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Orlando Pizzolato Running Blog

La corsa nel sangue. Ma perché Pizzolato corre? 30-09-2010

 
Sul piano tecnico la preparazione svolta per Berlino 2010 e New York 2009 è stata praticamente la stessa. Fra le due c’è stato il supplemento di preparazione per Firenze 2009, in cui ho sostenuto degli allenamenti di rifinitura particolarmente efficaci.
I due risultati cronometrici, praticamente simili, di Firenze 2009 e Berlino 2010 lo evidenziano, sebbene a Firenze ci sia il vantaggio di “non correre” per tre chilometri grazie alla discesa iniziale e di trovarsi al passaggio del quinto chilometro con un bonus di almeno venti secondi. Però a Firenze ci sono moltissime curve, tanto che ho finito la corsa con i muscoli tensori della fascia lata molto indolenziti. A Berlino il percorso è perfetto. Forse la pioggia e l’umidità hanno inciso sui muscoli perché dal 25° chilometro li ho sentiti sempre più tesi, però ho potuto correre senza bere e senza ricorrere ad integratori, e quindi “senza perdere tempo” ai ristori. Inoltre, a Berlino ho rinunciato alle scarpe da gara per via delle sensazioni di gonfiore muscolare.
Quando ho preparato NY 2009 ho avuto l’impressione di essere arrivato in forma con un mese di anticipo. Gli allenamenti delle ultime quattro settimane mi erano pesati dal punto di vista mentale. In base a questa esperienza, nel preparare Berlino ho ridotto la durata della preparazione specifica. Le sensazioni non sono comunque cambiate. A fine agosto, precisamente dopo l’ultima seduta di lunghissimo, ho avvertito uno scadimento dell’efficienza, che però non era tale perché quando sostenevo gli allenamenti specifici i riscontri cronometrici erano positivi.
Insomma, nell’ultimo mese di preparazione per entrambe le maratone ho riscontrato sensazioni analoghe: un torpore fisico e muscolare che mi ha portato a sostenere gli allenamenti specifici più con la forza di volontà che con le energie fisiche.
Per Berlino mi ha particolarmente infastidito la ricorrente sensazione di gonfiore muscolare. Mi sono trovato quindi a correre controvoglia ed in tali circostanze può venire meno la motivazione, sebbene la determinazione fosse sempre alta.
I motivi per cui si affrontano gli allenamenti sono tanti e vari per ognuno di noi.
Cosa potrei aggiungere alla mia carriera? L’esperienza di correre da amatore in mezzo agli amatori, non partire in prima fila, trovarmi in mezzo a tanti podisti, non avere i rifornimenti personalizzati (ma non mi servono), non avere avversari, non avere l’obbligo di vincere. Non ho premi che mi motivano, non ho sponsor che mi responsabilizzano. Corro come ogni amatore, togliendo tempo al sonno o ad altre attività. Ho preparato Berlino nel momento di maggior carico di lavoro, con giornate in cui sono stato impegnato 15 ore di fila per due mesi e distendermi a letto la sera significava addormentarmi in meno di cinque secondi. Ma ogni mattino alle 6 ero per strada.
Credo che in tali circostanze si possa arrivare ad un punto limite, specialmente quando la corsa è lavoro e tempo libero nello stesso momento, ed inevitabilmente invade la casa, la famiglia, la vita. A volte si può fare indigestione.

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La mia gara a Berlino 28-09-2010

 
Per capire se ero motivato ad affrontare la maratona, prima di uscire dalla stanza dell’hotel mi sono chiesto cosa avrei fatto al posto di correre. Non ho trovato una risposta efficace. Avrei potuto leggere, scrivere, guardare un film, fare due passi, ascoltare della musica, tutte cose che avevo già fatto poco prima.
Benché avessi dormito bene, quasi otto ore, poco prima delle cinque ero sveglio. E’ l’orologio interno che mi desta. Puntualmente! Forse c’era anche il contributo di un po’ adrenalina, ma proprio un pizzico, una dose di pepe più che di sale, perchè neppure quando mi sono appartato in luogo poco piovoso in prossimità della partenza avvertivo tensione. L’attesa mi annoiava. Avrei voluto essere già partito. Il desiderio prevalente era di percorrere la distanza nel minor tempo possibile per mettermi all’asciutto. Le nuvole plumbee quasi ci toccavano la testa, e ci sono riuscite con una fitta pioggia iniziata a cadere una manciata di minuti prima del via, quando i maratoneti si erano spogliati. Pioggia fantozziana. Situazione prevedibile!
A tre minuti dal via mi sono spogliato. E’ stato in quel momento che l’impegno mentalmente sempre procrastinato ha bussato al mio cervello. E’ proprio vero: il colpo di pistola mobilizza le energie e a quel punto si fa come tutti, ci si proietta in avanti. Si corre “e devo cercare di farlo al meglio”, mi sono ripetuto chilometro dopo chilometro.
Pezzi di strada e di gente che passavano regolarmente, più o meno ogni quattro minuti. E’ stato il momento più piacevole della corsa perché dopo alcune settimane di gambe turgide, finalmente i muscoli non mi segnalavano nulla. Il mio cervello era disorientato da questa mancanza di avvisaglie. Perché preoccuparsi dunque? Corro, con tanta gente che continua a superarmi, ma evito di piegarmi alle folate dei tanti che mi passano. Mi sentivo come un giunco avvolto dal vento autunnale. Che trappola sarebbe stata farmi prendere dell’euforia della mancanza di fatica.
Mi sono piazzato in mezzo alla strada dove l’asfalto era un po’ rialzato e l’acqua scorreva così di lato, e dove evitavo gli spostamenti di chi aveva bisogno di bere e di integratori. Il passo è sempre stato buono e lo controllavo ogni chilometro, ma passato il primo quarto di corsa mi sono prefissato di prendere i riferimenti solo nelle frazioni di cinque chilometri. Ho superato bene una strana crisi al diciottesimo chilometro. Non capisco perché mi sia trovato a procedere appesantito. C’era sempre gente che mi superava. Io non passavo nessuno invece. Eppure non rallentavo e non acceleravo. Avevo un punto di riferimento davanti a me: un corridore che procedeva al mio passo da parecchi chilometri. Siamo sempre stati distanziati di una ventina di metri. Era il mio faro. Non calavo io. Non mi staccava lui. Eppure altri ci passavano. Ed è passata anche la mia crisi, un paio di chilometri dopo. Ricorrevo facile e non ero stanco. Anzi, le gambe giravano bene.
Onestamente mi stavo annoiando. Non c’era nulla da guardare. Lunghi rettilinei convergono su altre lunghe strade. Gente in mezzo e gente di lato. A cosa pensavo per far passare il tempo? Lo sguardo cadeva sempre dieci metri avanti. Vedevo pozzanghere dove la pioggia faceva centro, allargando piccole corolle tristi. A volte erano fitte, a volte più rade. Se non guardavo per terra non sentivo la pioggia, ma gocce scorrevano sul viso. Mi sforzavo di osservare la gente che applaudiva nell’attesa che succedesse qualche cosa. Ho accarezzato il palmo morbido delle mani di qualche bambino. Chissà loro a cosa pensavano, ma credo che non capissero perché tutti quelli come me corressero. Io cercavo compagnia nei numeri. Non sapevo dove mettere lo sguardo.
Le strade di questa città potrebbero essere quelle di un’altra. Non sapevo neppure leggerle. Dovevo far passare il tempo che tutto sommato scorreva anonimo. Decido per un posto più semplice: mi restano da percorrere quindici giri. Che strano: quando mi allenavo a casa il mio pensiero correva tra le strade di questa città. Quando c’ero, il pensiero è invece scappato a casa. Avevo bisogno della campagna. Di strade vuote, strette, silenziose e solitarie, appena illuminate dalla carezza dell’aurora e di qualche stella che mi consenta di capire che sto procedendo dritto verso un punto. Mi sentivo bene ad immaginare la palestra di tanti chilometri, che mi sembravano più corti di questi.
Ed è arrivato il momento di superare. Sfioro corpi esausti, privi di energie. Anche sulle mie non posso fare particolare affidamento e non posso neppure dare per scontato che le gambe mi portino al traguardo. Da una decina di chilometri avverto la tensione di forze che si tendono dentro i polpacci. Non voglio rischiare perché al traguardo voglio arrivare. Neppure questa cantilena distoglie il mio pensiero. Cinque, quattro, tre … ma non sono i chilometri che mancano alla fine della maratona, ma i giri che devo percorrere nella mia campagna per terminare lo sforzo. Per l’aritmetica è la stessa distanza, ma per il mio pensiero è diverso. Lo sforzo che sto facendo lo sento più personale immaginandomi di girare là dove ho buttato tanto sudore.
E dal cartello del 41° chilometro vedo la porta di Brandeburgo. Ci passo sotto (credo), e non me ne accorgo. Da lì ancora un pezzo di strada, come dal cespuglio largo a destra all’ultima vite. Sulla striscia di asfalto rattoppato premo il tasto del cronometro. Sono arrivato. Adesso mi posso fermare. Cammino un po’ e sento i muscoli affaticati, i piedi indolenziti, la maglietta bagnata. Prendo fiato ed assaporo gli istanti che precedono la rivelazione dei tempi. La curiosità di verificare com’è andata. Ed è andata bene, come pensavo. Non mi resta che portare il mio corpo indolenzito al riposo. Improvvisamente una mano si allunga davanti a me. Un nastro colorato pende. Lo afferro. E’ una medaglia. La prendo? La lascio? Danke schon. La tengo in mano ma non la sento.
Quante volte, nelle mattine solitarie, mi sono impegnato in un braccio di ferro tra muscoli e neuroni, tra corpo e mente. Quanti sacrifici e quanti sforzi come questo. Nulla di particolarmente diverso. Adesso, e come sempre, sensazioni comuni: mal di gambe, fatica e stanchezza. Quanti giri ho inanellato pensando di essere in un altro posto e quante volte mi sarei messo al collo una medaglia per gli sforzi fatti. Adesso che la sento pesante in mano la faccio scivolare nella borsa. Non è necessario metterla al collo. Questo è per gli altri. Per me è stato un giorno come un altro.

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Si parte 23-09-2010

 
Avrò ancora l’occasione per una seduta di corsa, la cosiddetta “sgambatina” da sostenere sabato mattina, probabilmente al Tiergarten con il gruppo Terramia. Lo scorso anno, in occasione dei campionati mondiali di atletica, vi avevo sostenuto un paio di ottime sedute, con le gambe che giravano davvero facili facili.
Domani invece non correrò: la mattina sarò in viaggio. Il pomeriggio invece sbrigherò l’impegno del ritiro del pettorale ed in serata mi limiterò a degli esercizi di allungamento, soprattutto dei muscoli della schiena perché avverto uno speciale beneficio.
Posso quindi affermare che ormai è tutto fatto. Manca la parte alimentare. Non mi preoccupo oltremodo di questo aspetto, almeno non com’era una volta che m’impegnavo a mangiare pasta in considerevoli porzioni già da oggi. Sicuramente delle portate di spaghetti (ma li faranno bene in Germania?) tra domani e sabato. Non so come fare con la colazione, non essendo abituato a mangiare prima di correre. Penso che mi comporterò come prima di Firenze, lo scorso anno: alcune fette biscottate con il miele.
Una sola volta ho gareggiato completamente a digiuno, ad Auckland, in Nuova Zelanda. Lo scombussolamento del fuso orario mi aveva tolto l’appetito. In quell’occasione ritoccai il mio primato di quasi un minuto, ma soffrendo nel finale; ero un crisi per l’umidità. Per domenica è prevista una leggera pioggia e la temperatura in corsa non dovrebbe superare i 18°. Tanta umidità di certo, ma spero che la pioggia agisca sulla pelle da raffreddante naturale. Forse non saranno condizioni particolarmente favorevoli ma le preferisco al caldo; e poi, io che in corsa mi limito solo a bere dell’acqua, probabilmente riesco a ridurne l’assunzione ed avere quindi meno disagi di assorbimento.
Per sintonizzarmi sull’impegno di domenica mi sto attivando mentalmente. Alla vigilia delle gare avevo sempre la necessità di rilassarmi, di contenere l’adrenalina. Quando pensavo alla gara avvertivo già la scarica ormonale che mi avrebbe consentito di partire da lì a qualche istante. Ora il propellente motivazionale è ancora basso, anzi, non si attiva. Non mi sono mai trovato appunto nella circostanza di far salire l’adrenalina. Potrei provare con la musica, ma l’accostamento delle note con la concentrazione non l’ho mai gradito. Userò tecniche di visualizzazione, che in qualche modo mi fanno “vedere e sentire” la corsa in anticipo.
Non mi resta davvero che attendere domenica, facendo trascorrere il tempo con un po’ di lettura, di scrittura e qualche passeggiata. Accetto dei suggerimenti e proposte per visitare qualche cosa di non impegnativo (= affaticante)? Tre anni fa ero andato ad una mostra di Goya: oltre due ore di fila, in piedi. Ne è valsa la pena, ma questa volta non è sicuramente appropriato. E‘ anche vero che ci sarà tempo per domenica (pomeriggio) e lunedì… gambe permettendo, ovviamente!

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Non la sento 20-09-2010

 
E’ l’ultima settimana di allenamento. Non vedo l’ora che passi.
Quante volte mi sono trovato a vivere con emozione l’avvicinarsi del giorno della corsa. Spesso erano sensazioni di entusiasmo perché attendevo da tanto tempo quel giorno, e quando pensavo alla competizione il cuore iniziava a battere più forte per l’emozione, per la voglia di correre. Altre volte, nei giorni precedenti la gara, avvertivo invece tensione. La preoccupazione di non essere al massimo del potenziale, il timore di affrontare uno sforzo molto elevato, la necessità di trovare la concentrazione ottimale.
E poi arrivava il conto alla rovescia delle ore, dei minuti, dei momenti prima del via, ed era un crescendo di emozioni, che inevitabilmente arrivavano alla tensione, con tutti i segnali tipici di questa circostanza: mani fredde, muscoli tesi, tensione nervosa elevata. Il colpo di pistola era un momento liberatorio perché tutte le energie bloccate s’incanalavano per far muovere i muscoli.
Adesso è difficile per me avvertire sensazioni speciali, particolari. Non avverto nessuna emozione particolare dell’imminente maratona, mi sento come se non avessi alcun obiettivo. Credo che ciò dipenda dalla bassa motivazione al risultato. E’ una situazione strana, diversa rispetto a qualche settimana fa, quando ad ogni allenamento che sostenevo avevo l’obiettivo d’impegnarmi per fare qualche passo avanti nella condizione di forma. Ora, andare a correre, è praticamente monotonia. Non sento lo stimolo della competizione.
Senza dubbio gli impegni lavorativi della settimana - ed altri interessi - assorbono le mie energie. D’altra parte, sono un podista atipico perché non gareggio mai. Escludendo l’impegno della Marcialonga Running, la maratona di Berlino sarà l’unica corsa dell’anno. Senza partecipare a manifestazioni podistiche non respiro l’atmosfera della competizione e stranamente non ne avverto la necessità. Mi capita però che quando sono in compagnia di podisti e si parla di corsa, un po’ di stimoli li ritorno a vivere e sentire.
Quando nel prossimo fine settimana sarò a Berlino spero di essere contagiato dall’energia agonistica dei tanti partecipanti e mi auguro di trovare nei pensieri un po’ di attenzione per la competizione e sentire qualche scossa emotiva, come qualche tempo fa…

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A settembre il sole è lento a salire… 16-09-2010

 
A settembre il sole è lento a salire all’orizzonte e la luce si espande pigramente, accarezzando dolcemente le nuvole. Tra i campi le ombre sono più lunghe e la vita sembra rallentata. I girasoli sono sfiancati da un’estate assolata: piegano la testa verso il basso, rassegnati alla fine del loro ciclo.
Per alcuni giorni mi sono rilassato correndo nella tranquilla campagna umbra, tra stradine sconosciute, con lo spirito di farmi portare dalle gambe dove più m’ispirava. Costeggiando ampie coltivazioni di tabacco sono stato anche attirato da una pianticella che conoscevo bene per averla vista crescere nel prato adiacente casa mia. Ho pensato subito ad un caso, ma proseguendo la corsa lungo la tortuosa strada di terra battuta, ho notato che i pochi steli si erano infittiti in una sorta di coltivazione. Era senza dubbio la “bella giovanna”!
Nei pochi giorni trascorsi nel “cuore verde” della penisola mi sono rilassato, camminando pigramente (Ilaria si attardava a fotografare ogni spunto possibile) tra i caratteristici borghi e percorrendo in auto volutamente strade di secondo passaggio. Mi sono ritrovato a transitare per luoghi che oltre un ventennio prima avevo percorso da podista, impegnato nella magica atmosfera del giro podistico dell’Umbria a tappe, esperienza che ricordo sempre con particolare nostalgia, non solo perché correvo con un altro passo, ma perché in quelle circostanze non era solo l’aspetto sportivo ad interessarmi.
Per un corridore, anche se molto coinvolto com’ero io nell’ambito agonistico della manifestazione, ci sono sempre momenti di tranquillità che devono favorire il recupero. In quei frangenti però non potevo evitare il coinvolgimento emotivo dell’atmosfera del giro a tappe.
Nei giorni passati a gironzolare per l’Umbria ho vissuto con la nostalgia. Questa volta ho lasciato l’Umbria con un souvenir. Non sono solito acquistare oggetti ricordo. Si è trattato di un innamoramento a prima vista. Mi sono regalato un quadro, che mi fa sentire ancora dentro quella terra.

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Remi in barca 12-09-2010

 
A due settimane dalla gara sono solito iniziare il periodo di rifinitura, finalizzato a favorire l’assimilazione del carico svolto nelle settimane precedenti. Gradatamente riduco il chilometraggio, limitandolo per questa settimana solo negli allenamenti di rigenerazione, mantenendolo invece regolare per le sedute specifiche. Ne farò ancora un paio: a metà settimana delle variazioni di ritmo (3 + 1km), alternando tre chilometri a ritmo da mezza maratona ad un chilometro al passo di maratona. Infine, domenica prossima, 18-20 chilometri a ritmo gara.
Il periodo di rifinitura questa volta però l’ho iniziato prima: dopo la non convincente prova di domenica scorsa nella Marcialonga Running, ho deciso di ridurre del 10% il carico quantitativo già nella passata settimana. Muscolarmente ne ho avuto un giovamento perché, pur avendo ancora sensazioni di cosce appesantite, a metà settimana ho sostenuto un’ottima seduta di potenza aerobica, conseguendo buoni tempi. Ad agosto, in effetti, avevo corso molto, percorrendo quaranta chilometri in più dell’anno precedente, con una seduta in meno.
La stanchezza si faceva sentire: si sommavano le fatiche fisiche degli allenamenti alle tensioni per la gestione degli stages. Al mattino presto, quando uscivo a correre, penavo a mettermi in moto ed avvertivo anche la necessità di riservare qualche ora di più al sonno.
Il colpo di grazia, in termini di stanchezza, me lo sono procurato in occasione dell’ultima seduta di lunghissimo (2h45’) a fine agosto. In mezzo al bosco, alle 7 del mattino, ho sbagliato strada, percorrendo dapprima tre chilometri di salita brutale ai quali ne sono seguiti altri tre meno duri (per il fondo asfaltato), ma in ogni caso impegnativi. Non è stato lo sforzo della salita ad affaticamenti ma gli impatti conseguenti alla lunga discesa percorsa per tornare in albergo. Nei giorni seguenti la pesantezza alle cosce non mi ha mai abbandonato. Ora ho ritrovato vitalità atletica e spero che un ulteriore alleggerimento giovi ulteriormente.
Dopo essermi tanto allenato spero di saper anche riposarmi.

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Medaglia d'oro 09-09-2010

 
Di medaglie non ne vinco più da un po’. Le ultime me le hanno messe al collo perché ho tagliato il traguardo; ma questo non è vincere. Non erano in palio. Si trattava semplicemente del simbolo di partecipazione. Domenica scorsa a Cavalese non mi sono neppure fatto vivo per ritirarla.
Come Paperon de Paperoni affezionato al primo cent della propria collezione di monete, io sono affezionato solo alla prima medaglia, vinta arrivando terzo alla fase comunale dei Giochi della Gioventù, a Schio nel 1972 (2000 metri in 7’19”). Che effetto: allora si correva in pista raramente. L’accesso non era sempre garantito. E che fascino aveva lo scricchiolio dei granelli di terra rossa sotto le scarpe quando si inanellavano giri su giri. A quei tempi correvo con le Tepasport, prima di passare al modello Formia della Valsport. Le suole e la tomaia si coloravano di arancio, come succede ora solo ai tennisti, e la sera, prima di rimettere le scarpe nella scatola, le pulivo con la spugna. Già. Allora, a 14 anni, non correvo tutti i giorni, ovviamente, e le ambite scarpe da corsa non le lasciavo in giro per casa.
Oltre alla medaglia dei Giochi della Gioventù, non saprei indicare dove sono le altre. Gran parte dei trofei, coppe, targhe, medaglie che ho … vinto, sono rimaste a casa da mia madre. Quelle rimaste appunto; molti premi non ci sono più perché sono stati regalati. Da mia madre, ovviamente.
Ciò non mi dispiace perché io non apprezzo affatto i soprammobili (ambisco ad avere la casa praticamente vuota), e i premi altro non sono che oggetti da collocare appunto da qualche parte. I mobili ben si prestano a fare da base di appoggio a tanti oggetti, oltre che ad impallidirsi di polvere.
Ma quest’estate una medaglia d’oro l’ho conquistata, si potrebbe dire con … gli affari. Ma non mi riferisco all’attività degli stages, sebbene le adesioni siano state ancora elevate. L’oro che ho vinto l’ho conquistato a Piazza Affari, proprio con l’oro stesso. Prima dell’estate e di impegnarmi con gli stages, ho puntato su un titolo aurifero, attratto dal fatto che il “metallo nobile” aveva perso un bel po’ di valore rispetto alle quotazioni massime, ed ora è ritornato molto vicino ai livelli massimali. E’ quasi il momento di realizzare.
Ed anche queste sono soddisfazioni, anche se non ho nulla da mettermi al collo.

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In discesa 06-09-2010

 
Testa o croce? Tra me e Ilaria ci siamo “giocati” le uniche due domeniche libere dell’estate. Lei era già iscritta al trail di domenica prossima sulle Tre Cime di Lavaredo. A me è rimasta la “scelta” di correre una prova ieri.
Quasi all’ultimo momento ho deciso: vada per la Marcialonga Running. La prova è meno tecnica di altre, ma il paesaggio dolomitico ovviamente migliore dei viali cittadini. Inoltre, caratteristica per me davvero rilevante, il clima. Preferisco correre a 0° gradi piuttosto che a 30, e la probabilità di trovare caldo in pianura era elevata. E quando ieri mi sono allineato al via da Moena in direzione di Cavalese, con l’aria che pizzicava la pelle delle braccia, ero contento. Avevo voglia di correre, ma era una sensazione molto attenuata rispetto ad una decina di giorni prima.
Finiti gli impegni degli stages mi sono trovato con sensazioni di diffusa stanchezza fisica, come se dopo aver portato a lungo un peso ci si rende conto della gravosità della sforzo solo quando lo si toglie dalle spalle. Allo stesso tempo anche la motivazione ad allenarmi è diluita, e gli entusiasmi coltivati fino ad allora sono quasi svaniti. Non è la prima volta che mi trovo in questa situazione. Non ho più voglia di correre con impegno, ed il culmine dello sforzo alla programmazione delle sedute l’ho avvertito l’ultima domenica di agosto, quando ho corso per 2h45’ sulle strade tortuose dell’Altopiano di Asiago.
Completata la seduta ho avuto la sensazione di aver raggiunto l’apice degli impegni podistici, quasi come potessi mollare con gli allenamenti e rilassarmi, sia fisicamente sia mentalmente.
Ma alla maratona di Berlino mancano ancora tre settimane.
Spero in questo breve periodo di ritrovare tensioni nervose specifiche, che non ho avvertito ieri lungo la ciclabile delle valli di Fassa e di Fiemme. Per tutta la prova ho corso accompagnato dalle sensazioni avvertite durante la settimana: dopo il “lunghissimo” di otto giorni fa non ho più trovato facilità di corsa. Le cosce sono sempre state pesanti, anche quando giovedì ho svolto una mezza seduta tirata, per cercare agilità di corsa. E’ una circostanza che avverto sempre dopo uno sforzo molto prolungato, enfatizzata questa volta dall’aver affrontato rilevanti asperità che mi hanno affaticato più di altre volte.
In effetti, lungo l’invitante ciclabile che costeggia il torrente Avisio non ho mai corso facile e mi disturbava anche procedere in discesa. In qualche occasione, proprio quando la strada spianava, sentivo di correre agile e sciolto e speravo di procedere con tali sensazioni. Mi sono anche offerto di fare il passo alla ragazza (Sonia) che me l’aveva chiesto, ed in quel ruolo di “lepre” correvo bene, seppure con minimo margine (si procedeva a 3’45” in pianura). Cercavo di stare rilassato, di correre con margine, ma la testa non era in corsa. Non ho mai trovato concentrazione ed il passare dei chilometri non mi ha tecnicamente coinvolto.
La corsa è bella, come lo è stata la giornata, ma non ho avvertito la scintilla che attivasse lo spirito agonistico. Molto probabilmente si sta spegnendo lo stimolo della competizione. In un paio di allenamenti di agosto sono andato più forte di ieri e con meno impegno di energie psicofisiche.
Sto scoprendo che la gara non è più così importante nella mia attività podistica.
Presto, forse, appenderò il numero al muro.

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