16/10/2012

Pizzowhat di Correre - Numero 330 - Aprile 2012 - Quarant’anni fa, a Paestum

PIZZOWHAT
Numero 330
Aprile 2012

Quarant’anni fa, a Paestum

Sarebbe dovuto essere il periodo dello studio, dei pomeriggi passati ad imparare di economia, diritto, tecnica computistica e partita doppia, ed avrei dovuto leggere il “Sole 24 Ore”. Sfogliavo invece “La Gazzetta dello Sport” e passavo i pomeriggi al campo di atletica. La proporzione delle ore impiegate in amenità sportive faceva capire quanto poco fossi motivato ad ottenere l’attestato di ragioniere, e quanto invece m’interessasse il diploma dei Giochi della Gioventù. Seguivo il cuore e le gambe, com’era giusto che fosse allora. Credo. E’ adesso che sfoglio con maggior interesse il “Sole 24 Ore”, e che leggo di materie che, una volta rappresentavano un obbligo, mentre ora sono passione. A detta dei miei genitori ero un ramengo, mai a casa e sempre in giro per strada. A giugno, per fortuna, mi salvavo con la “volata” dello studente: la sufficienza sul filo di lana dell’ultima settimana di scuola, di ore a studiare anche di notte.
Non c’era paragone tra l'emozione di essere promosso e quella di salire sul podio di una gara provinciale di corsa campestre. Quella medaglia, romboidale con dentro i cinque cerchi olimpici, è stata la prima che mi sono messo al collo. Il cordoncino tricolore nel quale era infilata mi rendeva orgoglioso; mi faceva capire che non avevo partecipato ad una comune garetta da provincia. Era il premio che andava a quanti si qualificavano per la fase nazionale. Quell’anno la fase finale dei giochi della Gioventù si teneva a Paestum. Per uno che come me non era mai andato oltre Padova, per motivi religiosi e non certo sportivi, Paestum poteva essere una località della Grecia. Se ero poco attratto dalle materie tecniche, la geografia era però il mio punto forte, probabilmente per compensare il fatto che in famiglia non avevamo la macchina, un mezzo inutile quando i genitori non hanno la patente.
Quindi, oltrepassare le rive del Brenta, del Po’, dell’Arno e del Tevere era un viaggio mai pensato, né sperato, di certo sognato perché da quella primavera il mondo sarebbe diventato per me sempre più interessante. Non avevo però valutato che i treni di quel tempo giravano con potenza ridotta, ed un viaggio di dodici era una piccola odissea, quasi con lo stesso numero di fermate del mitico Ulisse quando vagò per il Mediterraneo. Ma l’effetto di trovarmi in faccia a monumenti di storia millenaria è stato indescrivibile ed ha soddisfatto ogni mia attesa. La gara è stato solo un dettaglio, forse perché ero più preso da tanti altri aspetti, come l’aver lasciato l’inverno ed essermi trovato immerso tra oleandri, eucalipti, pini marittimi e pratoline che ornavano i prati, mentre a casa mia, nel sottobosco rinsecchito, facevano ancora capolino i bucaneve. E poi mai vista tanta gente correre, tutti ragazzini, ovviamente avversari per quei pochi affannati ed ansimanti minuti. Non ricordo come andò la gara, forse perché troppo breve: un paio di chilometri da percorrere con il cuore sempre in gola e i polmoni che bruciavano. Delle gare giovanili ho presente sempre queste sensazioni. Mai che fossi a mio agio; poter correre con margine e con l’impressione di gestire lo sforzo. E specialmente obbligato a guardare solo davanti, com’è per chi rincorre.
Della gara di Paestum ho a ricordo un paio di foto ingiallite. Mi aiutano a sentire quanto eccitante furono quei primi momenti da podista. Le due foto occupano la prima pagina di un album con tanti altri ricordi, alcuni particolarmente intensi. La mia storia però comincia da quella prima pagina.
Era aprile. Era il 1972. Quarant’anni fa!
Orlando