20/06/2013

Pizzowhat di Correre - Numero 343 - Maggio 2013 - Ancora morte di corsa

PIZZOWHAT
Numero 343
Maggio 2013

Ancora morte di corsa... lettera al direttore


Caro Orlando,
su Correre di aprile avevo appena letto la tua risposta a proposito del servizio con cui, su La repubblica, si era messo in evidenza la presenza della morte dello sport, quando è arrivata la tragica notizia della morte dell’ex calciatore Ponzo sui tornanti della Verdemontana.
Ex calciatore e vero runner, da quello che mi risulta. Da lettore di Correre ricordo una bella, doppia intervista sui destini incrociati di due “spezzini”, lui che nello Spezia aveva giocato e si era innamorato della corsa, e il suo amico Stefano Mei, un grandissimo del nostro mezzofondo, che andava a vedere le partite dell’amico.
Non era uno sprovveduto, quindi, Ponzo.
La notizia ha fatto finire il trail sui giornali. Su La Gazzetta dello sport, Fausto Narducci, competente di atletica e mai polemico, ha però posto l’accento sul fatto che il trail stia affascinando tanti maratoneti annoiati dalla strada, che sull’onda di una nuova meta finirebbero per sottovalutare l’impegno fisico di tanti chilometri in montagna. Allo stesso modo, sempre secondo il giornalista, anche gli organizzatori sarebbero un po’ improvvisati.
La prima reazione è stata di fastidio: non generalizziamo, noi non siamo così, Ponzo non era così.
Poi, a mente fredda, mi ha assalito un sospetto: e se poi in quel commento che mi fa male ci fosse un fondo di verità? Non è che stiamo tutti un po’ correndo, come si dice in questo periodo di crisi, al di sopra delle nostre possibilità?
Un caro saluto
 
Marcello Bastiani – Montebelluna (TV)


Generalizzare non è in effetti corretto perché si rischia di immischiare nella discussione chi è invece meritevolmente al di sopra delle illazioni, sia organizzatori, sia atleti. Nelle manifestazioni in cui ci sono state situazioni alterate, queste erano relative per fortuna a rari casi, mentre la gran parte ha goduto della gratificazione di eventi podistici particolari come sono le corse in natura.
Con soddisfazione rileviamo tutti che mondo del trail è in evoluzione, ma come succede nelle situazioni in fase di sviluppo, spesso corrono più le idee dei fatti. La voglia di interpretare la corsa in maniera differente rispetto alla tradizione (ma io corro su “strosololi”, dal dialetto vicentino per indicare il sentiero, dal 1972, da quando ho iniziato a correre perché la corsa era essenzialmente fuori dall’asfalto), che vede i podisti ricercare maratone in ogni angolo del modo, porta appunto sempre più praticanti a lasciare le strade per lo sterrato. Non si tratta però di normali corse fuori strada, come si pratica da sempre nel mondo anglosassone dove i podisti percorrono 10, 15, 20 e più miglia attraverso le campagne, i boschi e superando vari ostacoli naturali (in pratica, la corsa campestre), ma di corse particolari nelle quali è essenziale/fondamentale superare un elevato dislivello. Io sono il primo a rinunciare a queste manifestazioni perché il dislivello è eccessivo per le mie capacità di podista; forse come camminatore le potrei affrontare ma in questo caso non sarei appunto corridore visto che devo procedere al passo.
Come allenatore di podisti noto che ci sono corridori, demotivati dal correre sempre le solite maratone e bramosi di affrontare nuove esperienze podistiche, che affrontano queste prove senza un’adeguata preparazione. Oltre a non ottimizzare la parte fisica perché supportati dal proprio motto (mi piego ma non mi spezzo), vanno anche allo sbaraglio pensando che la corsa in questione è una “scampagnata” tra boschi e montagne perché tanto ci pensano gli organizzatori. Le corse trail, per distanza e dislivello, sono prove ben più impegnative della maratona, sia sul piano organico sia muscolare, anche se le pause al passo sono maggiormente tollerate rispetto alle manifestazioni in cui la prestazione si misura con il cronometro, e consentono di prendere fiato dall’intensità dello sforzo. Podisti non esperti in questo ambito sottovalutano l’entità dell’impegno e gli effetti della fatica. Per orgoglio a volte si sopravalutano. Spesso corrono contro l’avversario, trascurando che i propri limiti sono invece il freno dello sforzo e che questo confine è spostato indietro dall’ambiente e dal contesto in cui si svolge la prova. Un semplice sentiero addolcito dalla presenza di fiori non è lo stesso per tutti i podisti: ci sono corridori che ne scorgono i colori, altri che non vedono neppure dove andranno ad appoggiare i loro piedi nelle successive falcate. La fatica è subdola quando il contesto in cui si corre è impegnativo. Una crisi ipoglicemica su una strada asfaltata disorienta, ma è più facile da gestire. Quando invece ci si trova a dover mettere i piedi su un terreno insidioso, ogni passo può essere critico. Io penso che si debba essere sempre coscienziosi nelle cose che si fanno senza la necessaria esperienza, e quando la si ha acquista si deve aver comunque rispetto, un po’ di timore e riverenza degli ostacoli naturali da affrontare e superare.
Ha sempre fatto sorridere tutti quell’aggeggio un po’ kitsch che si attaccava a calamita sul cruscotto dell’automobile. Tra le foto di moglie e figli c’era scritto “pensa a noi”. Quell’orrendo pezzo di plastica stonerebbe ancora di più ai giorni nostri, tra tanti oggetti tecnologici, ma bisognerebbe sempre tenere a mente che non siamo indistruttibili ed invincibili.

Orlando