20/06/2013

Pizzowhat di Correre - Numero 344 - Giugno 2013 - L'opulenza dell'Occidente

PIZZOWHAT
Numero 344
Giugno 2013

L'opulenza dell'Occidente... lettera al direttore


Caro Orlando,
mi rivolgo al maratoneta che ha corso in tanti paesi del mondo per confrontarmi su una piccola riflessione che riguarda i fatti di Boston.
Alla fine mi sembra di capire che tutto è riconducibile all’azione di due fratelli ceceni, che pur essendo arrivati negli Stati Uniti utilizzando il diritto di asilo che l’America concede ai rifugiati politici, vivendo lì giorno dopo giorno hanno cominciato a odiare il paese che li aveva accolti.
Resta da capire perché hanno scelto la maratona per la loro criminale impresa ed è a proposito di questa domanda che mi nasce un dubbio: che il running sia visto da chi non corre come uno sport per privilegiati, non perché costoso, ma perché chi corre sembra non avere problemi. Guardare una persona che corre significa vedere una persona felice.
Ho un ricordo ormai vecchio di New York, Chicago e Boston. Forse qualcosa da allora è cambiato. Tu che giri me lo dirai. Ma ricordo una netta divisione tra la vita degli immigrati e quella dei bianchi. L’immigrato fa lavori umili, come le pulizie, abita lontano dal centro della città e per pulire un ufficio prima che apra deve alzarsi in piena notte. Quando ha finito non ha voglia di correre e con i pochi soldi che ha deve accontentarsi di un fast food che prima o poi lo farà diventare obeso.
Avevo corso le maratone di quelle città e mi era sembrato che in gara ci fossero solo bianchi. Pochi neri e pochi latini, che invece in giro erano già tanti.
La maratona ha un costo e non è basso.
Forse nella testa allucinata di quei due fratelli tra la maratona e un campo da golf non c’è tanta differenza. E’ solo un altro simbolo dell’opulenza dell’occidente.
 
Sportivi saluti
 
Cosimo Carella - San Giorgio a Cremano (NA)


E’ difficile mettersi nei panni di un criminale perché si deve alterare la percezione delle cose e degli eventi, ed ovviamente si deve godere del dolore e della paura che le altre persone vivono quando si provoca un danno offensivo. A questo punto si è disposti ad agire su ogni fronte, selezionando però obiettivi vulnerabili. I due attentatori di Boston, pur odiando gli americani - come giustamente riferisci tu – non erano probabilmente in grado di gestire un evento con una programmazione sofisticata. La maratona, come obiettivo da colpire, è tutto sommato facile e semplice e non è stata scelta a caso la corsa di Boston perché per gli americani rappresenta la maratona per antonomasia. Anche se il Patriot’s Day si festeggia solo nel New England, la corsa che da 117 anni parte puntualmente da Hopkinton è un evento al quale ogni podista vuol prima o poi correre. Non credo sia solo per la storia, ma incide tanto sulla percezione collettiva il fatto che per parteciparvi non è sufficiente acquistare il pettorale: è necessario conseguire il tempo di partecipazione.
L’attentato alla maratona di Boston ha quindi agito più sull’animo e la coscienza delle persone che sulla sostanza.
Poteva essere molto peggio di ciò che è stato. Eclatante sarebbe stato se le bombe fossero esplose quando i primi maratoneti tagliavano il traguardo. Maggiore sarebbe stato il numero delle vittime se le bombe fossero scoppiate alla partenza. Comunque sia andata, tutti ci siamo sentiti coinvolti e scioccati perché poteva toccare a noi, o peggio, ai nostri famigliari visto che le vittime sono stati proprio degli spettatori.
Ora, accingendoci a prendere parte ad una manifestazione podistica, tutti noi siamo sensibili ad ogni elemento sospetto. Una borsa appoggiata ad un albero suscita timore. Uno sparo che dà il via ad una corsa crea un sussulto. Una persona che assiste al transito dei corridori può essere uno spettatore sospetto.
Se una volta i pericoli nelle nostre strade erano le salite, ora sono i timori e i sospetti a creare maggior apprensione. Non sarà facile stare a stretto contatto con altri corridori intenti a sfidare sé stessi nello sforzo della corsa, senza che il brivido per l’imminente partenza della gara sia inquinato dal brivido indotto dal timore.
Spetta ad ognuno di noi allontanare le paure che l’esplosione delle bombe di Boston ha suscitato nel nostro animo. I podisti di natura sono ottimisti, altrimenti non affronterebbero le difficoltà che ogni corsa determina, ed è proprio questa la nostra forza. Possiamo affermare con convinzione che supereremo anche questa crisi.

Orlando