mettersi in moto per andare a correre, andando in palestra poco dopo aver fatto colazione. Visto l’orario - non erano ancora le nove - con sorpresa non ero solo. Era davvero strano trovare altri atleti al lavoro già a quell’ora. Ai raduni di solito si vivono le giornate con rilassatezza, quasi indolenza, perché c’è tutta la giornata per fare le cose.
Questo “andazzo” però mi toglieva energie, ed invece di sentirmi attivo e dinamico, m’impigrivo come un bradipo.
Speravo di avere a disposizione tutta la palestra per me - non solo perché lo spazio era davvero ridotto, ma anche per evitare la scocciatura di togliere e rimettere i pesi dalle macchine e dai bilancieri.
La maglietta tutta sudata di quell’atleta indicava che era al lavoro già da tempo; speravo quindi fosse alla fine della seduta. Tergiversavo un po’ nel mettermi al lavoro, sperando che, dopo la fase di riscaldamento con degli esercizi di allungamento, lasciasse la piccola palestra. Per la poca luce non avevo riconosciuto quel podista al lavoro, sempre in movimento tra le macchine, i bilancieri e a fare esercizi a terra a corpo libero. Mi sembrava un podista conosciuto. Appena entrato l’avevo saluto ma era impegnato a fare dei saltelli con il bilanciere sulle spalle.
Non ero sicuro fosse lui. Non si fermava mai. Non avevo modo di vederlo bene perché, anche se dalle vetrate penetrava della luce, era davvero scarsa e quando lo osservavo controluce, non ne distinguevo i lineamenti. Ma la fisionomia era la sua. Eravamo a pochi metri l’uno dall’altro, ma non avevo la certezza che io fossi lì in palestra con Sebastian Coe.
La sua seduta durò ancora una ventina di minuti, tra respiri ansimanti e sbuffi da sforzo. Lasciò la palestra che io avevo appena iniziato a fare qualche “pesetto”. Per curiosità mi misi al lavoro nella macchina dove aveva finito di lavorare con degli squat. Provai ad alzare il peso, ma non spostai nulla, neppure un centimetro. Controllai il carico. Caspita! Sulle mie spalle gravavano 120 chili.
E seppi più tardi che dopo la seduta di pesi, Seb corse in pista venti prove di 200 metri in 25-27 secondi, fatte con le scarpe da allenamento.


Orlando



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