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23/02/2013

Il racconto di Francesco - Napoli Marathon e la statua del fornaro

RUNNERS&WRITERS
Anno 2 - numero 56
Sabato 23 febbraio 2013

Napoli Marathon e la statua del fornaro

Mi ero documentato sulla piazza Plebiscito. Mi ero proposto di fare attenzione alla monumentalità barocca, alla borbonica regalità, ovvero cogliere quel carattere bizantino mai smesso: straordinarie peculiarità di quella multiforme città che è Napoli. Questo mentre avrei corso la Maratona, l’ultima in ordine cronologico organizzata nel capoluogo. Questo non è stato. I monumenti equestri erano troppo in alto, mi sono distratto e per due volte non ho dato uno sguardo alla Galleria, quando si corre i palazzi sembrano tutti uguali.
La giornata era ottima per correre, fresca e soleggiata. Partiti, lasciati alle spalle il colonnato e il San Carlo, siamo entrati nel “ventre” della città. Dopo i vicoli, le piazze che si aprono improvvise, San Gregorio Armeno e Spaccanapoli, sorpresa!, siamo sbucati sulla lungomare. Qui la luce del sole ci ha agguantati, quasi preso per mano, o meglio per le gambe. Abbiamo goduto dell’aria frizzante che soffiava leggera dal Golfo e del panorama mozzafiato, che si apriva maestoso con la collina di Posillipo da un lato e il Vesuvio innevato dall’altro. Il ritmo era giusto, i chilometri si susseguivano con cronometrica regolarità; in effetti lo scenario stimolava. E proprio sull’emozionante lungomare partenopeo, malgrado la gara stesse entrando in una fase cruciale e malgrado tanto a cui rivolgere lo sguardo, sono stato invece fortemente attratto da una statua. Imponente ma isolata, posta defilato rispetto alla direttrice di marcia … pardon di corsa e collocata in una rotonda protesa verso il mare. Inizialmente pensavo avessi preso una svista, un gioco di forme dovuto al riflesso della luce solare che riverberava sull’acqua, un accidente dovuto ai 13 chilometri orari. Invece no era com’era.
Siccome avevo una maratona da finire, ho fatto appena in tempo a notare che il personaggio rappresentato, posto lì, di fronte al mare, austero, brandisse una pala da fornaio e indossasse una improbabile armatura. Comunque, sebbene la militaria e l’espressione marziale, quello che effettivamente mi ha colpito e ha suscitato la mia curiosità, è stata la sua forma bizzarra e grottesca. Una strana miscellanea di esotico e nostrano, uno sguardo perso verso l’orizzonte e una fisiognomica che rimandava ad un’estetica irreale.
Tornato a casa impaziente ho fatto delle ricerche. Potenza di internet (della quale gli adolescenti di oggi non ne hanno cognizione): sono riuscito a trovare notizie riguardanti la scultura, scoperta in modo rocambolesco e fortunoso tre anni or sono, in una strada del centro storico. Anzi per la precisione sotto la strada. Apertasi improvvisa una voragine, vi rovina dentro una vecchia Fiat 127, con tre anziani a bordo. Come si vede dalle foto pubblicate sul web il posteriore della 127, appena fuori dall’ampio buco, è agganciato al cavo di un carro gru giallo, a sua volta arpionato a un mezzo rosso dei Vigili del fuoco. Di fianco pronta un’ambulanza bianca, gialla e rossa. Tirati fuori il veicolo, oramai inservibile, e gli occupanti, che riportano fortunatamente solo lievi ferite, sotto gli occhi attoniti dei soccorritori, nonché dei numerosi astanti accorsi per l'accaduto, appare la statua: appoggiata su un lato e semi sepolta dai detriti di un antico edificio.
Portata alla luce dopo circa 400 anni, viene affidata alle cure del Centro Restauri Posillipo. Opera pregevole del periodo rococò che fiorì in città nella metà del Seicento, è in condizioni d’uso tali che non richiedono un grosso lavoro ai restauratori del Centro. Il professor Dante Fieschi, direttore dello stesso Istituto, ne ipotizza la realizzazione da parte di Cosimo Fanzago scultore e architetto italiano, che operò soprattutto a Napoli. Una prova della possibile attribuzione all’artista è che nello stesso periodo, durante il quale avrebbe creato la statua, è impegnato nel cantiere della Certosa di San Martino, con il quale si riscontrano diverse analogie artistiche e di metodo. Comunque, se rimane incerto l’autore, il professor Fieschi riesce a dare una identità precisa e sicura alla persona rappresentata.
Trattasi di tale Giuseppe de Marco, mugnaio nonché “fornaro” nella Napoli del 1600. Fatta fortuna con la sua attività di artigiano, tenta di entrare nell’ordine dei cavalieri del Ordine del Toson d'Oro istituito il 10 gennaio 1430 da Filippo III di Borgogna. Dello sfortunato episodio ne parla anche Jacob Burchardt, lo storico di Basilea appassionato dell’Italia del 5-600, nel suo “La civiltà del Rinascimento in Italia”. Difatti sebbene gli accrediti e una lontana discendenza nobiliare, racconta lo studioso svizzero, la richiesta venne respinta con derisione da parte degli esaminanti. Ma verosimilmente il motivo dell’esclusione fu dettato dal timore, da parte dei nobili napoletani, verso una nascente classe borghese sempre più potente, che andava ad insidiare il loro primato. La cosa umiliò in modo tangibile il fornaio, che a spregio di chi l'aveva escluso dalla nobiltà, racconta il Burchardt, come un vero cavaliere vestito in pompa magna fece girò sotto i palazzi reali, in groppa al suo destriero, bardato di tutto punto con finimenti d’oro, comprato appunto per l'occasione.
Causa il travolgente rancore che serbava, lasciò Napoli, andandosene in “esilio volontario” in terra pugliese. Qui aveva acquistato delle proprietà, precisamente alcune tabulae censuariae, come erano stati suddivisi i terreni dal catasto imperiale romano. Ma in conseguenza al catastrofico terremoto del 30 luglio 1627, come si legge in un capitolare di vendita sottoscritto dal Notaro in Lucera Pietro Gallarano, vende ogni proprietà alla Regia Dogana della Mena delle Pecore di Foggia.
Dalla mostra d'oltremare, rimboccato il tunnel, sono di nuovo sulla lungomare, più stanco con il “muro dei trenta chilometri” già da un po’ tra la pancia e i quadricipiti. Quasi provocatoriamente di nuovo la statua! Nessun indizio; una sfida, come se non bastasse quella che già stavo correndo al quarantesimo chilometro e passa.
Comunque dove non arriva internet ci pensa l'amico bibliotecario presso l’Università di Salerno. Mi fornisce preziose indicazioni. Dell’oramai ex fornaro, per un certo periodo, si perdono le tracce. Lo si ritrova anni dopo, in un carteggio del “Magistrato dei Conservatori del Mare” di Genova, dove si apprende, tra annotazioni riguardanti bagagli e vettovaglie, che Giuseppe de Marco si imbarca, come cambusiere capo, su una nave diretta per la Via Marittima Delle Indie. Sono a bordo anche missionari Gesuiti. Forse furono proprio quest’ultimi, tutti appartenenti al Tribunale dell'Astronomia e al servizio di Kangxi, secondo imperatore della dinastia Qing del Regno di Mezzo, a convincere Giuseppe a trasferirsi con loro in Cina. Un fatto curioso si legge sul ”Lettres de quelques missionnaires de la Compagnie de Jésus écrites de la Chine et des Indes orientales”. Si parla dello chef, tale Ioseph, che in visita sulla Wanli changcheng (Grande muraglia di 10.000 Lǐ) incontra un gruppo di soldati greci, arruolati nell’esercito imperiale cinese come emerodromi. Mentre in una glossa dello stesso testo si viene a conoscere che l’imperatore Kangxi conferisce onori al cuoco partenopeo, per la sua cucina e per il dono degli s … (cancellato) … ghetti. La lezione del dono rimane dubbia: è stato fatto o ricevuto dall'Imperatore? Si tratta forse di un miglioramento fatto dal de Marco allo spaghetto cinese? Infatti da qui parte la conosciuta e centennale diatriba se gli spaghetti siano stati inventati dai cinesi e poi importati in Europa, o viceversa.
Le lotte interne alla Cina, come la Rivolta dei Tre Feudatari della Cina Meridionale e la rivolta dei Mongoli Burni del Chakhar, convinsero il mugnaio-fornaio-cambusiere nonché cuoco di corte dell’imperatore Kangxi a tornarsene nella natia Napoli. Ma non senza gli onori conferitegli dall’imperatore, per i servigi a lui resi.
Il 20 gennaio 1659, per il rientro in Europa, sale come passeggero a bordo di un veliero battente bandiera portoghese Aguia Um. Salpò sotto il comando dell'ex viceré Francisco Taggeto, portando a bordo come passeggeri numerosi gentiluomini e cavalieri che facevano ritorno in patria dopo il servizio prestato alla Corona. Dopo una sosta nel porto di Goa giunta nel Golfo di Khambhat (allora Golfo di Cambay), notoriamente pericoloso per le onde di marea, la nave venne presa nei gorghi di una forte marea. La struttura interna della nave fu danneggiata in modo così grave che l'acqua inondò completamente lo scafo. Sebbene l'incessante lavoro alle pompe, a cui si alternarono gentiluomini, fidalgos e semplici marinai, l'Aguia Um non venne tenuta a galla. Vennero persi: il prezioso incenso aromatico di Sumatra, le balle di indaco, le casse di seta e porcellane, e molte merci cinesi rare e preziose. Ma la vita fu salva. Naufrago, approdò sulle rive di Surat, importante porto del Gran Mogol, stremato.
Stremato come quando giunto finalmente al traguardo di una maratona stringendo i denti, ti senti liberato dalla fatica. Ti senti libero per correre la prossima.
Riuscì a riprendere il viaggio di ritorno verso Napoli. Giuntovi mesi dopo, si accorse che la fama lo aveva preceduto. Tant’è vero, appena messo piede sul suolo partenopeo, il viceré Gaspar de Bracamonte y Guzmán terzo Conte di Peñaranda, elevandolo di rango lo nomina Caballero Josè de Marcos Señor de Becker de Virreinato de Primero Oriden de Ejercito di Felipe IV de España Rey de España, Nápoles, Sicilia y Cerdeña y Duque de Milán.
Quindi la statua. Alta quasi quattro metri in materiale lapideo scuro è stata collocata lì dopo lunga e dibattuta discussione da parte di politici, esperti e cittadinanza. I simboli del suo mestiere e lo sguardo rivolto al mare, rappresentano interamente la vita avventurosa e produttiva dell’intraprendente Señor Caballero Josè de Marcos, al secolo Giuseppe de Marco, mugnaio e fornaro nella Napoli del 1600.

Questa giuridicamente sarebbe una contraffazione, perché sono stati alterati e miscelati fatti veri con un altro inventato. Ma siccome stiamo in un ambito “letterario” si può parlare di: invenzione, creazione di fantasia, immaginazione. Tra le cose reali, effettive fonti per la mia ispirazione, ci sono la maratona di Napoli e la statua del “fornaro”, opera quest’ultima del geniale scenografo italiano (pluripremiato, ha vinto tra l’altro tre Oscar, vanta al suo attivo collaborazioni con importanti registi) Dante Ferretti. Notizie dettagliate sulla statua potrete trovarle su: http://www.laboratorionapoletano.com/2012/12/fornaro-di-dante-ferretti-sul-lungomare.html

Francesco Alaia

Francesco ALAIA, 21 febbraio 1962, salernitano, impiegato. Fino all’ottobre del 2008 facevo jogging. Poi la svolta di Bologna: andatovi per correre una 10 km aziendale, più per vacanza che per agonismo, mi sono innamorato del mondo dei runners. Da allora non ho più smesso e, per adesso, ho all’attivo cinque maratone. Grazie all’identico entusiasmo per la corsa, con gli amici nonché compagni “di strada” abbiamo formato lo scorso anno l’Associazione Atletica Arechi Salerno. Ne curo, immeritatamente, il sito societario www.atleticarechi.jimdo.it



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