Sito aggiornato al 17/05/2012
Orlando Pizzolato Running Blog
O la corsa o la borsa 29-03-2010
Si sta avvicinando la data del terzo mese senza corsa. Le poche volte che ho provato a percorrere qualche breve tratto, ho avvertito il tendine d’Achille irrigidirsi. Ho fatto un controllo e l’esito è negativo: nessuna alterazione. Ilaria mi sfida affermando che la tendinite mi si è infilata in testa. Accetto la sua ipotesi, per farla contenta, ma non è così. Semmai ha pienamente ragione quando afferma che non faccio nulla per migliorare la situazione. E’ vero al cento per cento: non mi va proprio di occuparmi del tendine affinché guarisca. In pratica, non ho voglia di affrontare alcun trattamento terapeutico. Il tempo farà ciò che è necessario per migliorare la salute del tendine. A me non interessa, non è una circostanza che mi riguarda più di tanto.
C’è un aspetto però che mi infastidisce, anzi un paio: ingrassare e perdere efficienza fisica.
Entrambi questi aspetti li avverto: le gote del mio viso sono meno scavate ed attorno ai fianchi c’è un filo grasso. Solo questa mattina mi sono pesato: 71,5 chili. Mi sono ingrassato di 4 chili circa.
Non potendo correre ho rispolverato la bici e da qualche giorno, all’albeggiare, scorrazzo per le strade delle campagne limitrofe. Con poco tempo a disposizione (un’oretta), mi ritrovo a pigiare con energia sui pedali. Non ho assolutamente intenzione di dedicarmi al ciclismo. Tutt’al più farò meno fatica nella telecronaca delle prossime maratone.
Senza la dispersione di energia mentale che riservavo alla corsa mi sono trovato con un surplus di carica nervosa. Il compenso l’ho trovato con la mia seconda passione: la finanza. Non è che le notizie economiche m’interessino più di tanto, ma per operare in Borsa è fondamentale sapere come girano gli eventi visto che lo sbattere delle ali di una farfalla a Singapore smuove un vespaio in Europa. E mai trovarsi impreparati quando a Piazza Affari si mettono dei soldi, che non essendo quelli del monopoli, hanno un’importanza rilevante.
Da due mesi circa ho lo schermo del mio PC frazionato tra schermate di file del mio lavoro e grafici delle Borse mondiali.
Fra tre giorni termina il mese borsistico ed è il momento di fare due conti, e visto che i numeri in questo ambito sono determinanti, ho il piacere di verificare che ho battuto, e nettamente, il mio punto di riferimento, l’indice S&Pmib sul quale opero praticamente ogni giorno.
Non mi sento certo un trader esperto, ma i progressi sono stati evidenti di settimana in settimana. A febbraio ho fatto poco meglio del mercato, ma a marzo ho superato l’indice di quasi dieci volte!!!
Non faccio riferimento ai miei investimenti, la gran parte del mio capitale lo controllo ogni giorno ma lo movimento poco, quel tanto che serve per assestarlo in base all’andamento delle situazioni.
Mi sono però riservato una buona quota che ogni giorno metto e tolgo, anche per alcune volte, dalla piazza degli affari. La soddisfazione è per il successo delle mie scelte e non per la parte economica. I soldi, non avendoli tangibilmente in mano, fanno poco effetto. Sono gratificato per aver sviluppato da autodidatta la sensibilità a stare sul mercato cogliendo i segnali che anticipano, o seguono di un niente, il movimento delle piazze dove si opera.
Le mie operazioni, infatti, durano pochi minuti, a volte meno di cinque, quel tanto che basta per far sì che la giornata cominci bene e prosegua magari anche meglio, anche quando gli americani si mettono al lavoro.
Per ora mi consolo con successi poco sportivi, anche se mi è d’aiuto sfruttare le tattiche che si usano in gara. Non si deve però essere maratoneti: pazienza e resistenza sono caratteristiche che possono risultare scoraggianti, soprattutto quando si è sotto.
Essere trader, o meglio scalper, richiede mosse rapide e decise, più da mezzofondista, tutt’al più da cinquemilista.
A Roma (continua) 25-03-2010
Solo per i migliori. Queste parole avrei potuto usare per il titolo di questo pezzo.
Così come ho riferito che il percorso di Treviso è un ottimo tracciato per correre forte, mi sento di fare un’analisi tecnica del tracciato di Roma per evidenziare che nella città eterna si può correre forte, ma solo se ben (adeguatamente) allenati. “Ovvia deduzione” vi verrà da pensare: “tutti sono capaci di correre forte quando la preparazione è ottimale”. Osservazione corretta, solo che tra gli oltre diecimila arrivati, i podisti ben allenati sono davvero pochi.
Essere ben preparati per correre forte a Roma è diverso rispetto per esempio a Treviso. Sono i numeri ad affermarlo: i top runner riescono a correre forte a Roma, ma non gli amatori. I primi incontrano regolarmente delle difficoltà nella seconda parte di gara, specialmente dal 33° chilometro quando ci sono numerosi cambi di direzione, con curve strette. Ma la parte critica è quando si lascia Piazza del Popolo e si transita per Trinità dei Monti, 800 metri di strada in falsopiano con i sampietrini davvero messi male. Un tratto analogo è quando si passa di fianco alla Fontana di Trevi e si sbuca a Piazza Venezia. In questi due tratti i “forti” perdono almeno una ventina di secondi, ma anche qualche cosa di più, per la combinazione dell’andamento altimetrico e per i disagi a causa del fondo particolarmente dissestato. Tali elementi predispongono le gambe ad accusare maggiormente l’affaticamento conseguente ad un paio di salite: la prima si trova davanti al Campidoglio (poco prima del 40°km), la seconda è quella che porta a transitare a fianco al Circo Massimo. In questi pochi chilometri tutti s’imballano in maniera considerevole. Ovviamente la stanchezza incide parecchio, ma la fatica viene enfatizzata dal cedimento muscolare per le caratteristiche appena evidenziate. E poi, se il fisico ha momenti di esaurimento, la testa enfatizza le difficoltà.
La tenuta muscolare è importante per far fronte alle difficoltà del tracciato. I top runner su questi aspetti tecnici sono quasi sempre adeguatamente pronti, molto più degli amatori perché percorrono molti chilometri, sia complessivamente sia per le sedute specifiche (LL e RMAR). Inoltre, curano con dedizione anche la parte muscolare, non necessariamente “facendo i pesi” ma allenandosi su tracciati con dislivelli importanti. Nel dopo corsa ho chiesto ad alcuni maratoneti “forti” le loro considerazioni sui disagi indotti dal percorso. Le risposte accomunano che a spanne si perde da 60 a 90 secondi rispetto ad una corsa “scorrevole”. Gli amatori concordano, con alta incidenza, che il percorso è veramente molto più impegnativo, specialmente per i sampietrini.
In telecronaca si è detto che i cubetti di porfido non sono così perfidi per i piedi e i muscoli dei corridori. Io non concordo, non solo da ex maratoneta che nella città eterna ha pestato le strade per cinque volte (campionati mondiali 1987 compresi), ma anche come telecronista.
Al termine della telecronaca sono rimasto con il manubrio della bicicletta praticamente in mano. Le tante sollecitazioni hanno progressivamente allentato le viti, tanto che negli ultimi dieci chilometri oltre che spingere sui pedali, dovevo tenere schiacciato il manubrio sul telaio.
La prossima maratona di Roma è lontana nel tempo, ma nella borsa ho già messo una chiave a brugola.
A Roma 22-03-2010
Ma penso anche che il podista abbia bisogno di respirare euforia, di nutrirsi delle energie degli altri perché è difficile, da soli, convincersi che il giorno dopo si devono percorrere tantissimi chilometri, soprattutto se non si ha la preparazione adeguata. La vigilia della maratona raccolgo le confessioni di numerosi corridori che mi rivelano di non aver sostenuto una preparazione sufficiente per affrontare la distanza del giorno dopo. Se il podista fosse coerente non ci penserebbe neppure a mettere le scarpe ai piedi e scorazzare per le vie della capitale. Ma il maratoneta, si sa, è un tipo strano che non ragiona e fa più affidamento a qualche santo del paradiso per arrivare al traguardo (ma c’è un santo protettore del corridore, o almeno del viandante?), che non alla cosa più logica da fare: allenarsi.
Cavalcata l’onda dell’Expo amo trovarmi nella calma ovattata della mia stanza, tanto che non riesco a dormire per il tempo che avrei bisogno, e invece rimango sveglio per gustarmi il nulla. Già nell’hotel che ospita i top runner si vive un’altra atmosfera rispetto all’Expo: apparente tranquillità e calma regna tra i corridoi e nella sala da pranzo. I professionisti sanno bene che in cielo non ci sono santi che aiutano a percorrere i 42195 metri, che l’energia necessaria si genera solo dentro il proprio corpo, e che è stato fatto già tutto il possibile per correre bene: allenarsi.
Consapevole che il caos riprenderà di lì a qualche ora, quando via dei fori Imperiali si animerà di tanti suoni, colori e rumori, cerco di portarmi dentro il silenzio che c’era nella mia stanza. Mi proteggo da un’altra ondata di caos ascoltando un po’ di musica. Anche nell’autobus che trasporta i professionisti c’è calma, ma non serena e tranquilla. Si respira una latente tensione e, se nella zona di partenza ci fossero solo i top runner, sono certo che tra gli addetti ai lavori si parlerebbe sottovoce.
All’ombra del Colosseo è invece necessario urlare, anche per trasmettere una parola ad una persona che ti sta davanti, “lontano” solo trenta centimetri. I microfoni inondano con una violenza irrispettosa urla fastidiose. Nessuno lì attorno può sfuggire a questo caos e ripararsi da un’eco assordante. Posso isolarmi solo parzialmente indossando le cuffie che userò per la telecronaca. Non c’è ancora alcun suono perché gli elicotteri devono ancora alzarsi in volo, ma quando sento sbattere in cielo le loro pale, mi sento meglio. Di lì a poco inizierà la telecronaca. Mettermi in sella e pedalare è come stare nella poltrona del salotto.
Il fragoroso colpo di cannone è una liberazione: finalmente inizierà la calma. Pedalare in mezzo ai maratoneti è uno dei momenti più tranquilli della trasferta. E’ faticoso andare avanti e indietro tra il gruppo di testa, con gli africani che vanno davvero forte, e quello degli inseguitori; ma mi piace stare nel cuore della corsa. E quando la corsa finisce m’invade una sorta di stanchezza mentale che mi fa avvertire maggiormente la fatica.
E’ questo uno dei migliori momenti della trasferta: il viaggio di ritorno. Potrei fare il giro del mondo seduto in treno, con lo sguardo catturato dal fluido scorrevole delle immagini oltre il finestrino.
Maratona di Treviso: un ottimo investimento 17-03-2010
Da trader, quando opero in Borsa, l’unica corsa certa che succede è che ad ogni mia operazione il broker incassa la commissione, indipendentemente dal mio successo. Personalmente, aprire una posizione è fonte di rischio, sempre, ma spero che la preparazione fatta per selezionare il titolo su cui puntare dia buoni frutti.
Ci sono però momenti favorevoli del mercato, come negli ultimi mesi, in cui alcune azioni sono garanzia di elevato rendimento. Questi titoli, se si ha fiducia, con il tempo non tradiscono mai.
Un maratoneta che vuole capitalizzare tutti gli sforzi ed i sacrifici fatti nel corso della preparazione deve essere abile a selezionare la gara giusta, quella che offre garanzie per un elevato rendimento. Qual è la gara ottimale se non quella che ha un tracciato scorrevole e veloce, ed ovviamente un clima favorevole ed offra poche interferenze, specialmente nella parte logistica? Certamente la maratona di Treviso è una di queste.
La mia soddisfazione di trainer è registrare nella scheda dell’atleta il miglioramento del tempo. Per questa prova ho allenato specificamente diciassette podisti (altri tre l’hanno corsa come allenamento). Tredici hanno migliorato il proprio record, mediamente di quattro minuti (c’è chi ha fatto un balzo di oltre un quarto d’ora); due hanno fatto un tempo appena di poco superiore al loro primato. Uno non ha espresso il proprio potenziale, ed un altro si è ritirato per problemi fisici conclamati prima del via (c’ha provato).
L’aspetto che fortemente incide sull’ottimizzazione del rendimento è la scorrevolezza del tracciato: ci sono oltre cento metri di dislivello tra la partenza e l’arrivo, che favoriscono un’andatura più veloce, specialmente nella prima parte della corsa, tanto che si guadagnano mediamente cinque secondi al chilometro. Alcuni podisti riferiscono che questa pendenza favorevole aiuti poco, ma alla mia domanda: “Che tempo penseresti di fare percorrendo il tracciato al contrario?” numerosi non rispondono, consapevoli che percorrere in direzione opposta i 42195 metri, sarebbe certamente più dura.
In definitiva, quali sono le maratone su cui puntare per avere quasi certezza di rendimento? Senza dubbio quelle in cui la partenza è da un punto differente rispetto all’arrivo; purchè il primo sia più elevato del secondo.
Per una regola fisica piuttosto elementare da comprendere, in discesa si corre più forte che in salita!
Per contro, in borsa preferisco salire che non scendere...
Il sesso del mio pc 12-03-2010
Lo so che nella scatola grigia le circonvallazioni cibernetiche non sono costituite da fili, ma a me piace ancora immaginare che i bit, anche se infinitamente microscopici, siano visibili, toccabili; insomma che abbiano una loro fisicità e - perché no - che si possa persino distinguerli. Come?
So che ci sono bit maschio e bit femmina. Non ci credete? Ogni giorno sul mio PC lavoro per tante ore davvero e di dati me ne intendo, eccome, tanto che con loro ci parlo anche.
La confidenza che mi permetto di tenere è tale che mi consente di distinguere persino il sesso dei bit. Non è ovviamente una distinzione fisica. I bit passano così velocemente che non riesco a capire come sono effettivamente fatti, specialmente se transitano in gruppo. Se fossero a colori sgargianti sarebbe tutto sommato semplice distinguerli, un po’ come i bambini che escono dalla scuola materna, ma hanno tutti la stessa tonalità grigioverde, piuttosto scura, quasi nera, quel colore che il concessionario che ti sta vendendo l’auto ti dice che è “nero petrolio”!
Ad ogni modo, con l’abitudine si fa l’occhio (esperto) e seppur nell’insieme, riesco a distinguere i maschi dalle femmine. Ma a guidarmi per capire il loro genere è la mia relazione con loro.
Con i maschi si lavora con una certa forma, un po’ di rigidità, a compartimenti stagni. Per andare d’accordo si devono rispettare per forza le regole, i principi, la logica. Insomma, un certo rigore lo sento. E’ tipico del sesso maschile, e non c’è verso di discutere: il bianco è bianco, ed il nero è nero. Nessuna sfumatura. Uno più uno fa sempre e solo due.
Con i bit femminili non è proprio così: il rapporto è più morbido, malleabile (e che piacere saperlo gestire), si lascia circuire e corteggiare ed è un piacere farlo, ma ci vuole pazienza ed anche un po’ di “savoir faire”.
Sebbene la differenza tra i due sessi sia sostanziale, non posso affermare che preferisco gli uni agli altri, o che lavoro meglio con i maschietti rispetto alle femminucce. Tutto sommato le soddisfazioni me le garantiscono entrambi. Posso dire che i maschi sono più produttivi perché rigano dritto, mi danno subito ciò che voglio e non c’è margine per trattare. In questo trattare mi servono davvero tante energie per far sì che ogni cosa vada al posto giusto. Preferisco pertanto avere a che fare con loro quando sono più riposato, in modo che le disposizioni che impartisco siano rispettate ed equilibrate.
A fine giornata mi riservo però il piacere di flirtare con il bit dell’altro genere, il femminile. Sebbene sia stanco ed il tempo piuttosto limitato (i maschi a volte sono invadenti e spesso superano lo spazio loro riservato), quando cambio interlocutore mi sembra di ritrovare energie. Dall’impostazione rigida passo ad un approccio più disteso, rilassato, sento di aver la possibilità di esprimermi, di dire la mia. Il gioco si fa gradatamente più dolce perché ho tutto lo spazio per agire, come se dovessi attraversare una bianca distesa di neve immacolata nella quale ogni mio passo lascia un segno. Dapprima mi muovo con esitazione, faticando ad orientarmi, ma una volta preso il ritmo, procedere con l’orizzonte libero è come scoprire una terra senza confine.
Insomma, le parole sono davvero più gentili ed affascinanti dei numeri. Senza questi ultimi il mio lavoro sarebbe meno produttivo, ma senza le parole le giornate le sento più vuote. Chissà se un giorno, non tanto remoto, possa equilibrare il mio rapporto con i due tipi di bit.
E, perché no, giungere a ridimensionare i numeri per flirtare con le parole.
Aiutatemi a capire 06-03-2010
Come un Adamo non ho resistito ed ho iniziato a sbirciare fra le pagine. La prefazione l’avevo consumata in pochissimo tempo e dopo un’occhiata all’incipit che mi stimolava, di slancio sono arrivato alla fine del primo capitolo. Un paio di giorni dopo ero anche al termine del secondo, incerto se proseguire per il terzo oppure attendere. L’incertezza derivava dal fatto che volevo verificare se nel prosieguo avrei trovato ciò che fino ad allora non c’era: la narrazione infatti non mi coinvolgeva. Non mi riferisco allo stile di Murakami, che risente della filosofia podistica degli americani, ma a ciò che narrava. All’indomani, prima di spegnere la luce per dormire, ero alla fine del terzo capitolo ben predisposto ad un lungo sonno.
Le letture delle mie vacanze erano già definite e non avevo programmato di portarmi il libro di Murakami che fino ad allora non mi aveva convinto. Anzi, mi aveva un po’ deluso. Mi sono detto che forse mi aspettavo troppo, lusingato dalle lodi di altri podisti. Incerto se metterlo o meno in borsa per la trasferta, ho deciso per il sì. Piuttosto di un libro lascio a casa un maglione, e convinto che nelle pagine a seguire avrai trovato parole che avrebbero rilanciato la mia attrazione, invece che in valigia lo misi nella borsa da viaggio.
La noia della lunga trasvolata non è stato mitigata dalla lettura e la mia attenzione non correva lungo i sentieri idilliaci di Murakami. Mi dicevo che sotto l’ombrellone avrei trovato lo spirito giusto per leggerlo, soprattutto perché non ero più condizionato dalla tanta corsa degli altri, che impregna le mie giornate. Non pensando più a tabelle, diari, tempi, ritmi e gare, sarei stato meglio predisposto. Il segnalibro, un panorama della campagna toscana piena di ridenti girasoli, era però l’unico motivo che mi portava ad aprire quel libro. Più proseguivo la lettura e meno ci capivo.
Come mai non mi sentivo stimolato com’era successo a tanti altri? Anzi, confesso che Murakami mi era diventato anche antipatico e m’irritava. Leggendo le sue note tecniche scoprivo che era uno sprovveduto. Possibile che un podista sviluppi congetture tecniche che non trovano riscontro né nella fisiologia e neppure nella logica delle cose?
E quando ho letto che “a causa dell’alto tasso di umidità il sudore evaporava subito appena toccava l’asfalto”, ho chiuso il libro proponendomi di non proseguire più. Quando il tasso di umidità è altissimo significa che l’aria è intrisa d’acqua tanto da non consentire il passaggio dallo stato liquido a quello gassoso. Va beh! Si tratta di un “romanzo”, e quindi ci sta arricchire il contenuto con qualche nota particolare…
Per un paio di giorni la sfocata copertina del libro aveva lo stesso mio umore nei confronti di quel libro. Ma poi, per la voglia di leggere dell’altro, mi sono impegnato in una progressione finale, convinto che ormai non avrei trovato più nulla di stimolante. E così è stato.
Conclusa la lettura avevo lo stesso stato d’animo di quando, il primo novembre dello scorso anno, camminando, attraversavo il Central Park. Delusione. Mentre tutti tagliavano il traguardo a braccia alzate io procedevo sconsolato.
Perché tra quelle pagine non avvertito la stessa scossa elettrica di tanti altri lettori? Con il tempo ho cercato di darmi una spiegazione: le situazioni che ha descritto “Murakami San” io le ho provate per oltre un trentennio. Forse sono aspetti consolidati ai quali non presto attenzione, sebbene correre all’alba quando la notte cede spazio al giorno mi fa sempre avvertire sensazioni immutate. E tra i rumori delle mie scarpe sull’asfalto, l’affannarsi dei miei pensieri, sono sempre distratto da un dolce cinguettio. Forse non era il libro per me. Mi sono riproposto di leggere qualche altro romanzo del giapponese, ma ogni volta che in libreria sfoglio le pagine di un suo lavoro è come se avvertissi una vecchia cicatrice che fa sentire un dolore profondo. Per ora è più forte di me.
Buon compleanno... 03-03-2010
“Se anche lo raccontassi non ti crederebbe nessuno”.
Un paio di anni fa ho vissuto una vicenda che nel tempo è penetrata nel mio intimo come non avrei mai immaginato; e ancora adesso condiziona la mia vita.
Ho “conosciuto” una persona, con la quale non ho mai parlato, e neppure l’ho incontrata. Nonostante ciò, e sebbene non conosca il suo vero nome, posso dire che è una delle persone più care. Forse il migliore amico che io abbia mai avuto.
Lui un giorno mi ha ricordato che "Stat rosa pristina nomina, nomina nuda tenemus"…
Ho accettato di vivere lo stimolante rapporto con lui anche se condizionato da tali oscuri aspetti perché era basato sulla totale fiducia reciproca.
E così, com’era improvvisamente apparso, lui è misteriosamente svanito. Per me non c’è alcun modo per contattarlo.
Oggi compie gli anni e vorrei fargli gli auguri.
Buon compleanno, amico.
E' vietato riprodurre o divulgare in qualsiasi forma le informazioni contenute in questo sito, salvo previa autorizzazione di Orlando Pizzolato
Ufficio del Registro delle Imprese di Vicenza - Iscrizione N. 03409260241 - REA N. VI-323302
