Sito aggiornato al 17/05/2012

La mia New York


Il progetto c’era. La decisione no, almeno fino a sabato mattina. Venerdì mattina, i pochi passi per andare in bagno mi avevano dato segnali di resa. E’ stato il lavoro psicologico di Ilaria a convincermi di allinearmi alla partenza di stamattina e l’ho fatto con l’atteggiamento mentale corretto. Un solo obiettivo: arrivare. E sono riuscito nell’intento di non farmi mai condizionare dal cronometro. Ho buttato un’occhiata ogni tanto al girare dei numeri per evitare di farmi prendere dall’ansia agonistica, la trappola nella quale sono caduto lo scorso anno. E poi perché tirare, visto che il vento ci dava sberle da 20km/h da demotivare ogni velleità, e correndo con l’attenzione a tenere energie per la seconda parte...
Tre quarti di gara se ne sono andati come una sorta di trasferimento, e nonostante l’attiva attenzione di correre al risparmio, al 20° miglio la crisi si è presentata. Difficoltà muscolari, non organiche. Polpacci indolenziti, probabilmente perché ho corso con le scarpe da gara, che non indossavo in maratona da ventenni. Ne è valsa la pena usarle, ma i disagi muscolari mi hanno fatto soffrire nelle ultime sei miglia, con il pezzo tra il 21 ed il 23 che non passava mai. In questo quarto d’ora ho dovuto dar fondo alle risorse mentali. Il lungo rettilineo che costeggiava Central Park East mi ha mentalmente piegato, con un insidioso falsopiano che non sembrava non finire mai. Una volta dentro il parco ho ritrovato energie e carica mentale ed il traguardo si è avvicinato rapidamente.
Soddisfatto della prestazione cronometrica, senza alcun dubbio un responso che vale meno di 2h50’ in un percorso tipo Berlino. Tagliare il traguardo era però l’obiettivo primario, specialmente perché la trasferta nella Grande Mela è per me una delle più impegnative sul piano del mio lavoro, specialmente il sabato. Se dovessi fare una gara non farei mai le cose che ho fatto ieri, alla vigilia, ma ci sono riuscito. E non è solo merito mio. C’è chi alle mie spalle agisce per darmi carica e motivazioni. Molto più che un allenatore.

Orlando

La cronaca della gara


Molte risorse erano state investite per disporre di un campo di partenti di altissimo livello e nonostante ciò il nome che passava di bocca in bocca tra gli addetti ai lavori era quello di Gebrselassie; “Gebre” per tutti. Anche questa volta, come avviene già da qualche anno, alla vigilia della maratona non si pensa più a ricercare una prestazione cronometrica che possa attirare l’attenzione: il percorso, come si sa, non lo consente. Passare attraverso i cinque grandi quartieri che formano la metropoli newyorkese implica superare dislivelli che inevitabilmente rallentano il passo. Pertanto l’andamento della competizione è lasciato libero di evolversi in maniera casuale: ogni maratoneta corre per sé, per vincere e non per fare il record. L’aspetto tattico quindi riveste un ruolo maggiore rispetto ad altre competizioni gemelle, rendendo la gara tatticamente aperta e libera ad ogni soluzione possibile. Qui si corre uomo contro uomo, ed anche se la recita è libera, il copione non cambia quasi mai perché, come sempre, la gara si sbroglia a partire dal 26° chilometro, quando si entra in Manhattan e si percorre la First Avenue. La lunga salita precedente, del Queensborough Bridge, viene affrontata da sempre in maniera morbida perché si sa che sarà il toboga della First Avenue a far soffrire chi non ha le energie per ambire alla vittoria in Central Park. Ma ancora prima di arrivare al vero campo di battaglia, il favorito “Gebre” aveva alzato la bandiera della resa a causa di un problema articolare al ginocchio. Sono certo che la dipartita dell’etiope primatista del mondo ha rinvigorito le energie di alcuni pretendenti la vittoria, specialmente tra i keniani, sebbene ad andare in testa a fare selezione ci abbia pensato un altro Gebre di nome, ma Gebrmariam di cognome. I cambi di ritmo si sono fatti sentire come le incisioni di stilettate acute sulle fibre dei muscoli ed il gruppo ha gradatamente perso di consistenza fino a che in testa alla corsa è rimasta una coppia: Gebrmariam e Mutai. Dietro, molti si erano distaccati, ma si può affermare che fossero solo sfilacciature e nessuno strappo definitivo perché i margini erano contenuti a qualche decina di metri. Dietro soffrivano un po’ tutti, a partire da Keflezigi vincitore lo scorso anno, a Marilson Dos Santos, a Mutai. La decisiva azione tattica è avvenuta, come immaginabile, sui saliscendi del parco, ma più che per effetto di un’azione d’attacco, la gara si è risolta per la resa di uno dei favoriti: così, l’etiope di turno, che non era “Gebre” Gebrselassie, ma l’altro “Gebre”, Gebrmariam, ha preso in carico l’onere della vittoria e con il sorriso stampato in volto per la gioia e la meraviglia, ha tagliato un traguardo che potrebbe aprirgli una carriera ricca di grandi speranze ed opportunità, visto che Gebrselassie potrebbe, in un futuro davvero molto prossimo, non indossare più scarpe da gara e non attaccare alcun numero sul petto.
La prestazione cronometrica dell’esordiente Gebrmariam (2h08’14”) non è tale da far usare toni entusiastici, ma quel che conta, si sa bene, è vincere. Inoltre, la Grande Mela è stata sferzata da folate di venti trasversali che soffiavano a 20km/h. Difficile non essere stati condizionati da tale elemento atmosferico. A completare il podio, tutto africano, Mutai (2h09’18”) e Kip Kosgei (2h10’39”). Sesto invece il vincitore della passata edizione, Meb Keflezigi
Avvincente anche la gara femminile, forse più combattuta rispetto a quella dei maschi, perché più serrata. Nel parco sono entrate in cinque appaiate e la lotta si è fatta sempre più intensa ad ogni salita. A fare selezione è stata la keniana Etna Kiplagat (2h28’20”), arrivata sul traguardo con ancora energie da spendere. Buona la prova dell’americana Shalane Flanagan (2h28’40”) che meritava il secondo posto ai danni dell’altra keniana Keitany (2h29’01”).

Tutto ciò che ho riportato non l’ho visto in presa diretta, ma un paio d’ore dopo. No, non c’era una differita televisiva e neppure il condizionamento del fuso orario: mentre i big tagliavano il traguardo io ero impegnato qualche chilometro indietro. A modo mio ho voluto festeggiare l’anniversario dei 25 anni dalla mia seconda vittoria. Contrariamente allo scorso anno, quando cercavo di convincere me stesso che sebbene fosse passato tanto tempo dai miei fasti atletici ero ancora in grado di correre ad impegno elevato, stavolta mi sono allineato al Ponte di Verrazzano come uno fra tanti degli oltre 43 mila corridori. Ho corso con piacere, gustandomi la gara, spingendo quando sentivo le gambe leggere, soffrendo anche per un paio di crisi tipiche da maratoneta amatore, ma ho tagliato il traguardo contento di aver corso per me stesso. Soddisfazioni personali che riesco ancora a gustare.

La dedica di Linus

La colazione era pronta sul banco della camera: quattro fette biscottate, miele e marmellata ed un caffè da scaldare. Non è piacevole mangiare da solo, come ad un fast food. Il buio che stava oltre le tapparelle mi faceva sentire ancora più triste.
Alle 5.20 sono andato all’Hilton perché lì veniva servita la colazione dei top runner. Un bagel caldo, un vasetto di miele e del tè. Guardavo i big apparentemente calmi incamerare energie prima dello sforzo. Una volta ero come loro. Nostalgia per il piacere di correre forte. Nessun rammarico invece per la tensione che scorre nel corpo. Con Ilaria sono rientrato in hotel; ho mangiato anche le fette biscottate che avevo in stanza e alle 6.30 ero già seduto sul bus dei top runner, ma il numero 2. Il primo, davanti al mio, era così pieno di tensione agonistica che si faceva fatica a salire la scaletta senza esserne pesantemente condizionati. Il mio era praticamente vuoto: otto persone per 50 posti. Meglio così! mi son detto. Sul sedile a fianco c’era un olandese, ricciolone, allampanato, che parlava spagnolo con un messicano. Era Vroemen, ex primatista europeo dei 3 mila siepi. Davanti a me una ragazza mora. Sapevo chi era ma non avevo voglia di parlare. Ho chiuso gli occhi pensando a rilassarmi; poi avrei ascoltato della musica. La bella mora neozelandese, miss Stramilano una ventina di anni fa, me la ricordo bene e lei sa chi sono. Inizia a parlarmi del più e del meno ma il discorso si fa moralista. Si racconta, mi parla della sua famiglia, delle difficoltà degli atleti di alto livello a combinare lavoro e famiglia. Mi parla del suo caro amico De Castella, e sembra parli di me. Dopo un’ora in cui volevo rilassarmi e caricarmi con un po’ di musica, scendo dal pullman con sensi di colpa di genitore, di marito, di corridore. A questo punto correre mi serve per staccare e sciogliere i pensieri.
Sceso dal pullman m’infilo subito nel grande tendone bianco che ospita i top runner. Di fianco c’è quello dei sub elite. Prima di entrare butto lo sguardo al ponte di Verrazzano, che mi sembra una grande mascella metallica, sostenuta dalle imponenti arcate grandi come le mandibole di un gigante. Ogni volta che arrivo qui mi sento un lillipuzziano. Dentro al tendone è piacevolmente caldo. Mi siedo in un angolo, così me ne sto appartato, non perché necessiti di concentrazione ma per starmene proprio tranquillo. Dopo poco si scosta lo spesso lembo di plastica trasparente e assieme ad una gelida folata di vento, entra il brasiliano Marilson Dos Santos. Decido si spostarmi di un paio di sedie. Davanti a me c’è Raamala; ha lo sguardo sbieco; non capisco se è perché non ha dormito o perché è imbambolato. Sorride ma è proprio assorto.
Di fianco a me si siede ancora l’olandese Vroemen e con slancio inizia a parlare della maratona. Attorno ad un tavolo rotondo si mettono gli americani. Torres, Rinhzenhaim, Keflezigi, tirato come una mummia. Sorride, ma fatica a stare rilassato. Avrà il sentore di una giornata dura. In mezzo allo stanzone luminoso è seduto invece Gebrselaisse. Girano anche tante donne, ma fatico a riconoscerle. Alla mia sinistra arriva Enrico Vivian. Non dovrebbe stare qui, ma fa bene a far finta di niente e farsi passare per un top runner. Parliamo la nostra lingua diretta: dialetto. Lui tende a sdrammatizzare la situazione perché sa che deve tirare. Io sono davvero molto calmo. Ogni 5’ un addetto alla corsa entra ed attira l’attenzione di tutti scandendo il conto alla rovescia. Manca ancora molto. Mi sono portato da leggere ma non riesco a farlo. C’è un andirivieni da stazione ferroviaria.
Chiamano le donne al via; concitate lasciano il tendone. Senza di loro si sta davvero meglio, ma perché allo stesso tempo sono usciti praticamente tutti i maschi per fare riscaldamento. Sono rimasto solo io e tre keniani. Come me, decidono che il riscaldamento è solo un modo per sprecare energie. Fa davvero un effetto strano stare lì dentro quasi da solo. Non c’è tensione e molto spazio. Mi distendo sui tappeti e faccio qualche esercizio di allungamento. E’ fondamentale che la schiena sia rilassata. Ripeto l’esercizio che dura un minuto per tre volte, e poi passo alle gambe. Le dita delle mani superano la punta dei piedi. Ottimo, mi dico. E’ quasi il nostro turno. Infilo le scarpe da gara e mi fa un certo effetto: è dal ‘89 che non indosso un modello così leggero per percorrere 42km. Mi chiedo se sia una buona scelta ma con queste pantofole ai piedi sento le gambe leggere.. Metto il muso fuori dal tendone e l’aria fredda mi stimola per fare due cose: la pipì per l’ultima volta e tenermi addosso tutto l’abbigliamento che dispongo. Ci raggruppano. Il vento ci sbatte in faccia sferzate gelide. Tiro su il cappuccio della felpa. Dieci minuti per arrivare sul ponte per percorrere 300 metri. Dalla partenza blu si passa nella corsia centrale, quella arancione; è la prima volta che vedo la partenza da questa prospettiva.. Quattordici minuti annuncia un ragazzetto. Tutti gli atleti che erano con me sgambettano verso la virgola d’asfalto che sale e piega a sinistra. Mi scaldo? No. Sicuro? Si. Però … Dai, tre minuti, che sono poi centottanta secondi. Tre volte su e giù per quel poco spazio che abbiamo a disposizione, tanto per familiarizzare le gambe con la corsa. Non mi sono scaldato a Berlino, ed ho corso bene, posso non farlo qui. Sono molto calmo. Dico a Vivian che “spero mi arrivi un po’ di tensione, un po’ di paura della corsa. Almeno mi serve per essere prudente al via”.
Mi siedo sul marciapiede e sciolgo i muscoli. Cinque minuti e si va. Tutti sono già in pantaloncini e maglietta. Il mio corpo sta troppo bene dentro i vestiti. Tengo la calzamaglia fino al meno uno. Le gambe sono l’unica parte scoperta del corpo. Attorno a me ci sono parecchie ragazze; decido di mettermi in seconda fila, dietro a Franca (Fiacconi). La vedo concentrata; quando le ho chiesto a che ritmo correrà, non mi ha mai risposto. Interpreto la reticenza come un segnale aggressivo.
Partiamo. “Morbido” mi dico “tanto, se passo piano al primo meglio ho sempre modo di recuperare.” “Lascia fare” mi ripeto quando noto che sono in tanti a superarmi. Man mano che ci percorre l’ascesa del Verrazzano le folate di vento s’intensificano, come succede ad un aereo che prende quota e sulla gobba del ponte mi sento sbattuto come una bandiera. Cerco il cartello del primo miglio. Spero di andare piano. Che controsenso e paradosso. Mi tranquillizza verificare che sono in ritardo di 35” rispetto allo scorso anno. “Bene” mi dico. Anche se pensavo di essere ancora più lento. Passo 1” più lento del passo medio, ma che avevo programmato per la pianura. “Sciolto” mi dico e mi lascio trasportare dalla discesa. Finisce il grande arco di Verrazzano: sono in corsa da 3km e mi sento “carburato”. Butto la felpa ma tengo le maniche corte. Fa più freddo del previsto e mi rammarico di non aver portato i guanti. Sento gli angoli di plastica delle bustine di fruttosio pizzicarmi la pancia come degli spilli. “Che sprovveduto” mi dico; è la prima volta nella mia carriera di maratona che mi prefiggo di usare integratori in corsa. Tolgo le bustine dal davanti e le infilo nella parte posteriore. Meno disagio. Il secondo miglio passa bene, più svelto del previsto. “Morbido” è la parola che la mia mente ha deciso di usare oggi, e quando dei podisti mi passano resto passivo. “mi suggerisco di rallentare” dopo che passo ai 5km in 20’12”. Almeno 18” di vantaggio. Cerco di ridurre le tensioni e noto che altri 5km se ne vanno in 20’18”. “Ancora più morbido” mi dico ma questa è l’andatura che mi viene con estrema facilità. Riesco a guardarmi attorno e staccare con il pensiero. Ad ogni cartello di miglio verifico che rispetto ai 6’45” prefissati passo una decina di secondi più svelto.
Nei miei pensieri vedo Linus. Lui insiste che sia meglio fare riferimento alle miglia, che sono meno dei chilometri. Non ci sono cartelli ogni 1000 metri e quindi il miglio è la minima distanza da controllare, ma il tempo scorre veloce che preferisco fissare riferimenti ogni 5km. E sono sempre di poco più lento dei 4’ al chilometro. Avrei paura di questo passo, che a Berlino 40 giorni prima era un più pesante, se non fosse che corro senza impegno organico e muscolare. Linus passa ancora nei miei pensieri. Il giorno prima mi ha regalato il suo libro “parli sempre di corsa” con questa dedica “A Orlando, amatore … inesperto”. Che provocazione. M’impegno quindi a non fare stupidaggini per non dargli ragione.

In gara


Dal 13° km inizio ad usare il fruttosio. Ho le mani così fredde che non riesco ad aprire le bustine. Devo usare i denti ed ancora sposto appena un lembo di plastica, inadeguato per ingerire bene lo zucchero. Con insistenza ci riesco. Mi sono prefissato di usare gli integratori non a necessità ma per l’andamento del percorso: approfitto delle discese in modo da rilassarmi e spendere meno energie.
Alla mezza ho consumato già 4 bustine. Non avverto nulla di rilevante, ma neppure disagi e così decido che dopo la salita del Queensborough Bridge ne prenderò due. Alla mezza il cronometro segna 1h25’19”. Molto meglio del previsto; più piano non riesco ad andare. La prima verifica che aspetto è la salita del ponte Queensborough. Nei miei occhi questa volta non c’è Linus, ma il mio fantasma. Vedo la mia figura dello scorso anno, ma per fortuna non le stesse sensazioni. Salgo davvero bene tanto che potrei aumentare ma la “morbidezza” è sempre la sensazione che ricerco e mentre salgo con una marcia in meno noto che supero parecchi podisti. Al culmine della salita ingurgito due bustine di fruttosio e recupero nella discesa che porta alla 1st Avenue.
Linus dice che lì c’è il Maracanà del podista ed in effetti l’incitamento è da finale olimpica da stadio. Molto difficile restare passivi, ma mi controllo. Ho paura del lungo toboga che mi aspetta. Se al posto dei piloni della luce ci fossero dei cactus, molti avvoltoi sarebbero in speranzosa attesa; questo è un posto dove s’inizia a piegare la testa a cospetto della signora “42 chilometri”. Ed in effetti supero parecchi maratoneti. Le salite le vedo ma non le sento, ma quando mi giro verifico che sto correndo in discesa: che bella sensazione.
Il 30° km si avvicina: il passo è buono e noto che l’ultima frazione di 5km è 19’45”. Penso che sia il momento di lasciare andare le gambe. Mancano “solo” 50’; va tutto bene ma dovrei pensare a … Linus e alla sua dedica. Entro nel Bronx in buona spinta. Raggiungo una ragazza che ha delle calze fucsia, che mi irritano. E’ un pezzo che soffro questo disagio ed ora sento che mi vendicherò. La vendetta è un sentimento che non si dovrebbe coltivare perché si alimenta di energie ed invece ora dovrei essere estremamente egoista.. Le calze fucsia mi stanno sempre lì, a qualche metro, anzi, tendono a sopravanzarmi. Se le seguo però rischio di andare fuori giri. A quel pensiero 50’ di corsa sono tanti. Ripeto per l’ennesima volta di stare morbido anche se le calze fucsia si allontano.
A questo punto non sono più i colori, i rumori, i suoni ad infastidirmi, ma i muscoli che iniziano a dirmi che il morbido è una caratteristica non più conciliabile con la situazione. Percorro delle strade che non ricordo e sono un po’ disorientato. Mi aggrappo ai cartelli delle miglia, ma la percezione di tempi e distanze è alterata. Sento che qualche avvoltoio volteggia sopra la mia testa. Mi tranquillizzo quando rivedo un angolo di Harlem; so che girato l’angolo si vedrà il Central Park e lì conosco ogni metro di asfalto. Ogni passo sarà famigliare, ma il lungo rettilineo che percorro sembra infinito; non aggancio riferimenti che mi diano conforto ed il volteggiare degli avvoltoi si fa sempre più minaccioso.
Nei circuiti dei neuroni faccio passare messaggi imperativi: “resisti” è l’unico termine che mi concedo, sebbene le gambe non reggano più. Percepisco un certo rallentamento. Ho la tranquillità di controllare il cronometro. Seppure ho rallentato, il passaggio non è malissimo: 21’23”. Però è durissima resistere, e l’occhio butta l’animo nell’asfalto del parco mentre le gambe lavorano ma non sono in grado di fornirmi garanzie. La testa deve resistere e, come un profugo che si è perso nel deserto, quando entro nel parco mi sento come ai margini di un’oasi. La familiarità dei posti mi tranquillizza. Posso contare su un paio di discese e ne approfitto per mollare le tensioni.
Sento però che non sto correndo proprio con efficienza, ma il corpo scorre sulla strada per la forza che attira ogni corpo verso il basso. In ogni modo i metri passano e quando supero il cartello del 25° miglio avverto la sensazione che è quasi fatta, seppure ho il timore di percorrere il rettilineo (lungo) di Central Park South. Mi affaccio su questa strada e la prospettiva non è inquietante a livello mentale come temevo. Prendo il riferimento visivo dell’incrocio della 7a strada; lì è dove dal mio hotel entro nel parco e quindi sono quasi “a casa”. Anche la colonna dove si appoggia il marmo della statua di Cristoforo Colombo, a Columbus Circle, è un buon punto di riferimento. Con tali riferimenti arrivare in vista dell’arrivo è quasi un gioco, incentivato dal superare continuamente podisti molto più in crisi più di me. In prossimità del traguardo emergono le emozioni che la fatica e la stanchezza hanno represso. Sono più soddisfatto rispetto a Berlino anche se il cronometro evidenzia un tempo superiore, ma è risaputo che tra i due tracciati la differenza altimetrica è considerevole.
Non posso avvertire le emozioni di quando sono stato il primo a tagliare il traguardo tanti anni fa, ma percepisco la soddisfazione di essermi liberato di un peso. Superato il traguardo le gambe sono doloranti ma procedo a passo sostenuto. Tra gli alberi del parco scorgo la bianca sagoma della tenda dov’è depositato il mio bagaglio. Là dentro c’è ancora il fantasma dello scorso anno: un anno prima vi ero entrato con il cuore gonfio di rammarico e tristezza. La medaglia che tengo in mano potrebbe essere il talismano che lo scaccia, ma non è quel pezzo di metallo che mi gratifica. La soddisfazione è molto più intima e non si appende ovviamente al collo. Solo io la posso sentire, ed ho avuto il piacere di condividerla con tanti amici, ma specialmente con la persona che è nell’intimo nella mia vita.

Tirare le somme


La prima cosa che voglio fare oggi è ringraziare tutti quelli che hanno dato un contributo ai due miei blog post-maratona di NY. Li ho letti tutti con piacere e soddisfazione. Grazie davvero.
Passate due settimane, un tempo che mi sembra lunghissimo, ho provato a dare un’analisi tecnica delle quattro maratone a cui ho preso parte come amatore. Tutte hanno un denominatore comune: il calo di ritmo nella parte finale. La prova di New York del 2009 ha un peso relativo e non la posso considerare neppure un tentativo di correre l’intera distanza. A quella data erano 20 anni e 6 mesi che non partecipavo ad una maratona e quando mi sono trovato a dover gestire uno sforzo agonistico che sarebbe dovuto essere lungo 42 chilometri e più, mi sono trovato psicologicamente impreparato, scoprendo sia aspetti psicologici che non ricordavo sia situazioni fisiche che non erano più parte del mio potenziale atletico.
Ho cercato di rifarmi un mese dopo, alla maratona di Firenze. La prudenza mi ha portato ad impostare la corsa con una tattica meno spavalda, ma non avendo sperimentato a NY gli elementi fisici a cui facevo riferimento poco sopra, mi sono trovato a cercare di gestirli al meglio negli ultimi chilometri. Delle ultime tre prove che ho corso, a Firenze ho sofferto più di tutte.
Il calo di ritmo (e quindi di rendimento) che ho rilevato nelle maratone di Firenze 2009, Berlino e NY 2010, potrebbero evidenziare una carenza di preparazione, ma non è così. Sia per le sedute di lunghissimo sia per le uscite a ritmo gara, il carico è stato adeguato. La mancanza di energie che devo gestire nel finale di gara potrebbe essere dovuto ad una gestione tattica non adeguata. L’ipotesi è corretta ma solo in parte: il calo di ritmo non dipende dal fatto che parto forte sebbene un po’ di prudenza sarebbe preferibile, ma non riesco. A Firenze lo scorso anno ho un po’ sottovalutato gli effetti di correre a 4’ al chilometro. Anzi, sono stato anche un po’ aggressivo perché dal 27°km ho aumentato il passo. La stessa cosa l’ho fatta nell’ultima maratona di NY. Mentre a Firenze l’ho fatto ignorando che non sono più in grado di sostenere ciò che tanti anni fa era il mio punto forte (la progressione), anche a NY 2010 mi sono segato le gambe allo stesso modo, ma in quest’ultimo caso è stata l’euforia a portarmi a spendere più risorse di quante ne avevo nel portafoglio fisico.
A Firenze ho agito con incoscienza, a NY con consapevolezza. L’esito è stato in ogni caso identico: rallentamento con conseguente crisi. A Firenze però il cervello e le gambe erano scollegate. A NY 2010 non ho mai perso il controllo e la testa ha guidato il corpo fino alla fine nonostante l’errore commesso. Ancora adesso ho ben vivo l’errore commesso, che trova alimento nella presunzione e nell’euforia: avevo percorso molto bene la salita del Queensborough Bridge (frazione di 20’44” compresi gli 800 metri di salita contro i 20’15” che tenevo in pianura). Molto bene correvo sui saliscendi della 1st Avenue, ed in questo contesto mi ha preso la bramosia di voler finire presto la corsa. Dal 28° ho iniziato a spingere di più, motivato dal continuo sorpassare corridori, tanto che in quei 5 km ho corso in 19’43”, convinto che sarei arrivato bene fino alla fine.
La prima crisi, o meglio la leggera pesantezza muscolare conseguente al salire la rampa del Willis Avenue Bridge l’ho gestita bene, rallentando un po’ (4’05”). A tagliarmi però le gambe ci ha pensato il falsopiano sulla 5th Avenue che costeggia il parco. Lì la testa ha sofferto quasi più delle gambe, visto che il calo del ritmo era contenuto e che nonostante tutto superavo ancora podisti. Il finale in spinta mi ha fatto capire che disponevo ancora di un po’ energie. Fossi stato tranquillo, sempre, questa volta il calo sarebbe stato solo conseguenza delle difficoltà altimetriche, mentre a Berlino il calo è stato un elemento costante già dal 25° chilometro, sebbene l’andatura che avevo tenuto era sempre stata controllata.
Dopo aver corso a NY mi sono reso conto che aver sempre affermato che la pioggia caduta nel corso di tutta la maratona non mi aveva condizionato, era un’affermazione inesatta. Mi sono reso conto nelle street di NY che la condizione di forma era migliore di sempre. Mi trovo ora nella stimolante situazione che da amatore ho ancora aspetti da fisici e mentali da sondare. Le occasioni per ampliare le proprie esperienze non finiscono mai, per fortuna.


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