16/10/2012

Pizzowhat di Correre - Numero 332 - Giugno 2012 - Passatore, pozzo di storie genuine

PIZZOWHAT
Numero 332
Giugno 2012

Passatore, pozzo di storie genuine

Quasi mai si sbaglia quando s’indica un africano come il favorito per la vittoria nelle tante gare del nostro ambiente. Un po’ più critico è indicare da quale Paese può venire, ma il lancio della monetina arride quasi sempre al Kenia o all’Etiopia. La variabile che potrebbe alterare il pronostico riguarda l’inserimento di altri africani, specialmente i magrebini. Gare dall’esito scontato sono molte, tanto che si perde d’interesse a seguirne l’evoluzione tattica. Molte vittorie sono la fotocopia di tante altre, senza nulla togliere agli sforzi dei protagonisti. Solo alcune competizioni sono esenti dall’esito scontato. Mi riferisco alle prove di endurance, quelle corse così lunghe da scoraggiare anche i talentuosi africani, non tanto per la distanza in sé, quanto per il basso rapporto guadagno – chilometri percorsi. Non ci si annoia quindi ad assistere alle manifestazioni podistiche senza i mitici corridori degli altipiani, anche perché noi italiani siamo in grado di presentare specialisti eccelsi, come evidenziato anche nel recente campionato mondiale sulla 100 chilometri svoltosi a Seregno.
Non frequento spesso queste prove di endurance, e l’unica che vivo direttamente è la mitica Firenze – Faenza. La nota corsa del Passatore, giunta a 40 edizioni, mi fa rivivere un tipo di podismo genuino, non quello dei pionieri della corsa e delle foto in bianco e nero ingiallite dal tempo, ma quello della sfida delle proprio capacità. Ogni competizione è ovviamente una sfida quando ci s’impegna a fare meglio di sempre, ma in una corsa di cento chilometri la vera prova è arrivare in fondo. Dico sempre che chi affronta queste distanze deve aver una certa dose d’incoscienza perché non si è mai adeguatamente preparati per lo sforzo. Mentre nel preparare una maratona ci si può avvicinare alla distanza della gara, per una cento chilometri è praticamente impossibile farlo, oltre che sconveniente. E’ proprio l’incoscienza atletica che apre il sorriso nel volto di chi si cimenta in questa prova. E sono anche sorpreso dall’entusiasmo dei partecipanti nell’affrontare uno sforzo che li terrà impegnati per un tempo così lungo nel quale, le persone normali, avranno fatto tante altre cose. L’entusiasmo del partecipante lo ritrovo anche nelle persone che assistono al passaggio dei corridori. Non è una folla, se non in qualche punto suggestivo, ma sono persone appassionate che assistono veramente il corridore, fornendogli tanto supporto.
In queste strade silenziose, per gran parte della corsa avvolte nell’ombra, trovo ancora tanta passione a sostegno delle sfide umane, semplici e genuine.