Sito aggiornato al 17/05/2012

La mia New York 2009


Sono le quattro del mattino e non riesco piu' a dormire. Dicono che dormire poco la notte prima di una gara non abbia grandi effetti sulle prestazioni: l'antivigilia e' la notte piu' importante. Invece che rigirarmi nervoso tra le lenzuola, mi alzo e inizio i miei esercizi di allungamento per la schiena e le gambe. Ho anche il tempo di rispondere agli e-mail arretrati ed e' gia' ora di uscire, destinazione il pullman delle sei che dalla quarantatreesima mi portera' alla partenza della maratona.
Il mio tassista e' del Pakistan. Sbaglia strada e se ne scusa dicendo che sono dodici ore che sta guidando. Gli domando come e' stata la notte di Halloween. Lui si lamenta dei troppi ubriachi e quando gli chiedo se ha visto tanti bei costumi mi risponde che di gay qui a New York ce ne sono davvero troppi. Nel buio di Manhattan, volontari con megafoni strillano di metterci in coda seguendo percorsi transennati e di mostrare il nostro pettorale. La libreria centrale austera e solenne e' testimone dell'inizio di un impresa e mi emoziono sentendomi finalmente parte di questo evento, l'avventura e' incominciata.
Seduto in prima fila sull'autobus guardo la citta' sfilare. Fisicamente sono pronto, la mia mente si focalizza: un obiettivo che e' un sogno, correre sotto le tre ore; due linee guida da portare con me per 42 chilometri, divertiti e osa. Nel bisogno dovro' anche ricordarmi che il dolore e' relativo, e anche passeggero, mentre quello che faro' oggi rimarra' con me a lungo.
Arrivo nel villaggio dei corridori a Fort Wadsworth, Staten Island che sono quasi le sette; poco meno di tre ore alla partenza. Sta piovigginando. Trovo riparo sotto un albero. I sacchi della spazzatura e le coperte prese in aereo sono di grande aiuto per rimanere al caldo. Piu' comodi di me sembra che siano solo un gruppetto di tre newyorchesi: si sono portati con s'e' vere e proprie sedie e il Sunday Times, che commentano con grazia mentre intorno a loro 45,000 persone si muovono, si cercano, si preparano in trepida attesa.
Ripasso mentalmente il tracciato di gara che ho diviso in blocchi familiari e di breve lunghezza. Un accorgimento psicologico fondamentale: nella maratona, la testa e' piu' importante dei muscoli. Questo il mio piano. I primi tre chilometri sul ponte di Verrazzano sono solo un riscaldamento. La quarta Avenue a Broklyeen sono dieci chilometri dritti, senza una curva, in cui non voglio pensare al mio correre ma saro' concentrato sul pubblico. Ci saranno piu' di due milioni di persone lungo il percorso oggi. E' cio' che fa di New York una maratona unica. E' uso tra i corridori scriversi il proprio nome sulla maglietta, che gli spettatori chiameranno a gran voce come incitamento. Ieri ho scritto Amore, il mio soprannome hongkonghino, con un pennarello nero sulla mia maglietta rossa. New York mi urlera' "amore, amore", aiutandomi a volare. Arrivero' senza accorgermene alla fine della quarta Avenue; 13 chilometri gia' alle spalle. Ci sono altri sette chilometri da percorrere a Brooklyn, un chilometro in meno rispetto al mio circuito di allenamento quotidiano a Hong Kong, Bowen Road, una distanza inferiore al mio allenamento piu' leggero. Fatta questa tappa saro' gia' a meta' gara, sul ponte che mi porta nel Queens. Il Queens sono circa quattro chilometri, un'inezia, giusto il tempo per prepararmi psicologicamente al ponte di Queensboro, temuto dai corridori per il suo dislivello, per la mancanza di supporto di pubblico, per il vento gelido. Il ponte in se' e' davvero breve, mi dico, un chilometro e mezzo; poco rispetto ai lunghi allenamenti in salita per preparare la gara sulla muraglia Cinese lo scorso Giugno. Dopo il ponte ci sara' Sandy ad aspettarmi. La First Avenue a Manhattan sono solo cinque chilometri. Poi il Bronx, luogo mitico che nell'immaginario hollywoodiano e' off-limits se non ai piu' duri. La corsa mi da' l'opportunita' di entraci per la prima volta. Sara' solo per tre chilometri e mi convinco che mi dovro' concentrare nel guardare bene le persone e i luoghi per non rischiare di perdermi questa opportunita' turistica. Rientrato a Manhattan mancheranno solo otto chilometri al traguardo; come Bowen Road, dove ogni chilometro e' a me familiare e la sua lunghezza un facile obiettivo. Riguardo anche i grafici dell'elevazione del percoro e mi rammento che quello che tutti ricordano come un terribile finale in salita non e' altro che un ascesa di un miglio che finisce con l'entrata in Central Park. Poi ci saranno brevi discese e salite, ma gia' in odore di gloria e soprattutto incontrero' ancora Sandy, al quarantesimo chilometro, che mi dara' il morale per affrontare i due chilometri finali. Un po' di riscaldamento, una festa a Brooklyn, due circuiti di familiare facilita', qualche breve salita, un' occasione turistica, due appuntamenti galanti e milioni di persone a incoraggiarmi. La maratona di New York non fa piu' paura.
Gli altoparlanti ci invitano a portarci sulla linea di partenza. Cammino in un fiume di corridori sotto a una pioggia di indumenti, tenuti fino all'ultimo istante per riparasi dal freddo e ora lanciati ai margini della strada. Un artista canta l'inno nazionale. Trasportato dall'energia del momento, mi unisco alle urla che salutano la fine dell'inno. Sono pronto, mi tolgo e lancio la mia tuta, una ragazza si accovaccia per fare pipi' accanto a me. Il sindaco Bloomberg ci augura buona gara ed e' subito il colpo di cannone. Mi metto a correre, sono finalmente sul ponte di Verrazzano. Sono felice nel mezzo di centinaia di corridori e la vista sulla baia di New York e' spettacolare. Dagli altoparlanti Frank Sinatra canta New York, New York a tutto volume e io mi unisco a lui.
La strategia base per la mia prima maratona e' molto semplice: il primo miglio il piu' lento di tutti - un passo di quattro minuti e trenta secondi al chilometro - e poi rimanere costante, appena sotto i 4'15", per il resto della gara. L'accorgimento e' quello di correre un poco piu' veloce all'inizio, intorno ai 4'12", per contrastare un eventuale rallentamento sulle salite e la stanchezza del finale.
Per le strade di Brookyln mi sento benissimo fisicamente e la folla e' magnifica. C'e' tanto tifo, soprattutto diviso per gruppi nazionali. Un messicano mi corre vicino mentre passiamo vicono alla cinquantesima, quartiere mex; vecchiette ruspanti incitano a pieni polmoni il loro "paesano". Ogni cento metri ci sono gruppi musical di ogni genere, gospel, heavy metal, classic rock. Le canzoni familiari sono particolarmente benvenute e ne seguo il ritmo con il braccio alzato. La cosa piu' bella e' sorridere e salutare i tanti che divertiti mi urlano "go amore, you are doing great". La festa si interrompe per un chilometro, nel quartiere degli ortodossi ebraici che nei loro cappotti e cappelli neri ci guardano seriosi, per poi riprendere con rinnovato slancio. Faccio fatica a non correre piu' veloce di 4'08", tanto che mi devo piu' volte richiamare alla disciplina. Brookyln e' magnifica.
Affronto il ponte che mi porta nel Queens, il punto della mezza maratona. Sono passati un' ora e 27 minuti, tre minuti in vantaggio sulla mia tabella. Mi stupisco di quanto e' stato apparentemente facile arrivare fino a qui' in questo tempo. Per le strade del Queens mi godo il mio star bene e mi preparo all'incontro con Sandy invece che pensare alle insidie del Queensboro. Su questo entusiasmo affronto il temuto ponte, concedendomi un temporaneo rilassamento al passo di 4'30". Arrivo in cima all'ascesa senza difficolta' e aumento il passo correndo verso le crescenti urla del pubblico. Il passaggio sotto il Queensboro attira la folla piu' grande, l'incitamento di migliaia di persone e' un boato. L'emozione e' fortissima. L'appuntamento con Sandy e' alla 68 strada, la vedo, mi avvicino alle transenne e le urlo che la amo, indicando prima me, poi la scritta amore sulla maglietta e poi lei. E' il ringraziamento del costante e prezioso supporto. Ha un cartello bianco in mano che non riesco a leggere perche' la guardo diritto in volto. La vedo emozionata. Sono contento del''incontro, tanti corridori non riescono a vedere i loro cari tanta e' la gente lungo le strade. Proseguo lungo la first aveue che all'occhio sembra non finire mai, ma io so' che sono solo cinque chilometri. I quadricipiti iniziano a indurirsi e con il passare dei chilometri la mia attenzione lascia la folla e il paesaggio per concentrasi sul mio corpo.
Arrivo al Bronx con ancora un significativo vantaggio sulla mia tabella, le gambe fanno male, ma riesco a distrarmi guardando le persone e immaginando il loro vivere quotidiano. Il Bronx, oltre a essere vastissimo e quindi eterogeneo, non e' piu' l'inferno descritto dai film degli anni '80, ma rimane un posto mitico per me che con quei film sono cresciuto. Rimango un po' deluso dal paesaggio, la maratona passa in una zona con un gruppo di insignificanti casermoni popolari e poi in una zona industriale, anch'essa anonima. Avevo ragione, in un baleno sono di nuovo a Manhattan, nel quartiere di Harlem. Le gambe fanno molto male e faccio fatica a tenere i 4'20" di ritmo. Penso agli incitamenti di Passarello a tenere il passo, nei momenti piu' difficili degli allenamenti. Penso a Luca e alla grinta che gli e' propria nel fare sport, e alla sua determinazione a superare le avversita'. Penso alla foto che Sandro ha in casa, a braccia alzate sul traguardo di New York. Penso ai tanti chilometri in quattro mesi: ho corso a Hong Kong, Jakarta, a Bali, in Papua, a Banda Aceh, a Phuket, a Bangkok. Penso a tutte le corse in cui mi sono immaginato, con trasporto, in questo momento. La testa sfugge alla sofferenza fisica,e con la consapevolezza che mantenere questo passo mi consente di stare sotto le tre ore affronto la salita sulla quinta avenue. Soffro meno che ad Harlem anche se la strada e' in salita: il momento piu' difficile e' passato. Supero tanta gente che sta cedendo, mentre io continuo deciso. Sento chi mi chiama "amore, amore", me ne compiaccio, ma non rispondo rimanendo concentrato sul mio sforzo. Entro a Central Park e ritorna l'euforia. Mancano quattro chilometri; so che riusciro' nella mia impresa. Poco piu' avanti vedo Sandy, un'altra grande emozione e volo verso il traguardo. Il cronometro si ferma a due ore, cinquantasette minuti e un secondo. C'e un mare di volontari lungo il cammino che mi porta verso il mio bagaglio, lasciato in custodia alla partenza. Tutti si congratulano, uno mi mette una coperta di alluminio addosso, un altro la medaglia e un terzo mi offre un sacchetto con dell'acqua e del cibo. La sensazione di avere raggiunto l'obiettivo e' pacifica e dolce, non tumultuosa come quella che caratterizza la preparazione e i momenti precedenti a una impresa. Preferisco le partenze, e il senso di avventura e di scoperta dell'ignoto che le caratterizzano, agli arrivi. Mi riunisco con Sandy appagato di avere vissuto con successo una grande impresa, iniziata molto prima di questa mattina.
La serata di festeggiamento vogliamo che inizi al bar all'ultimo piano del The Standard Hotel all'848 di Washington Street nel Meat Packing Distric. Scopriamo che il bar e' chiuso la domenica, ma nel cercarlo finiamo sul tetto dell'albergo e ci godiamo in pace un panorama meraviglioso sul Manhattan e il New Jersey accompagnato dalla luna piena. Scendiamo al piano terra e prendo un Bloody Mary, che e' diventato un rituale post gara, al The Standard Grill. Il barista, origliando la nostra conversazione si entusiasma per il mio risultato; ha passato la giornata a incoraggiare i corridori e il suo obiettivo e' correre l'anno prossimo. Per cena scegliamo Tartine al 253 West 11 Street, uno dei caldi e intimi ristoranti del West Village. Tra tutti i ristoranti di New York siamo finiti in uno che non ha licenza per gli alcolici, non mi e' ancora dato di rompere l'astinenza di vino dell'ultimo mese, mantenuta pensando al bicchiere che avrei bevuto questa sera. Ma il cibo e' buono e l'appropriato brindisi non tarda ad arrivare nel vicino cafe Doma al 17 di Perry Street raggiunti da Susy, Daniela e Stefano. Torniamo al nostro albergo poco prima di mezzanotte e in un attimo mi addormento.

Andrea


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