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03/03/2017

Il racconto di Michele - La mia (prima) Maratona di New York

RUNNERS&WRITERS
Anno 6 - numero 155
Venerdì 3 marzo 2017

La mia (prima) maratona di New York

Era gennaio e sinceramente pensavo ad altro in quel momento: mio padre già non stava bene e io ero accanto a lui per provare a distrarlo e a distrarmi da quella che era una sentenza senza speranza. In quelle lunghe chiacchierate a parlare di tutto, spesso veniva fuori la corsa, anche perché quando hai questa passione e qualcuno ti ascolta non ti fermi più. Io gli dissi che non avevo voglia di riandare a NY dopo la delusione della corsa annullata l’anno precedente; lui mi disse che sarei stato stupido a non provare questa esperienza e che per chi ha la mia passione fare la NYCM è il massimo che possa esserci. Ovviamente aveva ragione lui, e con lui quel giorno di gennaio mi sono impegnato a ritornare a New York ... ed è a lui che ho dedicato la Maratona dall’inizio alla fine, incluse le lacrime versate sotto la linea di arrivo.

Ed è proprio vero: per chi ha questa passione credo non ci sia un’emozione più forte di quella che si prova qui. E’ una Maratona strana, dura fin dalla sveglia la mattina. La giornata inizia alle 4:45 con la sveglia, e poi colazione alle cinque; i bus ti aspettano alle 5:45 e non oltre, altrimenti chiude il Ponte di Verrazzano e non c’è modo di arrivare nella zona della partenza. Il viaggio per Staten Island dura più di un’ora visto il traffico ... ci sono circa 55.000 persone che vanno tutte verso lo stesso punto. Nel bus c’è una strana tensione mista a emozione; sai bene che stai per fare una cosa che ti ricorderai per la vita intera e vuoi provare a preparare il tuo cuore ad accogliere tutte le sensazioni che proverai. Si arriva a Staten Island e, sinceramente, il ritrovo di partenza è talmente gigantesco che senza cartina ti perderesti di sicuro.
Sono le sette di mattina, io parto alle 10:05. Solo questo fa comprendere quanto è pazzesca questa Maratona ... tre ore ad aspettare all’aperto, al freddo (quindici gradi in meno rispetto alla mattina precedente) e separato dagli amici, visto che le gabbie sono distanti km fra di loro.

Alle 9:35 inno Nazionale e partenza della prima ondata (gli elite erano già partiti da un po’) ... lì ti viene la pelle d’oca, sia per l’inno sia per la vista della partenza degli altri ... pensi che fra mezz’ora tocca a te e ti vengono i brividi. Poi lunga passeggiata per arrivare alla linea di partenza, con spogliarello annesso. Nessuno dice nulla nei due minuti precedenti la partenza; ancora una volta l’inno, e poi lo speaker dà il segnale: “On your marks” ... e io penso: “non siamo mica alla finale dei 100 metri alle Olimpiadi!” ... non finisco neanche di pensare che c’è il colpo di cannone e si parte.

Io sono pettorale verde, quindi corro nella parte inferiore del ponte; penso sia meglio per il vento, ma sinceramente correre sopra sarebbe stato più eccitante. Siamo circa settemila persone ... il primo km è in salita e affollatissimo, non è pensabile fare velocità. Ci si gode il momento, ci si guarda intorno e vedi tutta la gente che sorride, è bellissimo, siamo tutti felici solo perché siamo qui. Per il ritmo e l’eccitazione la salita di un miglio non la senti, mentre in discesa devi frenare tanto sei esaltato. Alla fine del ponte si entra a Brooklyn (la NYCM tocca tutti e cinque in quartieri di NY) … e lì è stata la bolgia! Centinaia di migliaia di persone per i 14 km di Brooklyn ... non c’è un posto libero fra il pubblico. Bande musicali, DJ, tantissimi bambini che ti chiedono “il cinque” e quando glielo dai sono emozionatissimi come se avessero toccato chissà quale campione. Tutti ti incitano in maniera fantastica: “you are great, you are handsome; you are doing it; keep running” ... uno mi ha anche detto “it’s almost done” (è quasi finita) e visto che eravamo al 5° km gli ho risposto “your sister” (tu sorella). Insomma, una festa ... e i km passano senza che te ne accorga; tanto è il casino intorno a te che non riesci neanche a sentire il tuo respiro.

Al 12° il primo problemino ... e mi scappa una pipì! Fosse stata una Maratona normale, mi sarei fermato a bordo strada e avrei fatto in venti secondi, ma qui non è possibile fra due ali di folla urlante. Allora aspetto il miglio seguente, vedo i bagni e vado ... fila con due ragazze davanti. In breve, quattro minuti fermo e ripartenza con una media salita a 5,37. Vabbò, poco male, l’obiettivo è stare sotto le quattro ore e ci sono alla grande. Al sedicesimo il silenzio, all’improvviso ... me lo avevano detto, ma non credevo fosse così di colpo. Curva a destra e si entra in Williamsburg, sempre Brooklyn ma quartiere ebreo ortodosso. Si passa dalla bolgia di italiani, portoricani, francesi e norvegesi (per dire i più rumorosi) all’indifferenza totale ... meno male che dura solo un km! Ormai non c’ero più abituato ad ascoltare il mio respiro e il casino mi sembrava essere d’aiuto. Arriviamo al Queens con un ponte saltato con agilità, la media è ottima (5,34) e le sensazioni sono buone.

Passaggio alla mezza in 1,58 circa e poca fatica. Sta per arrivare quello che tutti definiscono il momento della verità qui a NY: Il Queensboro Bridge. Il Queensboro Bridge è lungo tre miglia equamente divise fra salita e discesa; tutti mi avevano consigliato di affrontare la salita con calma pensando alla discesa. Quando ci sono arrivato sotto ho capito che la salita che mi aspettava era dura da fare anche in bici. Arrivi sotto il ponte con una discesina, fai una curva e davanti a te vedi un muro di persone ... ma le vedi alzando la testa verso l’alto. Fra l’altro, sui ponti non può entrare il pubblico, quindi, a parte i tuoi colleghi runners, tutti tesi nell’affrontare il muro, sei solo soletto con te stesso. Fatica vera e tosta. Sono arrivato in cima quasi stremato e lì, psicologicamente, mi sono giocato le quattro ore, forse. La discesa l’ho fatta piano rispetto a quanto credevo e certamente non ho recuperato quanto perso in salita. Insomma, chiudo il Queensboro Bridge alla media di 5,42 ... certo mancano ancora 15 km e il tempo di recuperare quei due secondini c’è tutto.

Bene, le sensazioni non sono malvagie: non ci sono dubbi che la gara la finirò; mi sento benino, devo solo trovare il ritmo giusto adesso. Fra l’altro, sulla cima del Queensboro (perché è una montagna), quando inizia la discesa, senti un rumore che all’inizio non riesci a identificare bene ... siccome sopra di te passano i treni, pensi sia legato a quello. Fatti 5-600 metri cominci a capire ... ritorna la bolgia, si entra in Manhattan. Alla fine del ponte c’è una curva con delle balle di paglia (giuro) e dietro è piazzata una tribuna. L’arrivo in Central Park dista da quel punto 2-3 km in linea d’aria, noi ne dobbiamo fare ancora 15 verso il Bronx e ritorno. Lì ci sono tutti gli amici e i parenti dei runners che urlano tutto il loro incitamento ... da lacrime davvero!

Altra curva a destra e via sulla First Avenue fino al Bronx ... altro che ritmo, non c’è un metro di pianura. Si sale e si scende di continuo e, nonostante il tifo commovente ai bordi della strada, il fatto di non riuscire a prendere il ritmo che voglio mi fa innervosire. Rimango sui 5,42 fisso, non riesco ad abbassare, vabbè, penso, negli ultimi sette darò tutto quello che ho, ce la posso ancora fare. Si arriva al Bronx, un altro ponticello, stavolta lo sento tutto in salita, ma insomma sarà 300 metri, si fa anche quello. Da una finestra vedo una famiglia di afro americani con delle casse più alte di me che sparano musica rap verso i runners. Questa è la NYCM, lo dicevo prima, la gente di NY fa di tutto per farti stare bene. Li saluto con il pollice alzato e vado avanti; un paio di curve strette, un altro ponticello, questa volta più breve e si torna a Manhattan per gli ultimi 8 km.
Strada dritta fino a Central Park ... è il momento di forzare, ci siamo. Primo problema: il Garmin muore. Non mi ricordo esattamente a che km, ma l’ultima volta che l’avevo guardato ero ancora a 5,42. Certo le gambe con il Garmin non c’entrano nulla, ma chi corre sa benissimo che anche una piccolissima cosa può causare depressione, e se non ci sei con la testa, non riesci neanche a fare un passo in più a quel punto. Comunque, cerco di concentrarmi sul ritmo: passata questa salitina parto! ... sì, ma quando finisce questa salitina? La salitina, purtroppo, non finisce quasi più ... continuo a vedere la gente davanti sempre in alto, e quando sembra spianarsi, dopo un po’ ricomincia. Vabbè, è comunque leggera e io mi sento benino ... per la prima volta da quando corro non ho avuto la classica crisi del 30°; alimentazione corretta, allenamento ... non lo so, ma non ho avvertito i soliti effetti del muro.
Parto convinto di andare veramente forte, supero centinaia di persone, molte camminano, altre corricchiano ... penso che sto andando alla grande, anche se sono senza il conforto del Garmin. Mi sento bene, sento di essere quasi al massimo ... un po’ voglio tenermi per le ultime due miglia, che conosco e so che hanno un paio di strappetti niente male. Arrivo a meno due miglia avendo superato un paio di migliaia di persone, senza esagerare.
Mi sento bene, ovviamente so che la finirò, e questo mi aiuta anche se, stranamente, mi distraggo un po’ e, senza il conforto dell’orologio, a un certo punto credo di essermi perso il cartello del 26° miglio e di essere quasi alla fine. E invece, dopo un pochino, appare il cartello del 40° km ... quindi a quello del 26° miglio manca ancora un bel po’.
Sinceramente mi deprimo ... pensavo di esserci quasi ... mi toccano ancora una decina di minuti; vabbè, stringiamo i denti e continuiamo, ma sono veramente alla fine ... Columbus Circle passa, discesina rinfrancante e si inizia a sentire il boato del pubblico al traguardo, c’è l’ultimo ostacolo a 500 metri dall’arrivo, murettino di 300 metri abbastanza tosto e, con il fatto che l’arrivo è a sinistra, dietro la curva, non lo vedi e quindi non ti senti ancora lì. Ci avrò messo un minuto e mezzo a farlo? Mi è sembrata un’eternità, non finiva mai ... poi la strada si spiana, gira un po’ a sinistra e vedi innanzitutto le tribune piene di gente urlante ... poi il traguardo blu e arancione ... poi il maxi schermo ... e ti vedi lì, arrancante, stanco, con addosso i colori del cuore e ti accorgi che stai insieme ridendo e piangendo ... alzi le braccia al cielo indicando la persona a cui vuoi dedicare questa impresa e ti rendi conto che quella sensazione che stai provando in quel momento probabilmente non la avvertirai mai più nella tua vita ... e allora smetti di respirare ... e te la godi come merita.
Tutto il resto, la medaglia, i due km per arrivare ai bus, il freddo tremendo da non poter fermare i denti che battono, la gente che ti ferma per strada e chiede di farsi fotografare con te ... sono ricordi indelebili, ma accessori, tutto sta in quei dieci secondi di vita goduti prima dell’arrivo, con tutto il mondo che ti passa per la testa e la consapevolezza di aver fatto veramente qualcosa di bello. Ah, poi sotto le quattro ore non ce l’ho fatta ad andare, potrei trovare almeno una decina di scuse, ma sinceramente ... non me ne frega nulla.

altri racconti di Andrea:
Il racconto di Michele - I miei 365 giorni di corsa continua

Michele Passarelli

Michele, 48 anni, è cosentino di nascita e pisano di adozione; vive a Pisa dall’età di 18 anni, a Pisa si è laureato, sposato e qui sono nate le sue due figlie.
Da circa 10 anni è Dirigente di un’azienda multinazionale del settore Automotive e più o meno dallo stesso momento è diventato un runner. 13 le Maratone portate a termine, oltre 30 le Mezze Maratone; tantissimi gli allenamenti, comprensivi di infortuni.
Nel corso di questi 10 anni di corse, questa insana passione lo ha portato ad organizzare, per tre anni consecutivi, la PisaMarathon ed a conoscere tante realtà legate al mondo del Running fra le quali alcune legate alla solidarietà con le amiche e gli amici meno forunati di lui.
Nel 2013 ha deciso di sfidarsi nel correre per 365 giorni di seguito e nel 2016 ha deciso di pubblicare un libro che racconta quella esperienza; tutti i profitti derivanti dalla vendita del libro andranno a finanziare il progetto “Vengo Anch’io ... Si tu Si” che prevede l’acquisto di carrozzine speciali per permettere a chi oggi non può correre una gara podistica, di viverla con chi vuole mettere a disposizione le proprie gambe e la propria spinta.



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