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13/11/2013

Il racconto di Marco - Una maratona lunga un anno

RUNNERS&WRITERS
Anno 2 - numero 89
Mercoledì 13 novembre 2013

Una maratona lunga un anno

FINE SETTEMBRE 2012: sono oramai mesi che ti stai allenando e, per quelli che sono i tuoi limiti, stai andando molto bene. Le gambe assecondano i tuoi desideri, le tabelle preparate dall’amico Siro vengono ampiamente rispettate ed anzi, a volte, devi mordere il freno. Stavolta, l’obiettivo che ti sei imposto, finire una maratona entro le 4 ore, sembra ampiamente alla portata, ed i “sacrifici” sopportati sembrano avere un senso: le levatacce mattutine d’estate, quando il caldo insopportabile ti impediva di correre la sera, qualche bicchiere di vino o birra in meno, le porzioni di pasta meno abbondanti trovano finalmente un riscontro.
Ma, nello sport come nella vita, a volte gli imprevisti sono dove meno te lo aspetti: un allenamento banale, un ritmo che potresti tenere per ore, una strada dietro casa che conosci a menadito; nulla che possa far pensare ad un agguato della sorte. Eppure, eccola lì, quella maledetta fitta che hai imparato a conoscere negli anni, quel coltello che ti entra nella coscia, e ti dice parole di cui già conosci il significato: riposo, fisioterapista, laser, tecar, ultrasuoni. Significa, soprattutto, cambiare tutti i tuoi obiettivi: non più le 4 ore, ma solo arrivare, sempre che si possa partire. Fosse un’altra gara, staresti già pensando di rinunciarvi; ma a “quella” gara, no, non si può: ci sono già gli aerei e la casa prenotata, persone che viaggeranno con te, soldi spesi e, soprattutto, la volontà di farla, a tutti i costi. “Topo (eh si, Elisa mi chiama così), non puoi cambiare sport ?”. “Roda, ma chi te lo fa fare ?” mi ripetono spesso gli amici. Già, chi?

PRIMI DI NOVEMBRE 2012: hai completato il tuo percorso, la lesione non era così grave e, in qualche maniera, ti hanno rimesso in piedi. Le scarpe da running hanno viaggiato molto poco negli ultimi 40 giorni, ma per fare una maratona come si deve servirebbe ben altro. Siete partiti tu, Siro, Livio e Piera, con i vostri accompagnatori ed ognuno con i suoi obiettivi da raggiungere. Però nei vostri occhi non c’è la gioia, l’eccitazione, la tensione propria di ogni pregara; la vigilia di questa gara è diversa perché, nel frattempo, è arrivato qualcuno che non era stato invitato, qualcosa che non doveva arrivare: è arrivato “Sandy”. Appena scesi dall’aereo, ti rendi conto che correre in quelle condizioni sarebbe una pazzia, costituirebbe un’offesa verso i morti, i feriti, gli sfollati, la città devastata. Infatti, in ritardo, vi avvisano che non si correrà. E’ una decisione logica, seppur tardiva, eppure qualcuno sembra essere più preoccupato di non ricevere l’agognata medaglia che non portare il minimo rispetto verso le vittime della tragedia. Accogli la decisione con favore e, egoisticamente, pensi anche che l’anno prossimo avrai la possibilità di correre al meglio delle tue possibilità. Si, perché decidi immediatamente che ci riproverai nel 2013.

APRILE 2013: i coltelli hanno continuato a farsi sentire, ma gli esami hanno detto che i muscoli delle tue gambe sono a posto. Hai tentato di allenarti al meglio e, nelle distanze medio/brevi, sei anche riuscito ad ottenere dei buoni risultati. Ora, vuoi provare ad allungare i chilometraggi e torni fiducioso sul Lago d’Iseo. La gara sta andando magnificamente, hai trovato un ottimo traino e mantieni senza difficoltà ritmi che fino a qualche mese prima ti sarebbero parsi insostenibili. O, forse, sono insostenibili: infatti, poco dopo la metà gara i coltelli ti fanno capire che, così, non puoi andare avanti.
Ti trascini all’ arrivo; Elisa incrocia il tuo sguardo, e capisce. “Topo, perché non cambi sport?” . Gli amici, con affetto, ti chiedono “Roda, ma chi te lo fa fare?”. Già, chi? Nessuno, in effetti. Il tuo corpo ti sta dicendo che non può (o non vuole) più correre, perlomeno non così spesso. Decidi di assecondare le sue richieste, e ti imponi di passare tutta l’estate senza indossare le scarpe da running.

SETTEMBRE 2013: è passato un anno, ma sembra ieri, in tutti i sensi. Hai provato ad assecondare le richieste del tuo corpo, hai giusto fatto un paio di sgambate montane con l’amico Livio, ma non cambia nulla, se non in peggio. I coltelli ora si divertono a tormentare anche glutei e schiena; radiografie, risonanze magnetiche ed ecografie dicono tutte la stessa cosa: “Lei è a posto”. Sarai forse un malato immaginario? “Topo, cambia sport”. “Roda, ma chi te lo fa fare?”. Persino il medico ti dice: “Marco, non vorrei sembrarle scortese, ma deve cominciare a pensare che ha una certa età, il suo fisico non ha più 20 anni”. Hanno ragione, tutti, ma vuoi fare questa corsa, a tutti i costi. Decidi di centellinare gli allenamenti, le tabelle di Siro servono solo a farti capire la distanza che c’è tra dove sei e dove dovresti essere.

OTTOBRE 2013: manca un mese, e i tuoi allenamenti si sono ridotti alla marcia FIASP della domenica mattina. I coltelli sono sempre lì, e non li senti solo correndo: provi dolore anche quando cammini, quando stai seduto, o sdraiato. A volte, per alzarti dal letto, devi rotolare su te stesso. Livio, Siro, Piera e Paola ti dicono che anche loro sono messi male: ma chi l’ha detto che lo sport fa bene alla salute ? Alle marce, incontri gente con cui correvi senza problemi. Ora, arrivano, ti salutano, ti sorpassano. Stringi un patto con te stesso: l’unico obiettivo sarà quello di arrivare, a qualsiasi costo, con qualsiasi tempo, e dovrai essere soddisfatto di questo.

NOVEMBRE 2013: ci sei, è “IL” giorno. Sei riuscito a combinarne una delle tue anche oggi: troppo difficile regolare la sveglia con fuso orario ed ora legale, e rischi di rimanere appiedato dai tuoi ritardi. Ma, finalmente, si parte: le tue gambe si mettono in moto, e, con loro, i coltelli: devi tenerli a bada per 4 o 5 ore, poi sarà tutto finito.
I primi chilometri li corri sopra una nuvola, poi scendi dal ponte ed entri in un’altra dimensione: centinaia, migliaia, decine di migliaia, centinaia di migliaia di persone che battono le mani, incitano, innalzano cartelli, urlano il tuo nome impresso sulla canotta. Ti guardi attorno, inebetito, estasiato: quelle persone sono lì per te, è del tutto evidente. Qualcuno ha detto loro dei sacrifici che hai fatto per essere lì, e loro ti vogliono ringraziare. Il fatto che Siro, Livio, Paola, Piera ed altri 50.000 runner pensino la stessa cosa per loro, non cambia nulla: in quel momento, quelle persone sono lì per te, e tu non puoi deluderle. I loro incitamenti sono mani che strappano i coltelli dalle gambe, dalla schiena; sono sempre di più, e non smettono mai di urlare, di applaudire. Vorresti ringraziarli uno ad uno, ma ti accontenti di stringere qualche mano, di dare qualche “high five”, di strizzare l’occhio a qualche bimbo.
I chilometri scorrono inesorabili, sei quasi dispiaciuto di non andar più piano per poterti maggiormente godere quello spettacolo. Attorno al 35 km. i coltelli stanno perdendo forza, troppe le mani che li tolgono. Queste, però, non possono far nulla contro i crampi, che sono lì a dirti: “Non azzardarti ad accelerare, ci siamo anche noi”. Li ascolti. Tu e Livio decidete che va bene così: forse poteva andare più forte lui, forse potevi farlo tu, ma avete deciso che questo spettacolo va vissuto assieme, e così sarà.
Entrate al Parco, e siete quasi respinti dal boato che vi investe. Vi guardate attorno come dei bimbi al luna park, sfiniti e felici. Vorreste ringraziare tutti, ed invece sono loro che ringraziano voi.
Cerchi con gli occhi una persona in mezzo a quella folla, la vedi, ti avvicini, un bacio: “Bravo Topo, ce l’hai fatta”; “bravo zio”, ti dice la piccola Lucrezia. Sono le mani che tolgono gli ultimi 2 coltelli, ora sai che nulla ti potrà più fermare. A 50 metri dalla fine, la tua mano sinistra stringe la destra di Livio: 4 braccia si levano al cielo e tagliano il traguardo, poi si abbassano sulle ginocchia, si rialzano e si stringono in un abbraccio. Uno sguardo, una parola: “Grazie”. Non serve altro. Non guardi il tempo, non conta, non oggi.
“Roda, ma chi te lo fa fare ?”. Oggi ho la risposta: un giorno, una città, una corsa: 3 novembre 2013, New York, New York City Marathon.

Marco Rodella

Nato a Vicenza il 20/9/1968, sposato con Elisa. Inizia sin da piccolo a divorare tutti gli sport possibili. Tenta anche, con risultati assai modesti, di praticarne qualcuno (calcio, basket), poi l’età e gli acciacchi lo dirottano verso attività meno “di contatto”, corsa e ciclismo soprattutto. Negli ultimi tempi, sempre seguito dall’amico Siro Pillan, prova anche lo sci nordico ed il nuoto, in vista di qualche possibile triathlon.



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Commenti

marco rodella

che emozione !!!! che grande incredibile emozione !!!! VORREI TANTO PROVARLA ANCH'IO MA NON SO DA CHE PARTE INCOMINCIARE !!!! PATRIZIA

Public13/11/2013 17:09:32

Per cominciare

Mah Patrizia, direi che per cominciare potresti indossare le scarpe e cominciare a correre, se già non lo fai. Il resto vien da se...
Ciao

Public13/11/2013 17:29:02

Scusa

Sono Marco Rodella, non l'avevo detto

Public13/11/2013 17:30:18

runner

grande conosco quelle emozioni ma ricorda che la felicita' del runner sono anche i coltelli ciao grane runner

Public15/11/2013 09:40:15

Ci sono dentro

ciao Marco! Ci sono dentro anche io! Dopo 4 mesi di intensa preparazione un obbiettivo ben preciso e 1 mese prima della gara ecco che i coltelli si fanno sentire. Ed ora, ritrovarsi a cercare di fare almeno qualche km al giorno per tenersi in forma e cercare di affrontare i 42.Che situazione assurda! forse è giusto così,forse non stavo più VIVENDO la corsa. Bò.....forse.Obbiettivo : finire la gara
Ciao!Grazie mille.
Pietro

Poliero Pietro15/11/2013 12:49:11