13/04/2013

Pizzowhat di Correre - Numero 342 - Aprile 2013 - Morire di sport

PIZZOWHAT
Numero 342
Aprile 2013

Morire di sport... lettera al direttore


Caro Orlando,

in un'inchiesta recente del quotidiano La Repubblica è stato posto l'accento sui rischi dello sport agonistico di vertice, prendendo spunto dal drammatico caso Bovolenta e risalendo a ritroso da Morosini fino agli antichi, e un po' dimenticati, Curi e Vendemini.
Credo che quel lavoro possa offrire numerosi spunti per commenti e rettifiche, in merito al vero ruolo dello sport agonistico, cioè verso anche un miglioramento fisico della collettività sedentaria.

Da come è trattata l’inchiesta, sembra apparire solo l’aspetto di rischio dello sport agonistico da parte di chi lo pratica. Dopo aver letto si rimane perplessi e con un dubbio nella mente, che diventa ancora più forte quando si prepara una gara podistica. Un lettore non praticante potrebbe concludere che, alla luce di simili rischi, sia molto meglio non svolgere alcuna attività e starsene in poltrona.

Se c’è una rilevante strage silenziosa negli alti vertici dello sport, sorgono spontanee le seguenti domande ai redattori dell’inchiesta: (e allora) che cosa accade ogni domenica in Italia (per non dire negli allenamenti di tutti i giorni) nelle centinaia di gare (diciamo popolari) podistiche e ciclistiche? Quanti rischiano la morte improvvisa? E quanti altri rischiano modificazioni e alterazioni cardiache permanenti?

Alla luce di questi interrogativi, caro Orlando, bisogna rimettere in discussione il ruolo e il valore dello sport agonistico? Oppure, per completezza d'informazione, sarebbe stato necessario, da parte degli autori, paragonare questa strage silenziosa con quella delle morti improvvise della popolazione non praticante sport, per evidenziare come lo sport stesso può essere solo un fattore scatenante?

Claudio Succhiarelli



L’inventore del jogging per la salute, James Fixx, è morto d’infarto. Morire invece di stare meglio: un’invitante paradosso per i media, anche se è vero che sono numerosi gli sportivi che muoiono sui campi di gioco, in palestra e in un parco. Chi pratica sport non è immortale e non ha la garanzia di benessere totale. James Fixx è morto d’infarto a poco più di quarant’anni come conseguenza di problemi cardiaci ereditari. Volendo interpretare con cinismo la situazione, era prevedibile che fosse quella la sua fine, o quanto meno che la probabilità di cedimento del cuore sarebbe stata molto elevata. “Averlo saputo prima”, si afferma spesso con la presunzione di evitare il danno. La prevenzione sembrerebbe essere la strada giusta da intraprendere, e per gli sportivi tesserati in Italia, il sistema di ricerca in questo ambito è molto più efficiente di altri Paesi che in tante altre graduatorie ci sopravanzano. Nonostante ciò, la conta di chi cede sul campo è purtroppo elevata e fa scalpore perché gli sportivi impersonificano l’invincibilità del guerriero greco Achille. Però non ci sono dei a proteggere chi corre e suda per le strade.
E per fortuna che i tempi sono cambiati rispetto a tanti anni fa. “L’hop, hop”, “l’un due, un due” ed il “vai Mennea” che arrivava dai finestrini di qualche auto non ci sono più. La mentalità è cambiata e mi sorprende verificare quante persone scorgo la sera correre lungo le strade del paese. Non tutti atleti, anzi, la gran parte solo sportivi che non rientrano nella conta della Federazione, persone che corrono per stare bene e perché, nonostante tutto e tanti, trovano che la corsa sia piacevole e gratificante. La fatica e lo sforzo che si affrontano in quelle decine di minuti che ci riserviamo qualche volta durante la settimana, non sono interpretati da tanti in maniera positiva. C’è ancora tanta gente che intende la fatica come una sensazione da evitare, e lo stesso si può affermare per altri tipi di disagio, climatico, ambientale, professionale, famigliare.
Ma non tutti gli sportivi praticanti sono tali. Non so quanti possano essere, ma con rammarico e tanta delusione ho verificato che si tratta a volte di una facciata, forse a confermare che l’abito non fa il monaco? Al mio paese biblioteca e palestra hanno porte che si affacciano sullo stesso corridoio. Nell’attraversarlo ho costeggiato pareti contornate da una decina di … pallavolisti?, giocatori di pallamano? calcetto? di certo sportivi perché indossavano pantaloncini, maglietta e scarpe da palestra. Tra un tirata di sigaretta e l’altra erano infervorati a commentare le azioni di gioco. Fosse stato febbraio avrei pensato ad una mascherata, ma l’estate era appena passata. Stessa situazione con alcuni calciatori diciottenni, o forse anche minorenni, in attesa di giocare il secondo tempo di una partita di calcio mentre giravo sul bordo esterno della pista. In questo caso un paio stavano sorseggiando un’idratante “bionda”. Non credo che con gli amici prevarrà, nelle ore post partita, l’animo sportivo ma ho più di qualche ragione di pensare che sarà il Mr Hyde ad evidenziarsi.
Chi pratica sport dovrebbe essere una persona che si vuole bene, attenta a migliorare tanti aspetti del proprio vivere per stare sempre meglio. E’ vero che la causa delle morti improvvise è quasi sempre da imputare a patologie correlate a malformazioni strutturali, spesso ereditarie, e purtroppo anche difficili da rilevare con uno screening ordinario, e che qualche tirata di sigaretta non è proprio così letale in campo, ma chissà se è vero che gli sportivi hanno anima e corpo in ciò che apparentemente evidenziano.

Orlando