Sito aggiornato al 31/08/2010
Le mie riflessioni sull'edizione del 2 novembre 2008
La trasferta a NY è alle spalle e, come spesso accade quando si torna a casa, dell’esperienza vissuta rimane sempre un po’ di nostalgia. Tuttavia, mi rendo conto che di anno in anno vivo la trasferta per la maratona con sensazioni di routine, molto probabilmente a causa della solita sequenza con cui faccio le cose che lasciano poco spazio a nuove emozioni.
Contrariamente a quanto avviene per i corridori, man mano che si avvicina il giorno della gara le mie emozioni si attenuano tanto che, finita la telecronaca della maratona, sarei pronto per rientrare a casa. I giorni per me maggiormente impegnativi sono i primi, con il giovedì praticamente senza respiro, e a seguire gli altri. Domenica è la giornata più rilassata perché si avverte la mancanza dei corridori impegnati con la maratona, e così il Central Park è praticamente vuoto, specialmente perché si va a correre ancora prima del solito a causa del cambio dell’ora solare e perché i newyorkesi sono ancora a letto. Domenica, sul giro del laghetto, ho incontrato solo 2 podisti ed ho avuto la sensazione di correre a casa mia, come avviene quando esco presto. Sono andato che era ancora buio, ma si è fatto giorno piuttosto in fretta, probabilmente a causa del vento che aveva spazzato il cielo dalle nuvole, e quando è sorto il sole lo spettacolo era magnifico perché le finestre dei palazzi riflettevano una gran luce. Anche le varie tonalità di giallo degli alberi del parco erano più cariche, come particolarmente azzurra era l’acqua del lago; insomma, una gran bella giornata per correre la maratona, non fosse stato per il forte vento che tirava da nord.
Particolare effetto me lo ha fatto il rientro in hotel, con la hall priva di persone, ed il ristorante altrettanto vuoto quando sono andato a fare colazione. Il contatto con la maratona l’ho avuto alla Rai, quando le immagini dell’imminente telecronaca che andavo a fare riprendevano la marea di corridori che si accingevano alla partenza. Commentare la maratona dallo studio è molto diverso dal farlo in bicicletta, perché manca il vero contatto con la corsa, con i corridori, con l’ambiente circostante, ed inevitabilmente non si colgono quei particolari che consentono di leggere lo sviluppo tattico della competizione. Le immagini della regia americana lasciano poi poco spazio per soffermarsi su eventuali dettagli in corsa che consentirebbero di fare valutazioni tecniche. Se si considera poi che in gara non erano presenti maratoneti italiani di caratura internazionale, è un po’ demotivante (ma non per questo meno interessante) stare attaccati alle vicende agonistiche della maratona.
Il lunedì, giorno di partenza, le emozioni della trasferta sono praticamente nulle, ma è piacevole ascoltare le emozioni dei maratoneti che hanno corso, che non mancano di essere coinvolgenti e stimolanti. Per tutti la soddisfazione di aver tagliato il traguardo è grande, al di là della prestazione cronometrica conseguita. E’ piacevole ascoltare le unanimi emozioni vissute alla partenza, lungo il percorso per il grande e caloroso incitamento del pubblico, e la soddisfazione di tagliare il traguardo. Non sono mancate le impressioni relative ai disagi subiti, a causa del freddo e del vento che hanno condizionato il rendimento di gran parte dei corridori, e come la lunga attesa della partenza; ma tutti sono concordi nell’affermare che non ci sono altre maratone con tale portata di emozioni ed entusiasmo. Personalmente non ho trovato interessante la suddivisione delle tre wave di partenza, perché i disagi dei maratoneti che hanno dovuto attendere a lungo e superare la coda dei corridori lenti delle partenze precedenti sono stati comunque troppi. Inoltre, lo spettacolo ne ha risentito: le immagini della diretta televisiva sono state tagliate allorquando il ponte di Verrazzano presentava spazi vuoti.
A questo punto, per evitare di vivere con poco entusiasmo e trasporto la prossima trasferta alla maratona di NY, mi sono impegnato a correrla; sarà il 25° anniversario dalla mia prima vittoria. Ho 360 giorni per prepararla e spero così di tornare a vivere le emozioni che avvertono quanti sono impegnati a correrla. Insomma, un ritorno al passato che è parecchio lontano nel tempo.
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Il racconto di Nino e Daniela
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