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13/01/2016

Il racconto di Elio - Fango, sudore e fatica

RUNNERS&WRITERS
Anno 5 - numero 140
Mercoledì 13 gennaio 2016

Fango, sudore e fatica

Il cielo è nuvoloso, grigio, plumbeo, carico di nuvole di pioggia, fa freddo e l’atmosfera è resa ancora più fredda da un vento gelido che soffia a folate. Ci sono pochi spettatori, tutti ben vestiti e incappucciati, qualcuno all’arrivo delle prime gocce ha già aperto l’ombrello per ripararsi, gli spettatori si sono ammucchiati tra di loro, come per ripararsi dalle intemperie di una giornata che sembra più vicina al clima di una isoletta scozzese sperduta dei mari del nord.
Qualche podista sta iniziando il riscaldamento, si fa per dire, vestito di tutto punto, su un percorso che ci si aspetta molto fangoso, scivoloso e pieno di insidie. Lo speaker parla attraverso il megafono, ma le sue parole vengono portate via dal vento, chiama i podisti alla partenza, invitandoli con sollecitudine, pena oscure minacce di squalifica, ma le sue parole sembrano dirette più a se stesso che agli atleti poi, tutto d’incanto, all’ora convenuta, tutti i partecipanti si trovano in gruppo alla partenza. C’è l’appello generale che ci riporta alla mente trascorsi scolastici, ma la bonarietà e l’umanità dei giudici ci fa ben presto dimenticare ogni riferimento.
La corsa campestre, il cross country come lo chiamano gli inglesi, è anche fatica, perchè correre in mezzo al fango, cercare un assetto diverso in ogni tratto del percorso mette a dura prova il carattere e la determinazione di ogni atleta. Ho sentito qualche tecnico affermare che il cross è una palestra di sofferenza, che stimola il temperamento, le qualità volitive dell’atleta. Tutte cose vere, che non necessitano di conferme. Correndo le campestri, pur non esprimendomi al meglio, in questo genere di corsa ho capito la sua utilità, se non la sua necessità, la sua connotazione propedeutica per la corsa su pista, la corsa su strada e la maratona.
Del cross country ho sempre amato l’ambiente in cui si svolge: la natura, correre in mezzo ai campi, saltare i fossi, salire e scendere sulle collinette artificiali dei parchi, sui pendii ripidi degli argini dei fiumi, correre nelle carraie fangose vicino ai filari delle viti, dei peschi, le curve a gomito, i piedi che scivolano, le cadute, il fango che si attacca alle scarpette chiodate, che si appiccica nelle gambe e che schizza in alto, la ricerca della migliore traiettoria per schivare pozzanghere e fango. Pochi sono gli spettatori ai lati del percorso, per lo più tecnici, amici e familiari dei crossisti, perché andare a vedere una campestre significa anche sporcarsi le scarpe, inzupparsi i vestiti.
La campestre è fatta per chi ama la natura, per chi desidera ritrovare il gusto delle emozioni vere che hanno accompagnato la vita dell’uomo, la sua lotta nella natura.
La campestre è fatta per gli atleti forti e determinati, che sanno reagire alle difficoltà e agli imprevisti, in campestre ci vogliono gambe forti per affrontare il fango, elastiche per i cambi di ritmo che il percorso impone. Nella campestre c’è il DNA dell’uomo, questo DNA che l’uomo sembra aver perso o quantomeno annebbiato dalla rivoluzione industriale prima, e ora dall'epoca postmoderna, dove l'elettronica e l'informatica hanno preso il sopravvento.
E' singolare che nelle campestri ci siano pochi premi oppure che siano di entità molto minore, se paragonati ai premi delle gare su strade e delle maratone; anche gli sponsor tendono a latitare, perché danno poca visibilità, eppure quasi tutti i migliori atleti non si sottraggono allo loro fascino, al fascino del contatto forte con la natura!
Nella campestre l’uomo ritrova le sue origini, il suo istinto, la sua natura combattiva, nella campestre l’uomo è l’animale che fugge per sopravvivere.

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Elio Altini

Elio Altini 23.03.1954 nato a Alfonsine (Ravenna)



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