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Orlando Pizzolato Running Blog
Chiromanzia del podista 30-01-2010
Si tratta di confrontare la lunghezza dell’anulare con l’indice, facendo riferimento alla mano destra. Se le due dita hanno pressoché la stessa lunghezza, e non è il mio caso, la persona è di sesso femminile. Nel caso opposto, con l’anulare più lungo dell’indice, la persona è di sesso maschile. Il rapporto dovrebbe essere di 1 (per l’anulare) e non più di 0,96 per l’indice. La verifica fatta nella mia famiglia avvalla questa ipotesi.
Secondo i ricercatori la differenziazione della lunghezza delle dita è correlata all’evoluzione della specie umana, ed avviene a livello fetale per l’intervento degli ormoni. La maggior lunghezza del dito indice è determinata da una maggiore stimolazione degli estrogeni, gli ormoni femminili. Il testosterone, l’ormone maschile, l’influenza invece la maggior crescita dell’anulare.
Come ho riportato, questo studio è da considerare serio perché i ricercatori hanno trovato forti correlazioni nel rapporto di lunghezza tra le due dita citate con le caratteristiche personali di moltissimi soggetti considerati nella ricerca. In primo luogo è preso in esame il differente tasso di produzione ormonale (estrogeni e testosterone), la razza, il rischio di incidenti cardiovascolari, ed altri aspetti medici, nonché la durata della vita di alcuni soggetti. Inoltre, è stato preso in esame dapprima il livello prestativo nello sci, ed infine, come recente aggiornamento della ricerca, il rendimento nelle competizioni podistiche di resistenza. Gli individui che prevalgono nelle competizioni di endurance sono quelli che hanno l’anulare più lungo rispetto al dito indice.
Quindi, per sapere se val la pena di dannarsi l’anima con gli allenamenti per aver successo nelle gare di resistenza, il primo test da fare non sarebbe proprio quello di Conconi in pista, ma converrebbe passare da una chiromante esperta in fisiologia.
Plin plin!!! 24-01-2010
No, non sono ancora ai Caraibi. Il freddo pungente lo avverto sulla pelle solo nei pochi minuti in cui apro i balconi e spalanco le finestre per cambiare l’aria della notte.
Da qualche giorno non indosso le scarpe da corsa perché un fastidio al tendine d’Achille del piede sinistro non mi consente di correre per più di mezz’ora. Si tratta di un leggero disagio più che di un dolore, ma sono certo che se superassi la soglia della sopportazione il fastidio si trasformerebbe in sofferenza. Siccome non mi piace allenarmi se non sono fisicamente a posto, ho deciso di fare alcuni giorni di riposo. Qualsiasi attività fisica quotidiana che non sia la corsa non mi causa alcun risentimento. Tuttavia, se con le dita premo la parte centrale del tendine, avviso una zona di maggiore sensibilità e fintanto che ciò perdura, preferisco non correre.
Il riposo che mi sono imposto non m’infastidisce. Se questa situazione mi fosse capitata lo scorso autunno, quando stavo preparando la maratona, sono certo che avrei vissuto tale circostanza con un po’ di depressione. Adesso invece non invidio Ilaria che al mattino presto, immersa nel buio, s’incammina imbacuccata verso il cancello di casa per andare ad allenarsi. Mentre lei corre io riservo al lavoro il tempo che avrei dedicato alla corsa. Al suo rientro è avvolta da una sottile coltre di bianchi cristalli, la condensa del sudore, e nei suoi movimenti è accompagnata da un alone di aria gelida che diffonde per la casa.
Insomma, non rimpiango il fatto di restare a casa, per ora, ma spero di risolvere presto il fastidio fisico per riprendere gli allenamenti.
L’unico disagio che mi determina il riposo forzato deriva alla necessità del mio corpo di eliminare i liquidi in eccesso che non smaltisco con la sudorazione. Sono infastidito dalle numerose volte che, durante la giornata, devo alzarmi per andare in bagno. Ma è di notte che il fastidio è più forte perché devo abbandonare il tepore del letto per andare a fare plin plin.
E nel pieno della notte, ogni volta che la faccio mi viene in mente (non me ne voglia…) la Chiabotto!
I sarti della corsa 18-01-2010
Hawaii: la roccia nera era calda quasi come quando la terra l’aveva vomitato in quell’isola vulcanica. Il vento che soffiava dal mare scompigliava i rami delle palme ma non rinfrescava l’aria, e già pensavo alla sofferenza che i maratoneti avrebbero provato l’indomani. Sull’asfalto scuro come la linfa di un demonio risaltava l’arancione dei coni che delimitavano la carreggiata in due perfette metà: un’andata ed un ritorno che sembrava un viaggio verso l’inferno visto che tutt’attorno gli enormi massi neri contribuivano ad incamerare il calore del sole e restituire un’aria incandescente.
All’organizzatore chiesi se era convinto che quell’irrisoria separazione fosse sufficiente a far desistere i corridori dall’idea di passare dall’altra parte della strada, evitando di percorrere poco meno di una decina di chilometri. Lo sguardo che mi rivolse già evidenziava la stupidità della mia ipotesi e le sue parole lo confermarono: “Perché un corridore non dovrebbe percorrere l’intera distanza?”
Il giorno dopo la competizione incontrai l’organizzatore che m’invitò a fare colazione al suo tavolo e mi comunicò che la mia ipotesi era corretta: “Un corridore non è transitato al controllo del 24° chilometro”. Mi chiese se fosse giusto squalificarlo perché era la prima volta che ciò succedeva in una ventina di edizioni. “Perché lo chiedi a me?” ribattei. “Si tratta di un italiano”.
Ci sono domande alle quali faccio fatica a trovare una semplice risposta per mia figlia di sette anni. Si tratta di quesiti per i quali devo consultare un’enciclopedia, ma se mi chiedesse perché un podista accorcia il percorso di una competizione evitando di completare la distanza della gara non saprei risponderle. Ipotizzerei che quell’individuo vorrebbe apparire agli occhi della gente più grande di com’è nella realtà. Molto probabilmente soffre di una sindrome d’inferiorità e si sente come un lillipuziano. Senza dubbio soffre, ma non per quel disagio che i corridori di resistenza sono soliti avvertire sotto sforzo, ma soffre per una personalità inadeguata che non sa accettare.
Mi dispiace pensare che al via di una competizione ci siano corridori che hanno già premeditato l’irregolarità della loro prestazione, e che invece di correre concentrati ad esprimere il meglio del proprio potenziale sono in tensione per mettere in atto il loro piano tattico fraudolento. E mi chiedo come riescano successivamente a sviluppare quell’abilità di convivere con l’idea che la loro prestazione è corretta.
Gareggiare da imbroglione è un’attività universale; i podisti lillipuziani popolano ogni competizione. Ho partecipato a corse internazionali nelle quali ho assistito a strategie tattiche fraudolente di vario tipo, alle quali ho quasi sempre risposto con un sorriso ironico davanti a tale manifesta inferiorità.
Gli organizzatori poco possono fare per contrastare le irregolarità. Ricordo con divertimento la situazione pre gara ad una competizione in un’isola caraibica. Completato il riscaldamento ero ammassato in un piazzale nel quale come formiche operose che si spostano con frenesia, c’erano alcune centinaia di corridori ansiosi di scoprire in quale direzione sarebbe partita la corsa. Mi spiegarono che per evitare partenze anticipate e tagli di percorso l’organizzatore decideva il senso del tracciato solo qualche istante prima della partenza. Di lì a poco l’organizzatore, in un angolo della piazza tracciò per terra, con un gesso bianco, un segno sbilenco ed una manciata di secondi più tardi urlò, puntando l’indice ed il braccio teso, “di là”.
E tutti partimmo all’impazzata.
Vacanze finite: si rientra e si riprende… 14/01/2010
Per mitigare il rammarico del rientro a casa, e al lavoro, ho cambiato il salvaschermo del computer. Lo so che non è una soluzione particolarmente efficace, ma per non perdere repentinamente il contatto con l’ambiente vacanziero, buttare l’occhio su un paesaggio caraibico mi serve a coltivare ancora le piacevoli sensazioni di quei momenti. Devo rassegnarmi all’idea che nel giro di qualche giorno tutto svanirà, come ormai sono state cancellate le impronte delle mie scarpe mentre correvo sulla sabbia, in riva al mare. Sebbene in vacanza non avessi nulla da fare - altrimenti che ferie sarebbero state (!) – le mie giornate erano cadenzate da una routine quotidiana, con l’allenamento come primo impegno. Andare correre al mattino presto, oltre ad essere un’abitudine ormai consolidata, aveva una doppia valenza pratica: evitare il traffico ed il gran caldo, e poi non ci avrei più pensato per tutto il resto della giornata.
Frequento la zona dei Caraibi ormai da 25 anni. Quando ancora gareggiavo sfruttavo le trasferte per le gare nelle varie isole per farmi un po’ di vacanze sportive e fuggire dal freddo invernale. Adesso nella Repubblica Dominicana, quella che tutti denominano come Santo Domingo (che non è una nazione ma ne è la capitale) ci passo le mie ferie dell’anno, ed ovviamente scappo per un po’ dal freddo. E quest’anno mi è andata anche bene perché sia il giorno prima di partire, sia il giorno successivo, l’aeroporto di Venezia è stato chiuso per neve. E poi lasciare l’Italia al mattino con –12° per atterrare qualche ora dopo in una tiepida serata è una circostanza che contribuisce ad aumentare l’ottimismo.
Ora, che al mattino esco avvolto in una coltre biancastra e con la condensa dell’umidità che si depone sui vestiti, rimpiango ancor di più i disagi del correre con il caldo. E’ stato, in effetti, parecchio faticoso sostenere alcuni allenamenti, specialmente quando dovevo tirare: in alcuni casi non riuscivo ad arrivare ad un’ora di corsa. Ho faticato parecchio a fare un paio di medi da 10 km, ed anche due sedute di prove in salita. Nelle tre settimane di ferie non ho seguito una tabella specifica ma correvo in base a come avvertivo l’aria del mattino: se c’era una bava di vento allora tiravo. Quando invece sentivo che l’umidità era pesante ancora prima di iniziare a correre e grondavo sudore dopo 10 minuti di corsa, mi limitavo ad una facile seduta di un’ora scarsa, impegnandomi a terminare con degli allunghi e completare l’allenamento con degli esercizi di potenziamento.
Né orologio né cronometro regolavano il mio sforzo; ho sempre corso a sensazione, evitando che il disagio e la sofferenza per un processo di termoregolazione alterato come fossi in una sauna, mi facessero soccombere. Nonostante gli sforzi mi sono sempre detto che se fossi stato a casa non sarebbe stato meglio. Probabilmente mi sarei lamentato per il troppo freddo, per la neve e la pioggia. Fra due tipi di sofferenze è difficile scegliere, ma il caldo e l’alto tasso di umidità mi hanno fatto soffrire parecchio, tanto che in questi giorni che ho ripreso ad allenarmi nel clima padano sento di andare meglio.
Sebbene lo sforzo di correre sia inferiore, preferisco però le sensazioni che avevo quand’ero in vacanza, almeno sotto l’aspetto visivo. Senza dubbio il paesaggio tropicale ha un certo effetto stimolante, ma ciò che maggiormente apprezzo della corsa al mattino è il diffondersi della luce nel cielo. Fino alle 6.30 si corre praticamente al buio sebbene il cielo gradatamente si colori di tinte pastello, sempre più diffuse. Per metà seduta invado tranquillamente la strada sia per la scarsissima illuminazione sia perché il traffico è nullo.
Il cielo del mattino è praticamente sempre sereno, e quindi la luce si diffonde rapidamente, ma a me piace di più quando all’orizzonte ci sono le nuvole, che ai tropici sono spesso gonfie e si espandono giganti verso l’alto. In tal caso i colori in cielo si diffondono con tonalità varie e, se l’orizzonte è la scena di un affascinante spettacolo, il rapido sorgere del sole fa rapidamente aumentare la temperatura dell’aria e di conseguenza il disagio del caldo.
Nel corso di ogni seduta facevo un paio pause per strizzare la canottiera; mi crea disagio sentire il sudore impregnare i pantaloncini e scorrere lungo le gambe fino ad inzuppare le calze. Solo due volte ho corso a lungo, arrivando ad un’ora e venti (!), grazie ad un clima più fresco, altrimenti non avrei mai percorso più di 13-14 chilometri. La similitudine alla nostra estate è forte, e per un caloroso come me allenarsi con alte temperature è uno sforzo rilevante, ma ho una buona capacità di adattamento e quindi correre al caldo, oppure con il freddo intenso, è una situazione che controllo bene.
Inoltre, avendo davanti una giornata di completo relax, anche se lo sforzo dell’allenamento era intenso sapevo di potermi rilassare. L’unico “fastidio” che vivevo nel corso della giornata era l’impegno di placare la sete, e per buona parte della mattinata era un continuo andare e venire dal bar nonostante terminassi la colazione con lo stomaco pieno di liquidi, come quello di un cammello.
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