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Orlando Pizzolato Running Blog

Cronoscalate 29-04-2010

 
L’allenamento podistico che preferisco è la corsa media per quella combinazione d’impegno fisico e rendimento. E’ gratificante procedere a buon passo sentendo di aver margine. Sul piano podistico ora mi posso concedere solo sedute di corsa ad andatura lenta per non sollecitare oltremodo il tendine, che sembra gradatamente migliorare. La soddisfazione dell’impegno della corsa media lo devo quindi trasferire alle uscite in bicicletta.
Per ora il rapporto corsa - bici è di 1 a 2, vale dire faccio una seduta a piedi e due in bicicletta e siccome mi piace spingere, in bici non mi risparmio, ed in seguito alle minori sollecitazioni che si ripercuotono sulle gambe, quando pedalo spingo sempre. Per evitare condizionamenti non uso alcun rilevatore di velocità, fatta eccezione per il cronometro che faccio scattare nelle sedute di fondo medio in salita. Una volta la settimana, o meglio ogni cinque giorni circa, mi cimento in una cronoscalata. In pratica, affronto una salita di 6-8 chilometri con pendenze medie del 6-8% circa. Non ho obiettivi agonistici, né salutistici: pedalo solo per fare fatica. Anzi, per mettermi alla prova. La combinazione fatica e rendimento mi stimola e da questo braccio di ferro esce il risultato della prova. Non lo nascondo che l’ambizione di migliorare i tempi di percorrenza mi gratifica, ma non mi preoccupo dell’esito della prova se non quando premo il pulsante del cronometro sull’ipotetico traguardo.
Come riferito, le uscite in bici le faccio perché non posso correre, ma come non partecipo a corse podistiche allo stesso modo non metterò mai il pettorale di una manifestazione ciclistica, e quindi quando spingo sui pedali lo faccio solo per me stesso. Per quel singolo momento della giornata perché poi tutto passa in un archivio che però non ha memoria se non per la traccia del tempo impiegato che memorizzo sul mio diario podistico. Per ora mi sono limitato a cinque ascese ciclistiche: tre fino alla frazione di San Rocco e due a San Ulderico. Ad ogni prova ho migliorato i tempi mediamente di venti secondi, vale a dire un modestissimo 1%.
La prima seduta di medio in salita (fa più effetto definirla cronoscalata) l’ho fatta alla seconda uscita in bici e quindi senza alcuna efficienza, né organica né muscolare. Avevo il timore di non arrivare in cima più per mancanza di forza che di fiato. E’ fisiologico avvertire quindi sensazioni positive praticamente ad ogni uscita in bici. Già ieri, in un fartlek ciclistico, sentivo che i muscoli delle cosce erano tonici e “potenti” perché nelle variazioni tenevo una buona cadenza di pedalata e con rapporti lunghi. I benefici della seduta di ieri (la forza è una qualità fisica che si acquisisce con grande rapidità) si sono sentiti già oggi. Dopo 1,5 chilometri di riscaldamento (non c’è il tempo per fare di più), ho affrontato i tornanti verso San Rocco. Azionato dapprima il cronometro per misurare il tempo, mi sono poi concentrato sullo sforzo respiratorio. In bicicletta trovo sia più semplice avvertire l’impegno fisico e riesco a sentire chiaramente quando lo sforzo passa da aerobico ad anaerobico. La prova dura poco più di mezz’ora e quindi riesco a stare appena oltre la soglia ventilatoria anaerobica. A volte provo osare un po’ di più ma sono consapevole che nel giro di qualche centinaio di metri devo rientrare nel precedente livello di sforzo; o meglio, l’impegno respiratorio tende ad essere sempre lo stesso, ma modulo l’impegno muscolare agendo sui rapporti. Questa mattina ho avvertito da subito che le gambe erano toniche per la prova di ieri e, in effetti, ho pedalato con un dente in meno per il 90% della salita. Ero consapevole di procedere più velocemente e lo avvertivo anche dalla maggior efficienza di pedalata. Concentrato sulla cadenza regolare e costante sono arrivato a premere il cronometro 1’12” meglio della settimana precedente. Potrebbe essere una piccola soddisfazione, se non fosse che un anno fa impiegavo all’incirca tre minuti in più… ma di corsa.
In ogni caso, in bici o a piedi, è proprio bello percorrere la strada praticamente deserta, avvolta da inebrianti profumi primaverili di bosco ed osservare dall’alto il primo raggio di sole che invade la pianura dell’alto vicentino.
L’altra sfida è arrivare ai piedi della discesa prima che il sole sia completamente sorto.

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In televisione 24-04-2010

 
Il colpo di pistola per ogni podista è un rumore liberatorio. Sogni, aspettative, tensioni, ansie, paure e tante personali emozioni fluiscono liberamente nel corpo come fossero stati improvvisamente aperti sbarramenti che bloccavano le energie. L’aria in faccia dà una sensazione liberatoria ed il pulsare del cuore mette in circolo una gran quantità di linfa vitale, necessaria per far funzionare al meglio il proprio corpo. Sensazioni simili le avverto quando sono seduto in bici e parte la gara. Diversamente dal podista però non farò fatica, aspetto di rilevante importanza, anche se in corpo rimane la tensione generata dalla preoccupazione che qualche cosa potrebbe non andare per il verso giusto.
Mi sto avvicinando alle 100 telecronache fatte in bici. Ora, rispetto alle prime uscite, pedalare a fianco dei maratoneti è tutt’altra cosa.
Una ventina di telecronache le ho fatte anche dalla postazione fissa, osservando i corridori attraverso un monitor, cercando quindi d’interpretare da vari segnali come si evolve la loro corsa. La cronaca dalla postazione fissa non è stimolante come quella in bici: non si è dentro all’evento con tutti i sensi.
Non mi sono invece ancora abituato a stare davanti alle telecamere fisse come avviene nelle trasmissioni in studio. Non è una questione di emozioni, perché non si pensa che a vedere il programma c’è tanta gente. Gli interventi si fanno come se si stesse dialogando solo con l’interlocutore e le persone presenti nello studio. In pratica è una chiacchierata con i presenti. Ad aumentare le tensioni nelle trasmissioni dallo studio c’è però la scaletta del programma, di solito serrata e con tempi stretti. Negli interventi si deve cercare di essere sempre piuttosto concisi altrimenti noti che da dietro le telecamere il personale inizia a farti gesti che è facile interpretare, perché fanno segno di stringere.
Le differenti emozioni della trasmissione in studio iniziano con l’accesso alla sede della Rai. E’ necessario ritirare il pass, procedura semplice ma che segue regole molto ferree. Non è come stare sulla zona di partenza della maratona: con il pass al collo ti muovi agevolmente avanti e indietro, e lo fanno in tanti. Anche nei corridoi della Rai c’è molto andirivieni di impiegati, tecnici, addetti vari, qualche presentatore famoso assieme al suo ospite di trasmissione.
C’è poi da firmare il contratto e la liberatoria della trasmissione. Le firme e le sigle da apporre sono tante, e guai dimenticarne una. L’addetto controlla con particolare attenzione. Per tali operazioni burocratiche se ne va almeno un quarto d’ora. Sono le stesse cose che faccio a casa quando ricevo i contratti delle telecronache, ma nel mio ufficio la situazione è diversa. Lì invece ti mettono pressione, anche se non sembra.
Ci si avvia poi verso lo studio, uno stanzone freddo avvolto da cavi smisuratamente lunghi, spessi ed aggrovigliati. E poi luci, fari, telecamere e tanta gente che si muove con frenesia. Tutti hanno in mano la scaletta della trasmissione: una serie di fogli contrassegnati da scritte di varie dimensioni e caratteri per risaltare le cose più importanti, spesso evidenziate da colori vivaci.
Una signora mi domanda se voglio passare per la sala del trucco. Chiedo se posso evitarlo. Risponde di sì, ma comunque m’incipria la pelata. La testa con pochi capelli riflette la luce dei fari. Un’altra mi scruta come nemmeno mia moglie fa, alla ricerca di capelli e fili, e comunque una spazzolata sulla maglia me la rifila. Infine arriva il tecnico con il microfono e intrufola il filo sotto la maglia.
Da un altoparlante una voce scandisce il conto alla rovescia.
Tanta attenzione per ogni dettaglio ed in questo marasma c’è il timore di non fare errori, di non avere la battuta giusta.
Mi tranquillizza immaginare che sarà come sempre: dopo il via ogni tensione si scioglierà.

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"Caregoto" a dieta 17-04-2010

   
Una dieta presuppone delle rinunce, anche se non è sempre così. Nei giorni che precedono la maratona le rinunce sono a scapito di proteine e grassi, aspetto che per un podista è marginale perché i corridori sono, quasi sempre, golosi di carboidrati e dolci.
Gran parte delle diete sono proposte per controllare il peso corporeo. Negli ultimi tre mesi, in seguito all’inattività podistica, sono aumentato di quattro chili, ma da alcune settimane la bilancia segna sempre lo stesso peso: 72,5.
Nonostante non ci siano variazioni ponderali sento di essere dimagrito. Ho perso un po’ di massa grassa, specialmente nella zona della vita e nelle cosce. Non ho un dato numerico che lo conferma, ma la sensazione di stringere meno ciccia tra la pinza del pollice e l’indice è abbastanza evidente. Inoltre, vedo le cosce più muscolari: l’effetto tonico dei quadricipiti deriva dalle uscite ciclistiche in salita e le cronometro che faccio al mattino, cercando di spingere lunghi rapporti. La forza muscolare è aumentata; l’ho avvertito nelle due uscite podistiche di mezz’ora che ho fatto i giorni scorsi. Pur procedendo ad andatura da “caregoto” (termine vicentino per definire il tapascione), avverto che i muscoli delle gambe esercitano un discreto livello di forza, che tuttavia non riesco a sfruttare perché l’impegno respiratorio sale rapidamente a livelli elevati.
Nel mio caso le rinunce alimentari sono riferite ad alcuni cibi che causano una presunta reazione cutanea. Da una settimana mi sto astenendo dall’assumere latte, formaggi ed altri latticini. Inoltre non consumo la razione quotidiana di lievito di birra. La rinuncia maggiore che sto affrontando è però relativa al cioccolato e al cacao. I dolci mi piacciono ma non mi soddisfano e gratificano come un cubetto di cioccolato, specialmente se fondente e amaro. La rinuncia non è però così gravosa: è vero che mi dispiace non poter assaporare il cioccolato, ma se devo fare una cosa con un obiettivo specifico, non mi pongo problemi e procedo rispettando la regola. Ne approfitto di questo stimolo per verificare in quanto tempo riesco, senza alcuna dieta ma sfrondando qualche alimento, a perdere tre chili.
Sono rinunce che aumentano, seppur in maniera blanda, la forza di volontà. E’ un pretesto per stare un po’ in riga. Tanto lo so che fra alcune settimane riprenderò ad assaporare il cioccolato. L’alimento inquisito, ne sono certo, è sempre una spezia, ma piccante.

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O la corsa o la bici 10-04-2010

   
La stagione è definitivamente cambiata: il sole scalda piacevolmente l’aria, le foglie sbocciano sugli alberi, i fiori colorano i prati. Ah! C’è anche l’erba che si fa giorno dopo giorno più alta. Ieri mi sono deciso a fare il primo taglio nel prato prima che debba usare la falce.
L’aria meno fresca del mattino mi ha convinto a spolverare, oliare e lubrificare gli ingranaggi della bici e mettermi a pedalare. Oddio, non che al mattino faccia caldo, ma il disagio è leggero. Avverto solo un leggero pizzicore sulle punta delle dita delle mani e dei piedi. Non indossando i guanti e neppure delle calze un po’ protettive, è comprensibile che qualche disagio lo avverta, specialmente quando percorro le discese. Potrei certamente evitare di scendere dai pendii, ma la discesa è una parte ricorrente delle mie uscite, non per scelta ma come conseguenza. Se invece di essere un maratoneta avessi deciso di dedicarmi al ciclismo sarei uno scalatore.
Una decina di anni fa, in occasione di una sfida a cronometro tra amici sul Monte Grappa, ho impiegato poco più di un minuto rispetto al tempo che impiegano i dilettanti in gara. Si deve considerare che ho pedalato con scarpe da podista, anche se con le pedaliere di plastica che usano/usavano i duatleti, e con il manubrio da triathlon.
La montagna è un elemento geografico che mi affascina, che ammiro, che mi piace ed in ciò è insito che la salita, da affrontare al passo, di corsa, pedalando, sia una componente naturale della mia filosofia sportiva.
Oltre a tali circostanze personali, il fatto che non possa ancora correre (ma sto facendo le terapie) mi porta a far scorrere le ruote sull’asfalto della salita. Non sono in forma per affrontare degnamente lunghe salite, ma percorrere strade sinuose tra le montagne mi stimola e mi attira. E poi è una questione di praticità. Al mattino presto, verso le 6.30, non c’è ancora la luce sufficiente per immettersi con tranquillità nella circolazione stradale. A quell’ora c’è tanta gente che va al lavoro e noto che il loro fare non è particolarmente lucido. Inoltre, la fretta per essere puntuali al lavoro contribuisce a non rispettare incroci, precedenze ed altre elementari regole della circolazione.
Dirigermi verso le salite è un po’ andare contro corrente. Dai paesi in cima alle colline la gente si dirige verso le fabbriche della pianura e non c’è praticamente nessuno che procede dal basso verso l’alto. Insomma, mi sento più tranquillo se nessuno è alle mie spalle.
E poi la salita aumenta l’effetto allenante. In realtà non è la prestazione atletica che ricerco, ma l’efficienza fisica. Vale a dire m’interessa far lavorare cuore, polmoni, muscoli oltre a non aumentare di peso, anche se quest’ultima circostanza è un paradosso: l’aumento della massa muscolare delle cosce annulla, almeno inizialmente, la perdita di massa grassa.
Quando parlo con amici sportivi e riferisco che la seduta in bici non dura più di un’ora, noto che mi osservano sbigottiti. E’ risaputo che un ciclista è costretto a pedalare per alcune ore. Una seduta come la mia vale invece come una barzelletta. Anche se non ne sono convinto. Riprendendo che non m’interessa nessuna attività ciclistica competitiva, percorrere una salita di una decina di chilometri implica un impegno di 40-45’, che ritengo sia adeguatamente stimolante a livello cardiaco. Pedalare o correre per un’ora, per me è la stessa situazione. Non trovo insomma ci sia differenza tra correre un’ora a 160 battiti e pedalare per sessanta minuti alla stessa frequenza. Il vantaggio che ha il ciclista è di poter tirare tutti i giorni. Le tirate lasciano le gambe poco stressate e così mi diverto a fare un giorno una cronoscalata e l’indomani una cronometro in piano. Consapevole che non sarò mai un ciclista fondista, di certo non avrò mai problemi quando, in occasione della telecronaca, qualche maratoneta farà il primato del mondo.

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Tirrenia, uno stage di ricordi 06-04-2010

   
Lo stage del lungo week end pasquale, tenutosi a Tirrenia, mi ha stimolato ricordi di corridore lontani nel tempo, che risalgono ad oltre un ventennio.
Sono davvero tanti gli angoli di questo piccolo comune immerso nella grande pineta del livornese a solleticarmi emozioni vissute in occasione dei numerosi raduni che vi ho fatto. Nei sentieri immersi nel folto verde dei lecci e dei pini marittimi ho percorso tanti chilometri, svolto sedute piacevoli e rilassanti. In pista e sulle strade asfaltate ho fatto tirate davvero memorabili.
A Tirrenia sono andato per preparare numerose gare importanti, tra le quali la coppa del Mondo di Maratona del 1985, quando a Hiroshima ho corso la maratona più veloce della carriera (2h10’23”).
Sono di questo periodo, lontano 25 anni, un paio di sedute che ancora oggi mi impressiona raccontare. Una seduta di quattro prove di cinque chilometri con la più lenta in 14’55” e la più veloce in 14’39”. Ho corso anche una maratona in 2h23’, avvertendo le ali ai piedi, specialmente quando in pista ho percorso gli ultimi dieci chilometri in 31’06”.
Erano giorni nei quali la fatica era una sensazione che non emergeva quasi mai. In quelle giornate le uscite di corsa erano quasi delle scampagnate. Mi gustavo la piacevole morbidezza dei piedi che appoggiavano su un tappeto di aghi di pino; lo scricchiolio delle foglie secche; i rumori della natura (a volte anche violenti per l’improvvisa fuga di un daino o di un cinghiale). Le leggere ondulazioni del terreno erano occasioni di sentire le gambe spingere con efficienza. I rami caduti sul terreno erano ostacoli che superavo con l’energia di un ragazzino che gioca. Lo stesso succedeva per il fossato da saltare. E quando rientravo nel centro del Coni, dove alloggiavo, quasi mai mi fermavo; cedevo invece al piacere di allungare la seduta percorrendo un paio di chilometri in più, sempre per il piacere di correre lungo i sentieri che s’insinuavano nella pineta.
In occasione di questo stage la nostalgia di quei tempi è spesso dilagata in me, sebbene attenuata per il rammarico di non poter ancora correre. La sensazione di correre con le ali ai piedi è solo un ricordo, oltretutto lontano, ma spero di rimettere presto le scarpe per godere ancora le sensazioni di muovermi libero dove le gambe mi vorranno portare.

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