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Orlando Pizzolato Running Blog
Due paia di scarpe 31-10-2010
Ieri sera, sull’uscio di casa, avevo messo in fila due paia di scarpe: uno da corsa ed uno da passeggio. In nessuno dei due probabilmente oggi ci metterò i piedi. Oltre la finestra, in questa prima giornata in cui il sole è tornato padrone del proprio passo, scorgo un mondo in bianco e nero, con tante tonalità di grigio. Il ritmo del tempo di questa uggiosa mattinata segue un incessante ticchettio, rapido e leggero sul tetto, lento e pesante tra le foglie che ancora resistono su rami sempre più scarni. Un quadro in bianco e nero che potrebbe sembrare triste, ma che per me non lo è, neppure quando penso che la pioggia non darà tregua per tutta la giornata, come riportano i bollettini, e non potrò andare a correre. Previsto il maltempo, calcolato il riposo.
Starò rintanato in casa come un orso in letargo. Non mi pesa ovviamente guardare il mondo dal mio rifugio casalingo; non è una costrizione, ma un privilegio invece. Non so da quanto tempo non godo di una domenica casalinga.
Penso a come usare i minuti e le ore, ma mi trovo ad osservare imbambolato la coltre umida che avvolge la campagna all’orizzonte e ad ascoltare il ticchettare della pioggia. Il fare niente mi porta ad una letargica pigrizia. Riesco a malapena a sfogliare giornali, riviste, fogli strappati di articoli che mi sono sempre ripromesso di leggere in un momento in cui non avrei avuto impegni. E quel giorno è oggi. Non sarà domani perché due giorni senza lavoro non me li posso concedere. E non sarà neppure per il prossimo mese e mezzo, durante il quale non ci sarà un’altra occasione in cui sull’uscio di casa ci saranno due paia di scarpe.
Le pantofole idealmente mi accompagnano in questa isola di calma tra un arcipelago d’impegni.
Ancora più su 27-10-2010
Faccio tabelle a svariate decine di podisti ma per i miei allenamenti vivo alla giornata. Beh, non è proprio così, ma imposto le sedute specifiche in relazione agli impegni professionali ed anche alle condizioni climatiche. Così, domenica scorsa ho riposato perché non sarei riuscito a programmare un allenamento significativo: per essere alla partenza a Stra in orario sarei dovuto andare a correre alle 5.30. Il giorno prima avevo svolto una seduta di IT al Parco San Giuliano e per lunedì avevo pensato di fare un medio in salita, ma la bora che spazzava la costa adriatica è dilagata fino a casa mia e la pioggia che scendeva sembrava uscire da una mitragliatrice. Di correre non se ne parlava nemmeno, neppure con giubbotti zavorrati (ma come fanno quelli che si allenano a Trieste?). E se la maratona di Venezia si fosse corsa lunedì sarebbe stata un’ecatombe. Altro che acqua alta. Sarei caduto in mare e sprofondato nel Canal Grande.
La carica psicologica per fare il medio in salita l’ho dovuta reprimere fino ieri, ma è stato meglio così. Le gambe non sarebbero state a posto per spingere. La causa è la pesantezza che deriva dal seguire la maratona in bici. Fosse solo stare a rimorchio del gruppo di testa sarebbe una bazzecola: pedalare a 20km/h serve a rilassare i muscoli. Le tirate me le faccio invece passando da un gruppo ad un altro di corridori. Se il distacco tra due gruppetti è di una sessantina di secondi, rientro sulla testa della corsa in meno di un paio di minuti. Ma quando devo recuperare svantaggi che superano i 90 secondi e la tirata la ripeto alcune volte, mi ritrovo in difficoltà muscolari perché cerco di recuperare spingendo rapporti lunghi che m’impegnano molto, sia sul piano muscolare sia organico. A fine telecronaca, quando scendo dalla bici e muovo i primi passi, sento le cosce gonfie.
Nell’allenamento dell’indomani l’azione di corsa è appesantita e legata. E’ stato quindi meglio non aver tirato lunedì; il rendimento ne avrebbe risentito. Ieri invece, appena libero, sono andato di corsa (in entrambi i sensi, come riscaldamento e come desiderio di correre) ai piedi della salita ed ho affrontato la seduta convinto di trovare sensazioni di contatto diretto con vari elementi di un allenamento impegnativo: sforzo, fatica, disagio, controllo e verifica della reazione del mio corpo. Ed è stato un allenamento produttivo, sotto ogni aspetto appena rilevato. Mi sono divertito a collaudare la mia efficienza.
L’impegno è stato costante perché un errore nell’impostazione dello sforzo si paga a caro prezzo quando si corre in salita. L’acido lattico si può accumulare rapidamente nei muscoli e asfissiare ogni illusione. Il solo momento di disagio è stato quello iniziale, a causa di un indolenzimento muscolare ai polpacci. Per i primi due chilometri li sentivo gonfi, senza un motivo specifico. Ho pensato che forse risentivo ancora della pedalata di domenica, ma credo invece che il gonfiore potesse dipendere dall’uso delle scarpe leggere. Da un paio di settimane mi sono imposto, infatti, di svolgere gli allenamenti tirati evitando il modello pesante. Il rendimento è migliore ma sento che quando faccio il riscaldamento, e quindi corro piano, la scarpa leggera mi fa usare di più i muscoli dei polpacci, con conseguente gonfiore. Non mi sono accorto il momento in cui è passato, ma al terzo chilometro spingevo bene e correvo sciolto, per quanto correre in salita non sia mai un’azione agile.
Degli undici in salita, sette li corro su strada asfalta. Il traffico è piuttosto scarso. La parte più particolare del percorso è quando il fondo diventa sterrato. Lasciata una contrada la strada procede con sette tornanti in mezzo al bosco. Auto non ne passano. Gli unici rumori sono quelli del bosco, del vento sui rami spogli, e lo scricchiolio dei sassi sotto le suole delle scarpe. Non sento il suono del mio respiro perché lo percepisco già quando parte dai polmoni e non avverto il sibilo dell’aria che esce dalla bocca. Sono certo sia il suono più forte e in quel silenzio si potrebbe percepire qualche centinaio di metri prima del mio arrivo.
La volta precedente, in un’analoga seduta, mi ero fermato al nono chilometro, in prossimità del piazzale della località Colletto di Velo. Stavolta ho proseguito: avevo a disposizione un’altra dozzina di minuti. Era da tanto tempo che non percorrevo il tratto che stavo affrontando. Invitante il primo mezzo chilometro: la pendenza era morbida e la strada rossastra s’insinuava nella costa del monte Sommano. A destra, in lontananza, scorgevo la campagna dell’alto vicentino. Sotto di me serpeggiavano le stradine percorse qualche chilometro prima. Apparivano piccole, perché lontane. Poco dopo però la pendenza della strada aumentava considerevolmente. Il fondo era di cemento per garantire maggior tenuta alle auto. Lo sforzo inevitabilmente aumentava perché dovevo imprimere più forza alle spinte. Lo sguardo cadeva davanti a me di un paio di passi. Foglie umide e marce erano solo ciò che vedevo. Il vento mi soffiava in faccia aria fredda. Il sudore però mi scaldava ancora un po’ il corpo. Il respiro si condensava nell’aria a formare piccole nuvole. Alla fine dello sforzo mancavano ancora un paio di minuti. Il tempo necessario per arrivare dove le scarpe lasciavano una leggera impronta. La prima neve dell’autunno è stato il punto del mio arrivo. Sarei potuto andare oltre, certamente, ma quelle tracce erano già un bel traguardo.
Sant'Orlando 20-10-2010
Che abbiano lasciato lo spazio per me? Beh, non posso considerarmi un santo, ma c’è di peggio, anche se il mio nome viene spesso accostato all’aggettivo “furioso”, ovviamente per l’assonanza di omonimia con il personaggio dell’Ariosto.
Sant’Orlando, protettore dei maratoneti. Ci starebbe bene. Scherzi a parte (!), ad ogni manifestazione a cui presenzio mi trovo però a recitare un ruolo davvero strano. C’è chi mi chiede previsioni cronometriche, chi consigli alimentari dell’ultima ora, chi tempi di passaggio per tattiche d’assalto, ma quel che va per la maggiore è il contatto. La stretta di mano sembra servire a passare energie dal mio corpo a quello del maratoneta, che non sa che non ho mangiato carboidrati la sera prima. C’è chi vorrebbe le mie gambe, senza sapere che ho i polpacci contratti per una seduta di ripetute fatte un paio di giorni prima.
Le foto sono un altro must del pre gara, utili ad immortalare sorrisi che qualche chilometro più tardi saranno sostituiti da smorfie di sofferenza degne di un martire.
Anche l’autografo sul pettorale sembra avere effetti positivi sulla prestazione sportiva: “Quando me lo hai firmato a …. ho fatto il mio primato” mi dicono in tanti.
Insomma, nel pre gara mi sembra di essere davvero una reliquia ambulante, e meno male che arriva la partenza. Salgo sulla bici e via pedalando verso il traguardo che molti podisti vedono come le porte del paradiso, o almeno la fine dell’inferno.
Anch’io sarò là a verificare se le mie ambizioni alla nomina di santo possono essere adeguate. Sembra funzioni.
Scuola di corsa 13-10-2010
Da ventanni circa so di avere la gamba destra più forte della sinistra; un differenziale del 30%. Tanto davvero, e ciò è originato per leggeri problemi muscolari diventati sempre più rilevanti in seguito all’elevato carico chilometrico che facevo una volta. Chi mi vede correre riferisce che procedo con un’andatura zoppicante, ed è evidente che il richiamo della gamba sinistra è maggiore rispetto alla destra. Quest’ultima però lavora molto più dell’altra e si affatica maggiormente. Lo avverto anche dalle maggiori tensioni quando svolgo gli esercizi di allungamento.
Per fortuna che tali squilibri non hanno portato, per ora (!?!) a problemi fisici. Se da una parte sono fortunato, dall’altra faccio di tutto per evitare che queste forti tensioni squilibrate alterino le forze d’impatto. Lo stretching mi salva, ma devo attuare strategie tecniche per ridurre questo compenso.
Da dopo Berlino ho ridotto il carico chilometrico per riservare maggiori energie a correre bene. Allunghi tecnici, salite brevi, un po’ di rafforzamento muscolare ed esercizi di propriocezione delle spinte, oltre ad una corsa attenta e consapevole spero mi servano a ridurre il problema. L’età non è dalla mia parte perché sento i tessuti muscolari farsi sempre più rigidi. Questo è il maggior ostacolo da superare.
Ritorno alla pista 07-10-2010
Trovo che correre in tondo sia un modo di stare sempre dentro l’impegno fisico e mentale: la pista favorisce la concentrazione e quindi mi sento attaccato all’obiettivo che sto perseguendo. Su strada invece, il fatto di vedere in lontananza il punto d’arrivo, anche se si tratta di una prova breve come nei 200 metri, mi distoglie un po’ dal focus prefissato. I tempi di percorrenza spesso non subiscono alterazioni: più o meno si tengono gli stessi ritmi, forse solo qualche decimo più veloce in pista, ma avverto che diversa è la tensione. Riscontro che sia maggiore in pista, anche per la stimolazione che deriva dai riferimenti fisici posti ogni cento metri: la bandierina funge da faro sul quale fisso il mio sguardo sebbene la concentrazione sia diretta invece agli aspetti meccanici.
E’ soprattutto in questo senso che avverto la differenza tra correre in pista e su strada: si tratta di un invito all’attenzione tecnica, rafforzata dal fatto che riesco a verificare l’ampiezza della falcata grazie ai riferimenti posti a terra. Il reticolo di quadrati nella zona d’arrivo è un efficace stimolo a fare il passo lungo e mantenerlo fino alla fine. Per questo aspetto il manto sintetico e la combinazione dell’elasticità delle scarpe leggere sono di grande efficacia. Aspetti fisici che consentono di mantenere ancora l’illusione di correre un po’ velocemente.
La mia Val d'Orcia 04-10-2010
Qui la terra è scivolata in basso, lasciando attorno a sé una corona di colline e cucuzzoli, spesso occupati da incantevoli borghi e piccoli paesi. Il cielo ha inevitabilmente colmato lo spazio vuoto, allargandosi egoisticamente in tutta la vallata. La notte, infatti, le stelle splendono di più che in altri posti. Nella conca lo sguardo si perde tra forme ondulate, tondeggianti, morbide. Walt Disney ha fondato i suoi capolavori su queste sagome morbide e fluide, consapevole che ai bambini piacciono perché danno calma e tranquillità. Ad un uomo le rotondità portano invece ad immaginare il corpo sinuoso della propria amante. Ad una donna, le curve dolci ricordano la maternità: il proprio seno e le guance paffute del bambino che abbracciano.
Tra le innumerevoli colline, dissodate e brulle dopo un’intensa stagione di coltivazioni, s’insinuano stradine che come una rete di vene scorrono tra i muscoli di un grande corpo.
Queste bianche strisce di polvere ti avvicinano ad altra terra dove possenti nodi e croste invadono infiniti campi, nei quali la vita sta riposando.
Silenzio e calma si diffondono tutto attorno. Solo il crepitio dei miei passi lascia un suono.
Gli altri che corrono in queste terre sono più rispettosi. Caprioli e lepri non muovono l’aria circostante e si spostano rapidamente e silenziosi come ombre. Ombre che si diffondono tutt’attorno perché il tappeto di terra non è omogeneo. Chiazze scure risaltano su fondi più chiari. Il grigio addolcisce il nero. Il giallo si mescola con il marrone. E ci sono anche macchie di un pallido turchese. Qui la natura si è divertita a giocare. Un vulcano, il monte Amiata, ha fatto scivolare linfa incandescente lungo i suoi pendii. La laguna di un antico mare ha invece abbandonato microscopici elementi colorati.
Sarà la mia immaginazione ad essere condizionata. Forse queste cose le vedo solo io. Ma alla fine qui mi sento bene. Mi piace starci. Sono felice. Il resto passa e non mi tocca il cuore.
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