16/10/2012

Pizzowhat di Correre - Numero 329 - Marzo 2012 - "Salute!" E la giornata si fa piena di luce

PIZZOWHAT
Numero 329
Marzo 2012

"Salute!" E la giornata si fa piena di luce

Entrando di corsa nel giorno mi capita di percorrere strade rischiarate da luci varie, soffuse, spente, calde, splendenti. Nell’arco delle stagioni è disponibile un’ampia gamma di tinte, quasi un arcobaleno.
Un paio di volte durante l’anno, il sole è lì ad accendere l’asfalto e regalarmi l’impressione di procedere indistintamente sulla terra e sull’acqua.
Era un mattino di settembre quando avevo lo sguardo accecato dalla luce di un cambio di stagione. Tremolavano le stelle in cielo e tremolante era anche l’asfalto, tanto che mi pareva di correre su una strada liquida.
Dalla mia sinistra arrivava l’alito dell’eucalipto. A destra invece le narici assorbivano l’essenza dei cipressi mentre ero impegnato ad ascoltare il sussurro lontano del mare, e percepirne l’odore.
Difficile percepire suoni oltre al mio impegno fisico dentro una brezza più calma dell’aria che spostavo. Chi come me vive in quel momento del giorno non riesce a produrre suoni tali da infastidire la calma dell’ambiente. C’è una sorta di tacito accordo perché si cerca di rispettare sempre l’unico suono del momento: il silenzio.
Appoggiavo le mie falcate al sinuoso andare della strada che accarezzava un po’ il mare, un po’ la campagna, ed anche il mio piacere di correre. Questa sorta di strada liquida e tremolante era attraversata ogni tanto da inconsistenti ponti larghi una falcata e spessi la densità dell’ombra, quella degli alberi.
Cento passi davanti a me un’altra ombra mi viene incontro con andamento incerto. Non un gran fisico, anzi, una corporatura piuttosto goffa, schiacciata a terra da qualcosa tenuto con sforzo tra le mani. Poco ancora e ci saremo trovati uno davanti all’altro, o quasi, perché nessuno dei due era dove doveva stare. Entrambi allineavamo i passi dove ogni auto lascerebbe la traccia dei copertoni. Scaldato in faccia dal sole riesco a stare solo sui contorni della sagoma che avanza verso di me, riempiendo ancora di buio la mancanza di specifici segni fisici che non riesco a collocare con precisione. Mentalmente mi preparo al saluto.
In una circostanza come questa, nella quale non riconosco chi incontro, preferisco mantenere una posizione neutra. Il “salve” è un saluto informale. Posso ovviamente fare sempre affidamento al classico “buongiorno”, specialmente se riferito ad una persona adulta come sembra essere chi sto incrociando, oppure esordire con un “buondì” per esprimere simpatia.
Mi fa piacere essere il primo a proferire il saluto, anche perché sono curioso di verificare la reazione della persona: quasi sempre chi saluto risponde con la mia stessa forma.
Nel momento in cui la forma esce dall’ombra esce colgo i lineamenti del viso. Procede gravato da due sporte colme e rigonfie di ortaggi, frutta e pane.
Anticipo il suo saluto con un secco “salve”, caloroso ed espansivo quanto il contesto ambientale. Con tranquillità e serenità ricambia con un sorprendente “salute”.
La straordinaria espressione mi ha fatto compagnia per tutta la giornata. Nessuno prima di allora mi aveva lasciato con un tale augurio, molto più emblematico di un consueto e scontato auspicio da brindisi. Ho continuato a correre riflettendo sul senso di quell’esternazione. Che l’abbia detta perché mi ha visto come lo sportivo che ero in quel momento? Oppure l’avrà proferito per augurarmi sempre piena efficienza fisica?
Mi piace però pensare che un tale saluto sia piuttosto l’augurio da tenere presente tutte le mattine, prima di iniziare ogni giornata, senza viverla come scontata e comportarmi come stava facendo lui. Il negozio di alimentari, che era anche edicola, tabaccheria e tanto altro visto che era una delle poche costruzioni di quel posto, l’ho trovata quasi un chilometro dopo.
E al ritorno ero curioso di verificare dove abitasse quel tranquillo signore. Mezzo chilometro oltre il punto del nostro incontro ho visto una polverosa strada andare incontro alle colline. Tra gli alberi però non ho scorto alcun tetto.
Orlando