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Orlando Pizzolato Running Blog

Stanchezza da Cento 31-05-2010

 
Assistere ad manifestazione che dura a lungo come la Cento chilometri del Passatore può indurre ad una sorta di nausea nei confronti della corsa, ma ieri mattina presto ero desideroso di andare a correre. La mattinata era un po’ nuvolosa ma il cielo si stava rasserenando ed immaginavo che sarebbe diventata una giornata calda sebbene l’aria fosse fresca per i temporali del giorno prima. L’entusiasmo dell’allenamento che andavo ad affrontare è stato un po’ ridimensionato dalla pesantezza muscolare avvertita nei primi chilometri. Gli effetti di una giornata in piedi a seguire la Cento e l’aver dormito molto poco si facevano sentire, ma non avrei rinunciato al giro che avevo in programma.
Si tratta del circuito di Castel Raniero, che faccio da alcuni anni proprio all’indomani del Passatore. La strada s’inerpica gradatamente tra le colline che portano in direzione di Brisighella, e man mano che mi inoltro e che si guadagna quota, la carreggiata si restringe ed è piacevole sentirsi quasi addosso la vegetazione ai margini della strada. La parte più suggestiva del tracciato, che misura oltre una ventina di chilometri, è il punto più lontano da Faenza. Oltre a trovarsi in alto ed osservare un bel panorama verso ogni punto cardinale, per un paio di chilometri si corre a limite di due valloni di calanchi. Il paesaggio è affascinante per la brulla naturalezza delle creste che emergono dalle pareti dilavate dalla pioggia.
Arrivare al culmine del giro è stato più difficile delle altre volte: la forma fisica attuale è molto bassa e mi serve ancora un mese per correre con margine e disporre quindi di una discreta autonomia. Quando ho visto in lontananza i campanili di Faenza ho calcolato che non sarei rientrato prima di tre quarti d’ora, un po’ meno del tempo impiegato per arrivare fino a lì: per fortuna che potevo sfruttare alcuni chilometri di discesa. Non è stato molto faticoso giungere alle porte della cittadina, nonostante il caldo crescente e la stanchezza muscolare, ma gli ultimi due chilometri li ho sofferti. Avevo i muscoli davvero indolenziti per la tanta strada percorsa e quando alle porte del centro storico ho visto il cartello con il numero 99, mi sono sentito un po’ come i podisti che erano arrivati da Firenze.

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Questo week end ci separiamo 28-05-2010

Nel week end sarò impegnato a seguire il Passatore. Passerò parecchie ore sull’Appennino tosco – emiliano, a contatto con podisti che affrontano una prova che va oltre la mia disponibilità di energie mentali. Da qualche giorno sto anche leggendo le esperienze che Dean Karnazes ha riportato sul libro “Ultramarathon man” e, nonostante ciò (o forse proprio per questo), mi rendo che non sono portato per le corse che superano la distanza della maratona. La mia mente razionalizza solo un gesto atletico dinamico, di efficienza, e quindi di durata temporale piuttosto contenuta.
Assistere però al Passatore è entusiasmante: è come seguire una tappa del Giro d’Italia. Queste prove hanno sempre un loro particolare fascino.
Il soggiorno a Faenza, che dura in ogni caso poco perché si arriva in città sul tardi, mi consente di approfittare dei colli romagnoli per un allenamento che è diventato nel tempo una sorta di gita podistica. Se le gambe asseconderanno la voglia, penso che farò il mio primo lunghissimo dell’anno: una ventina di chilometri. Dopo due settimane di ripresa degli allenamenti potrebbe però essere davvero tanto, ma ho voglia di correre e lo farò anche se il clima non dovesse essere favorevole, e se dovrò togliere tempo al sonno. A Faenza, la notte del Passatore, si va a letto davvero tardi.
Un’altra notte passata in albergo, come altre cento circa nel corso dell’anno. Una buona parte di questi soggiorni avvengono in occasione degli stage; altre invece le passo in solitudine in occasione di trasferte simili, lasciando a casa la famiglia. Stavolta però è un po’ diverso dal solito, perché a casa resteranno solo le figlie e i nonni, mentre Ilaria sarà in trasferta da un’altra parte. In questo week end ci separiamo consensualmente: le nostre attività podistiche questa volta divergono. Mentre sarò a premiare i centisti in piazza del Popolo a Faenza, lei sarà in corsa tra le montagne di Cortina e Dobbiaco.
Eh sì: non solo l’unico a portare a casa le medaglie!

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Male scaccia male 26-05-2010

Per il podista la testa è spesso il punto più debole. Se alle gambe si comanda, la testa invece agisce con dinamiche indipendenti, irrazionali e spesso incontrollabili. Muscoli e pensieri in queste mie prime uscite non trovano buona sintonia. La testa dovrebbe favorire le difficoltà del mio corpo impegnato a produrre un certo lavoro con uno sforzo piuttosto rilevante, anche quando procedo ad una modesta andatura. Il mio respiro cerca spasmodicamente aria da inviare ai muscoli, e per quanta ne arrivi, parecchie fibre non sanno cosa farsene perché hanno perso la capacità di usarla in seguito a cinque mesi di inattività.
Capita quindi che dopo pochi minuti di corsa le sensazioni peggiorino gradatamente, ma lo accetto. Spero solo che fra una settimana sia meglio di oggi, e fra due ancora di più, ma non è la fatica la ragione delle mie preoccupazioni: se il corpo funziona, gli impegnativi allenamenti sono solo una conseguenza della voglia di correre. A crearmi disagio è la testa: con tutte le distrazioni che potrei avere mentre sono sotto sforzo il mio pensiero finisce lì, dove vorrei non andasse. Ogni tentativo di percorrere qualche chilometro di corsa è finora finito con l’angosciante sensazione di fibre tendinee aggrovigliate. Ora che sembra andare meglio, il mio cervello si aggrappa ancora ai fantasmi di vecchi fastidi. Finora sono tornato a casa senza rilevanti disagi.
Ad Ilaria, che puntualmente m’interroga quando rientra dopo di me, rispondo che avverto un’ombra di fastidio. Lei riferisce che questa ombra è proprio un fantasma, qualcosa che avverto nella mia testa. E probabilmente è così. Lo spettro dell’infortunio mi condiziona, anche nel dopo allenamento, quando le mie dita toccano la zona del tendine alla ricerca di sensazioni che evidenzino normalità. Correre con muscoli che si spompano in fretta e con una testa impegnata alla ricerca di tracce di disagio è una rottura. Se la testa vuole il male, il male avrà. Potrei usare un modo di dire molto di voga, che però a me non piace perché evidenzia fatalismo, ed io che sono pragmatico non mi va di lasciare le cose al caso: o la va o la spacca.
Lo so che non mi romperò (!) ma devo ingannare la mia testa, e siccome non sa distinguere i tipi di disagio, ho corso tre giorni consecutivamente. La stanchezza del primo giorno, acuita da una progressione finale, si è sommata all’affaticamento di una salita percorsa in seconda seduta. Al terzo giorno di logica sarebbe stato meglio inforcare la bici e pedalare agile, ma volevo disorientare i neuroni sensitivi del mio cervello, e così ho portato le mie scarpe in giro per i campi di Santorso. Il disagio muscolare è rilevante, tanto che durante la giornata salgo e scendo le scale con atteggiamento post maratona, e a letto i muscoli infiammati cercano lenzuola fresche per lenire l’infiammazione.
Per ora lo stratagemma sembra funzionare: la testa si sta preoccupando di aspetti più diretti delle mie sedute. Fatica e mal di gambe mi danno già molto da pensare, e penso che ne avrò ancora per un bel po’.

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Improvvisamente 24-05-2010

 
Dalla sera alla mattina. Quante cose succedono nelle ore in cui il corpo e la mente si riposano. Per me le notti durano meno di una volta. Non è per la maggior inclinazione dell’asse terrestre, ma perché mi sveglio sempre prima. Ormai non c’è “giorno” che non apra gli occhi prima che ci sia il cinque come primo numero sul quadrante dell’orologio. Mi scopro sveglio perché privo di sonno (dormo circa 7 ore a notte perché sono a letto presto). Per non svegliare Ilaria attendo mezz’ora prima di alzarmi a preparare il caffè.
Nell’immobilità apparente rilevo le pulsazioni a riposo, attualmente circa 42 al minuto, e testo la salute del mio tendine d’Achille sinistro o delle strutture limitrofe visto che l’ecografia ha evidenziato che non ci sono alterazioni dei tessuti. Alzo ed abbasso la punta del piede per mettere in tensione il tricipite surale. Da settimane, praticamente da metà gennaio, ho sempre avvertito che questi movimenti mettevano il tendine d’Achille in tensione, e i primi passi che muovevano mi facevano capire che la situazione non è migliorata, neppure dopo le agognate terapie con la tecar. Qualche fastidio di meno in effetti l’avevo riscontrato, ma nulla di che. Il test dei primi passi mi faceva sempre capire che i tempi per riprendere a correre con regolarità si potevano contare con le settimane, non certo con i giorni, seppure rispetto ad un mese fa le tensioni fossero minori. Ad ogni modo non avrei potuto correre a giorni alterni. Così per due mattine uscivo in bici e la terza invece andavo a correre per una quarantina di minuti.
La scorsa settimana sono rientrato dalla corsetta senza avvertire tensioni sebbene al “test” del mattino del giorno dopo la tensione era ancora lì presente. Le mie speranze erano ricacciate indietro, nel limbo della tendinite. La sopravvivenza di podista è sempre stata molto labile in questo 2010, e così anche le motivazioni non mi hanno mai sostenuto. La scorsa settimana ho però sostenuto due “quarantine” ancora senza disagi del tendine, con l’impressione che avrei potuto correre anche di più ed arrivare a casa senza problemi. Così ho voluto provare ad estendere la durata, arrivando sia a cinquanta minuti, sia ad un’ora. La situazione è migliorata decisamente, anche se il timore di una ricaduta è forte, più per pessimismo intrinseco che per un riscontro oggettivo.
Poi il repetino e deciso cambiamento, improvvisamente lunedì mattina della scorsa settimana; per quale motivo non lo so, ma posso fare delle ipotesi.
A causa della fitta pioggia sono andato a correre a metà mattina, ed ho l’impressione che evitare di mettermi di corsa appena sveglio sia una sollecitazione meno traumatica per il tendine.
Inoltre, il giorno precedente ero uscito con la bici da strada: in salita è più facile alzarsi sui pedali, ed in questo modo credo di aver sollecitato i polpacci in maniera positiva. Il giorno successivo percepivo un indolenzimento diverso rispetto a quando pedalavo con la mountain bike.
Ed infine, il fatto di non percepire fastidi mi consente di correre senza aver il pensiero attento ad ogni minimo segnale di disagio.
Adesso mi manca il test dei due giorni, vale a dire poter correre bene in due sedute podistiche consecutive.

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Passatore 20-05-2010

 
Lunedì e mercoledì sono stato impegnato nella presentazione della prossima edizione della "100 chilometri del Passatore". Dapprima a Faenza, poi a Firenze. Ai giornalisti ho il compito di presentare la corsa sotto l’aspetto tecnico, e quest’anno desta particolare interesse la sfida che Calcaterra riceve dall’inglese Kirkland. Di quest’ultimo me ne ha parlato bene Andrea Rigo, quarto classificato in occasione della vittoria dell’inglese nella Connemara, prova su strada di 63 chilometri corsa i primi di aprile in Irlanda. Più di altre edizioni la prova del prossimo 30 maggio è particolarmente interessante, sia per la sfida appena accennata, sia perché penso che molto bene può fare Boffo, D’Innocenti e spero anche Rigo.
Sono vicino al Passatore da sei anni ed in questo periodo ho scoperto una competizione che esce un po’ dai canoni classici in cui il podismo è arrivato. Poche manifestazioni podistiche in Italia vantano tante edizioni come il Passatore, arrivata alla 38a prova, e nonostante ciò è ancora una corsa ruspante.
Non riesce ad attirare l’attenzione di importanti sponsor e per questo resta una manifestazione pura, semplice, fatta solo degli elementi naturali del podismo: passione, entusiasmo, sfida e fatica. Questo si respira nell’alone temporale che racchiude il lungo week end della “cento chilometri”. Non ci sono campioni da vetrina (non voglio ovviamente sminuire il valore Calcaterra e dei suoi colleghi), figure su cui investire energie per innalzare l’immagine della manifestazione, e l’evento primario rimane sempre la corsa stessa e tutti quanti la corrono sono praticamente sullo stesso piano.
Transitando per i vari punti del tracciato raccolgo le impressioni e i commenti degli spettatori, spesso gente di campi e di montagna perché i giovani, con i loro mezzi meccanici, scappano via velocemente annullando distanze e non apprezzando quindi lo sforzo dei centisti. Ai bordi delle strade dove transita la corsa la gente è ancora, e sempre, meravigliata dall’impegno e dallo sforzo dei podisti che tentano di arrivare a Faenza. Lungo queste strade ci si rende conto quanto sia semplice la corsa, un gesto sportivo che richiede ancora tanto sacrificio, forza di volontà, piacere per la fatica. E l’incoscienza del fatto che cento volte mille metri sono migliaia e migliaia di falcate, praticamente impossibili da contare.

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Dino, orso maratoneta 17-05-2010

 
Le Borse mondiali che crollano, la primavera che riserva solo tanta pioggia, e poi i risultati sportivi della domenica: lo scudetto, la Formula Uno, il Giro d’Italia, la Superbike, l’ATP di tennis. Tante informazioni che interessano la gente e che portano a discussioni appassionate. Ma la notizia che cattura parecchia attenzione da parte dei locali, i vicentini delle Prealpi, riguarda le scorribande dell’orso Dino.
Il plantigrado lo avvertiamo molto vicino fisicamente. E’ qui, quasi a portata di casa. Basterebbe una gita in montagna per arrivare, in una decina di chilometri, nelle zone che lui frequenta. Nelle mie cronoscalata mattutine arrivo in prossimità dei boschi che frequenta e sarebbe un gran bel colpo di fortuna poterlo vedere mentre mi attraversa la strada. Tra una curva e la successiva, impegnato nello sforzo fisico, butto lo sguardo verso la vegetazione sperando di poterlo scorgere. Per fortuna è riservato e quindi non dà spettacolo a nessuno, anche se a fare notizia sono le sue prede: gli asini.
Nonostante le vittime, le cui foto sui giornali fanno sempre particolare effetto quando si tende a far passare l’orso come un violento assassino, Dino ha molti estimatori, non solo in Italia. La scorsa settimana la televisione americana ABC ha infatti passato la notizia sul territorio nazionale e l’orso vicentino ha attirato molto interesse e simpatie. Anche su Facebook la pagina di Dino ha molti estimatori. La presenza dei detrattori è molto ridotta: solo 46 contro le svariate centinaia di simpatizzanti (oltre 12.000).
La scorsa settimana Dino aveva fatto perdere le proprie tracce. Per un paio di giorni il suo radiocollare non inviava messaggi, ma poi è stato trovato un altro asino morto e si è capito subito che Dino era ancora in giro per le montagne. Fa effetto la tanta strada che percorre. In un paio di giorni il nuovo punto di avvistamento è distante oltre cento chilometri dal precedente. Mica male per una bestia di 150 chilogrammi. Perché allora meravigliarsi se Dino sazia la propria fame con qualche decina di chili di carne? Ci sono podisti che per aver percorso meno della metà della distanza del plantigrado ingurgitano etti di carboidrati per giorni a seguire…

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Pioggia 13-05-2010

   
In poche occasioni ho corso volentieri sotto la pioggia: un temporale in piena calura estiva era l’occasione per un po’ di refrigerio sebbene poco dopo l’aria diventasse appiccicosa come carta moschicida. Molte volte invece ho guardato il cielo minaccioso di pioggia con la speranza di riuscire a terminare l’allenamento senza bagnarmi (troppo). Se però già pioveva, osservavo i cerchi che le gocce disegnavano nelle larghe pozzanghere con perplessità, chiedendomi se valeva la pena diventare anch’io bersaglio della raffica di gocce.
Quando correre era un lavoro e le alternative erano nulle, pensavo che tanto valeva mettersi subito per strada per rientrare di conseguenza prima. Il tambureggiare della pioggia sul berretto mi faceva capire che nel giro di qualche decina di minuti la maglietta si sarebbe probabilmente inzuppata più di acqua che di sudore.
Ricordo una seduta di interval training che avevo iniziato a correre poco prima che si mettesse a diluviare. La pioggia è iniziata a cadere fitta dopo che avevo corso cinque prove da quattrocento metri e ne dovevo fare altre dieci. Sotto sforzo si avverte meno il disagio delle precipitazioni; così mi sono organizzato per fare i recuperi sotto una tettoia lunga un centinaio di metri per poi fiondarmi in pista solo per l’essenziale sforzo della prova.

Il rapporto con il clima è cambiato da quando la mia attività podistica è passata dall’impegno professionale ad amatoriale. Adesso posso decidere se rinunciare a correre quando il clima non è favorevole. Ammetto che sono diventato più delicato, più sensibile ai disagi, anche se in definitiva mi dispiace dover saltare un allenamento, anche adesso che potrei trattenermi in casa per risparmiare uno stress al tendine, che gradatamente sta migliorando.
Non ho quindi una tabella da seguire, ma un programma atletico in linea di massima lo definisco a priori, almeno per organizzare le uscite podistiche e ciclistiche. Pedalo per due giorni di seguito e poi faccio l’uscita di corsa. In questo modo le fibre del tendine smaltiscono completamente la sollecitazione dei chilometri, che per ora sono solo una decina.
In questa primavera molto umida non c’è giorno che non piova ed in certe giornate non c’è ora che non scenda qualche intenso rovescio. Rispettare la “tabella” di allenamento è quindi difficile, ma faccio del mio meglio. Mi dispiace non fare attività fisica quotidiana. Di solito non esco il lunedì perché è il giorno di lavoro più impegnativo.
La programmazione delle uscite è tutto sommato elastica, spesso strutturata con alla mano il bollettino meteorologico, specialmente in inverno. Correre con la pioggia è un problema/disagio relativo; pedalare sotto la pioggia invece è fastidioso ed anche rischioso. Temo molto le scivolate, tanto che pedalo solo in pianura se le strade sono umide e bagnate.
Con il bollettino dell’Arpav alla mano cerco di programmare gli allenamenti della settimana, ma quando le vignette riportano sempre nuvoloni cupi, gocce e lampi c’è poco da sperare. Si vive quindi sul momento, con l’orecchio teso ad ascoltare l’eventuale fruscio della pioggia sui cespugli del giardino quando mi sveglio al mattino. E se il cielo non è proprio in procinto di rovesciare secchiate d’acqua, si parte di corsa, con la speranza di restare asciutti fino alla fine. E se poi si mette a piovere nel corso dell’allenamento poco importa. Ormai non si torna più indietro.

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Il canto del cucù 07-05-2010

     
Ricordo che all’asilo, in questo periodo, ci facevano cantare una filastrocca che faceva così: “cucù, cucù la neve non c’è più; cucù, cucù è arrivato maggio al canto del cucù”.
Per anni mi sono chiesto quale fosse il verso di questo uccello perché, pur abitando in un paese di tremila abitanti (allora), immerso nella campagna e ai piedi del monte Summano, non lo sentivo mai cantare. Allora pensavo che quel motivetto fosse riferito ad un uccello preistorico, oppure si trattasse di una leggenda, di una storia raccontata dagli anziani come quando narravano delle favole del “salbanelo”, delle “anguane” ed altri personaggi mai esistiti.
Il cucù non lo sentivo mai cantare perché mi svegliavo troppo tardi. Inoltre, la sera ero già a letto prima che lui si mettesse nelle cime degli alberi ad annunciare l’arrivo della notte.
Con il passare degli anni le ore di sonno si sono accorciate ed al mattino presto, quando seduto sulla panchina del portico di casa mi allaccio le scarpe per andare a correre, il cuculo è già sulle fronde degli alberi al limitare del mio giardino, ad emettere il suo ripetuto suono. Quest’anno ha iniziato a cantare molto presto, già all’inizio di aprile ed io ho pensato che la filastrocca, come molte altre storie popolari, raccontasse le cose in maniera approssimativa, ma mi piaceva sperare che l’uccello fosse in vantaggio rispetto al ciclo biologico perché significava che l’inverno era alle spalle.
Aprile, invece che portare giornate tiepide, ha avuto un clima di stampo autunnale: tanta pioggia, poco sole, e poi quasi mai aria calda. Maggio non è stato da meno, con le scorse giornate in cui la pioggia è caduta copiosa ed abbondante come in poche altre occasioni. L’apoteosi di un clima alterato è avvenuta ieri, in tarda mattinata. All’approssimarsi del mezzogiorno il cielo si è fatto cupo e le gocce di pioggia, già fitte ed intense, si sono trasformate in chicchi di grandine dalle dimensioni progressivamente sempre più grosse. E’ bastata una decina di minuti e tutt’attorno a casa si è fatto bianco, tanto che per far uscire Ilaria dal garage per andare a prendere le figlie a scuola, ho dovuto dare mano alla pala della neve.
Questo ritorno d’inverno è durato poco, per fortuna, ma è stato suggestivo. Questa mattina, sui bordi del giardino, ci sono ancora dei chicchi di grandine del diametro di un centimetro.
Mentre mi allacciavo le scarpe per andare ad allenarmi, sulla pelle sentivo un pizzicore causato dalla fresca temperatura, minore delle altre mattine. Probabilmente non ero l’unico ad avvertirlo. Il cuculo questa mattina non ha cantato. Probabilmente ha capito di essere fuori tempo. Almeno per quest’anno dalla primavera davvero strana.

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Corsa e animali 03-05-2010

   
L’altro giorno sono andato a correre nei silenziosi boschi della Maremma, dov’è immerso il Borgo Pian dei Mucini dove mi trovavo per uno stage. E’ suggestivo correre in una calma e tranquillità che oramai si trova solo in determinate aeree in cui la presenza dell’uomo è limitata.
In prossimità di un lungo rettilineo mi è tornata alla mente una situazione particolare. Lo scorso autunno ero uscito a correre come sempre molto presto, tanto che scorgevo a malapena la strada battuta, ma essendo il fondo sterrato e compatto, non avevo problemi di appoggio.
Mentre passo vicino alle siepi spavento qualche uccello che ancora dorme e quando parte in volo anch’io ho un attimo di apprensione. Nei boschi limitrofi al borgo ci sono numerosi animali selvatici: cinghiali, caprioli, volpi, lepri ed è facile incontrarli durante gli allenamenti, non solo al mattino presto, ma anche in pieno giorno perché è una zona protetta.
Quella mattina, dopo un paio di chilometri di corsa, ho sentito un verso che mi ha sorpreso; non posso dire spaventato, ma ero piuttosto incuriosito da un suono che non avevo mai udito. Ad un centinaio di metri, nel fitto del bosco, è arrivato una sorta di forte barrito. Subito ho pensato ad un cervo perché il verso faceva pensare ad un animale di grosse dimensioni, e null’altro perché nel fitto del bosco non è facile muoversi per una bestia di grossa taglia. Mi sono fermato per capire meglio la direzione dell’animale, ed anche per verificare se mi potevo avvicinare per guardare… Il verso l’ho sentito altre volte, sempre da dentro il bosco e sempre possente e cavernoso. Mi sono sentito un po’ “intimorito” ed ho ripreso a correre. Un verso come quello avvertito nel pieno del bosco mi portava alla mente i suoni dei dinosauri nel film Jurassic Park. Nel mio procedere ho pensato a come si poteva sentire un uomo primitivo in una situazione simile, e non nascondo che ho percorso il resto della strada con i sensi allertati, specialmente quando la strada si era fatta stretta ed immersa nella vegetazione.
Al rientro in hotel ho chiesto al direttore, maratoneta rodato che corre regolarmente in questi boschi, di che animale poteva essere il verso che avevo avvertito e mi ha risposto che molto probabile era un “mucine”, tipica mucca maremmana dalle lunghe corna. Che delusione: sarebbe stato meglio essere stato spaventato da un… non so che di selvaggio. Ai muggiti sono abituato, sia per aver vissuto per anni sull’Altopiano di Asiago, sia perché il mio vicino tiene ancora in stalla delle mucche.
Un’altra volta ho vissuto un’esperienza particolare con un animale poco selvaggio ma piuttosto aggressivo. Premetto che non ho più paura dei cani da quando, quattordicenne, sono stato morso due volte mentre mi stavo allenando e che mi fanno schifo le bisce, quelle nere che s’incontrano d’estate lungo i sentieri erbosi perché correndo le vedi solo poco prima di pestarle.
Quando sono in vacanza nella Repubblica Dominicana vado a correre sempre presto (complice anche il fuso orario), ed è ancora buio. Ma conosco bene le strade e so che in quella dove mi alleno (a fondo chiuso) è frequentata solo dai bus e dalle auto che portano il personale che lavora negli hotel e nei villaggi turistici della zona. Il primo autobus passa alle 6.20 e fino a quell’ora corro in mezzo alla strada, sulla linea di mezzeria per avere un riferimento visivo, perché non passa proprio nessuno.
Una mattina scorgo ad un centinaio di metri davanti a me una grossa sagoma in mezzo alla strada. Ho pensato ad un’auto che avesse avuto un incidente, ma mi sembrava che quest’ombra si muovesse. Arrivato a 30 metri circa mi sono messo a camminare e strisciare i piedi per terra per fare rumore con le scarpe e la reazione è stata che la cosa si è mossa verso di me. Al rumore ho capito di cosa di trattava, visto che avevo udito in grugnito. Insomma, era una scrofa, ma di grosse dimensioni e tutt’altro che intenzionata a cedermi il passo. Ho atteso qualche attimo per decidere il da farsi, indeciso se stare fermo, arretrare o altro, visto che l’animale si muoveva lentamente verso di me. Ma per fortuna la bestia aveva deciso di abbandonare la strada ed entrare nella vegetazione e, passate alcune decine di secondi, sono avanzato, ma arrivato all’altezza di dove la scrofa era entrata nella vegetazione ho sentito un altro forte grugnito ed un rumore di arbusti mossi. Per fortuna la direzione della bestia era quella opposta alla strada e quindi mi sono tranquillizzato, ma solo dopo aver percorso qualche centinaio di metri, ovviamente a buon passo. La bestia l’ho rivista altre volte, non più in mezzo alla strada, ma nella fattoria dov’ero solito arrivare percorrendo una suggestiva strada sterrata che sono solito percorrere per fare giri differenti rispetto a quelli classici asfalti.

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