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Orlando Pizzolato Running Blog

In cerca di motivazioni 29-11-2010

Lo sguardo si dirige ai fosforescenti numeri dell’orologio che sta sul comodino. Spero non sia ancora il momento di uscire dalle coperte. Vorrei godermi ancora un po’ di tempo tra il tepore del letto. Negli ultimi giorni la temperatura si è decisamente abbassata. Il termometro lambisce 0°, a volte cede anche a questo livello.
E’ quando apro l’uscio di casa che avverto il disagio del freddo. Non è l’abbigliamento la difesa ideale a questa fastidiosa sensazione. La parte razionale del cervello lancia un appello a tutto il corpo per cercare una valida riposta ai disagi che si vanno ad affrontare. Gran parte del mio essere sarebbe attratta dal richiamo del tepore di casa, come Ulisse ammaliato dal canto delle sirene, ma sento che non posso ascoltare la subdola voce che gira tra i neuroni. Questo velenoso pensiero vorrebbe bloccare tutto il corpo, evitando di essere in balia di ogni elemento di queste notti più invernali che autunnali. I passi che mi portano verso il cancello di casa rappresentano lo sforzo più grande che devo affrontare. Le prime falcate, per fortuna in discesa, tolgono ogni remora e da quel momento non si torna più in dietro. L’allenamento è iniziato e giungere alla fine è solo una formalità, o quasi, se si tratta di sostenere una seduta di carico contenuto.
E’ passato quasi un mese dalla maratona e mi sono concesso la relativa fase di recupero, sia fisico sia psicologico. Adesso è il momento di sondare il futuro, ma le mie idee hanno la stessa chiarezza del cielo di questi giorni. Tra la densa e tetra nuvolaglia scorgo occasionalmente il puntino luminoso di qualche astro ed il barlume della luna è incerto e fugace come la carica motivazionale nei confronti della corsa. Avrei voglia di correre una maratona in primavera ma individuare una domenica in cui posso essere al via di una competizione è davvero limitata. Tutto dipende da me, ovviamente, ma mi rendo conto che il lavoro ha già saturato parecchi week end. Insomma, non ho le idee chiare e ciò si riflette sulle motivazioni degli allenamenti. Ipotizzando una maratona a marzo dovrei iniziare fra un po’ la preparazione specifica, e verifico però che per la testa non è ancora il momento di ridarci dentro con allenamenti impegnativi.
Ho un alibi: la condizione di forma è scaduta e posso dedicarmi per ora a sedute d’impegno contenuto, il tanto che basta per ritrovare efficienza, vale a dire alcune settimane, e così arriverò a ridosso del periodo di ferie. Sono certo che staccare con il lavoro mi permetterà di valutare meglio la mia attività podistica, oltre a dedicarmi in modo più rilassato alla preparazione.
Adesso però è davvero difficile fare i primi passi di ogni allenamento. Spero che il cielo mi aiuti: ho bisogno di sentire meno freddo, di non essere immerso nel buio e di rientrare a casa meno fradicio. Attendo che il clima cambi ed arrivi la mia stagione preferita. Ma sarà fra qualche mese, purtroppo.

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Tirare le somme 22-11-2010

La prima cosa che voglio fare oggi è ringraziare tutti quelli che hanno dato un contributo ai due miei blog post-maratona di NY. Li ho letti tutti con piacere e soddisfazione. Grazie davvero.
Passate due settimane, un tempo che mi sembra lunghissimo, ho provato a dare un’analisi tecnica delle quattro maratone a cui ho preso parte come amatore. Tutte hanno un denominatore comune: il calo di ritmo nella parte finale. La prova di New York del 2009 ha un peso relativo e non la posso considerare neppure un tentativo di correre l’intera distanza. A quella data erano 20 anni e 6 mesi che non partecipavo ad una maratona e quando mi sono trovato a dover gestire uno sforzo agonistico che sarebbe dovuto essere lungo 42 chilometri e più, mi sono trovato psicologicamente impreparato, scoprendo sia aspetti psicologici che non ricordavo sia situazioni fisiche che non erano più parte del mio potenziale atletico.
Ho cercato di rifarmi un mese dopo, alla maratona di Firenze. La prudenza mi ha portato ad impostare la corsa con una tattica meno spavalda, ma non avendo sperimentato a NY gli elementi fisici a cui facevo riferimento poco sopra, mi sono trovato a cercare di gestirli al meglio negli ultimi chilometri. Delle ultime tre prove che ho corso, a Firenze ho sofferto più di tutte.
Il calo di ritmo (e quindi di rendimento) che ho rilevato nelle maratone di Firenze 2009, Berlino e NY 2010, potrebbero evidenziare una carenza di preparazione, ma non è così. Sia per le sedute di lunghissimo sia per le uscite a ritmo gara, il carico è stato adeguato. La mancanza di energie che devo gestire nel finale di gara potrebbe essere dovuto ad una gestione tattica non adeguata. L’ipotesi è corretta ma solo in parte: il calo di ritmo non dipende dal fatto che parto forte sebbene un po’ di prudenza sarebbe preferibile, ma non riesco. A Firenze lo scorso anno ho un po’ sottovalutato gli effetti di correre a 4’ al chilometro. Anzi, sono stato anche un po’ aggressivo perché dal 27°km ho aumentato il passo. La stessa cosa l’ho fatta nell’ultima maratona di NY. Mentre a Firenze l’ho fatto ignorando che non sono più in grado di sostenere ciò che tanti anni fa era il mio punto forte (la progressione), anche a NY 2010 mi sono segato le gambe allo stesso modo, ma in quest’ultimo caso è stata l’euforia a portarmi a spendere più risorse di quante ne avevo nel portafoglio fisico.
A Firenze ho agito con incoscienza, a NY con consapevolezza. L’esito è stato in ogni caso identico: rallentamento con conseguente crisi. A Firenze però il cervello e le gambe erano scollegate. A NY 2010 non ho mai perso il controllo e la testa ha guidato il corpo fino alla fine nonostante l’errore commesso. Ancora adesso ho ben vivo l’errore commesso, che trova alimento nella presunzione e nell’euforia: avevo percorso molto bene la salita del Queensborough Bridge (frazione di 20’44” compresi gli 800 metri di salita contro i 20’15” che tenevo in pianura). Molto bene correvo sui saliscendi della 1st Avenue, ed in questo contesto mi ha preso la bramosia di voler finire presto la corsa. Dal 28° ho iniziato a spingere di più, motivato dal continuo sorpassare corridori, tanto che in quei 5 km ho corso in 19’43”, convinto che sarei arrivato bene fino alla fine.
La prima crisi, o meglio la leggera pesantezza muscolare conseguente al salire la rampa del Willis Avenue Bridge l’ho gestita bene, rallentando un po’ (4’05”). A tagliarmi però le gambe ci ha pensato il falsopiano sulla 5th Avenue che costeggia il parco. Lì la testa ha sofferto quasi più delle gambe, visto che il calo del ritmo era contenuto e che nonostante tutto superavo ancora podisti. Il finale in spinta mi ha fatto capire che disponevo ancora di un po’ energie. Fossi stato tranquillo, sempre, questa volta il calo sarebbe stato solo conseguenza delle difficoltà altimetriche, mentre a Berlino il calo è stato un elemento costante già dal 25° chilometro, sebbene l’andatura che avevo tenuto era sempre stata controllata.
Dopo aver corso a NY mi sono reso conto che aver sempre affermato che la pioggia caduta nel corso di tutta la maratona non mi aveva condizionato, era un’affermazione inesatta. Mi sono reso conto nelle street di NY che la condizione di forma era migliore di sempre. Mi trovo ora nella stimolante situazione che da amatore ho ancora aspetti da fisici e mentali da sondare. Le occasioni per ampliare le proprie esperienze non finiscono mai, per fortuna.

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In gara a New York 17-11-2010

 

continua da pagina La dedica di Linus

Dal 13° km inizio ad usare il fruttosio. Ho le mani così fredde che non riesco ad aprire le bustine. Devo usare i denti ed ancora sposto appena un lembo di plastica, inadeguato per ingerire bene lo zucchero. Con insistenza ci riesco. Mi sono prefissato di usare gli integratori non a necessità ma per l’andamento del percorso: approfitto delle discese in modo da rilassarmi e spendere meno energie.
Alla mezza ho consumato già 4 bustine. Non avverto nulla di rilevante, ma neppure disagi e così decido che dopo la salita del Queensborough Bridge ne prenderò due. Alla mezza il cronometro segna 1h25’19”. Molto meglio del previsto; più piano non riesco ad andare. La prima verifica che aspetto è la salita del ponte Queensborough. Nei miei occhi questa volta non c’è Linus, ma il mio fantasma. Vedo la mia figura dello scorso anno, ma per fortuna non le stesse sensazioni. Salgo davvero bene tanto che potrei aumentare ma la “morbidezza” è sempre la sensazione che ricerco e mentre salgo con una marcia in meno noto che supero parecchi podisti. Al culmine della salita ingurgito due bustine di fruttosio e recupero nella discesa che porta alla 1st Avenue.
Linus dice che lì c’è il Maracanà del podista ed in effetti l’incitamento è da finale olimpica da stadio. Molto difficile restare passivi, ma mi controllo. Ho paura del lungo toboga che mi aspetta. Se al posto dei piloni della luce ci fossero dei cactus, molti avvoltoi sarebbero in speranzosa attesa; questo è un posto dove s’inizia a piegare la testa a cospetto della signora “42 chilometri”. Ed in effetti supero parecchi maratoneti. Le salite le vedo ma non le sento, ma quando mi giro verifico che sto correndo in discesa: che bella sensazione.
Il 30° km si avvicina: il passo è buono e noto che l’ultima frazione di 5km è 19’45”. Penso che sia il momento di lasciare andare le gambe. Mancano “solo” 50’; va tutto bene ma dovrei pensare a … Linus e alla sua dedica. Entro nel Bronx in buona spinta. Raggiungo una ragazza che ha delle calze fucsia, che mi irritano. E’ un pezzo che soffro questo disagio ed ora sento che mi vendicherò. La vendetta è un sentimento che non si dovrebbe coltivare perché si alimenta di energie ed invece ora dovrei essere estremamente egoista.. Le calze fucsia mi stanno sempre lì, a qualche metro, anzi, tendono a sopravanzarmi. Se le seguo però rischio di andare fuori giri. A quel pensiero 50’ di corsa sono tanti. Ripeto per l’ennesima volta di stare morbido anche se le calze fucsia si allontano.
A questo punto non sono più i colori, i rumori, i suoni ad infastidirmi, ma i muscoli che iniziano a dirmi che il morbido è una caratteristica non più conciliabile con la situazione. Percorro delle strade che non ricordo e sono un po’ disorientato. Mi aggrappo ai cartelli delle miglia, ma la percezione di tempi e distanze è alterata. Sento che qualche avvoltoio volteggia sopra la mia testa. Mi tranquillizzo quando rivedo un angolo di Harlem; so che girato l’angolo si vedrà il Central Park e lì conosco ogni metro di asfalto. Ogni passo sarà famigliare, ma il lungo rettilineo che percorro sembra infinito; non aggancio riferimenti che mi diano conforto ed il volteggiare degli avvoltoi si fa sempre più minaccioso.
Nei circuiti dei neuroni faccio passare messaggi imperativi: “resisti” è l’unico termine che mi concedo, sebbene le gambe non reggano più. Percepisco un certo rallentamento. Ho la tranquillità di controllare il cronometro. Seppure ho rallentato, il passaggio non è malissimo: 21’23”. Però è durissima resistere, e l’occhio butta l’animo nell’asfalto del parco mentre le gambe lavorano ma non sono in grado di fornirmi garanzie. La testa deve resistere e, come un profugo che si è perso nel deserto, quando entro nel parco mi sento come ai margini di un’oasi. La familiarità dei posti mi tranquillizza. Posso contare su un paio di discese e ne approfitto per mollare le tensioni.
Sento però che non sto correndo proprio con efficienza, ma il corpo scorre sulla strada per la forza che attira ogni corpo verso il basso. In ogni modo i metri passano e quando supero il cartello del 25° miglio avverto la sensazione che è quasi fatta, seppure ho il timore di percorrere il rettilineo (lungo) di Central Park South. Mi affaccio su questa strada e la prospettiva non è inquietante a livello mentale come temevo. Prendo il riferimento visivo dell’incrocio della 7a strada; lì è dove dal mio hotel entro nel parco e quindi sono quasi “a casa”. Anche la colonna dove si appoggia il marmo della statua di Cristoforo Colombo, a Columbus Circle, è un buon punto di riferimento. Con tali riferimenti arrivare in vista dell’arrivo è quasi un gioco, incentivato dal superare continuamente podisti molto più in crisi più di me. In prossimità del traguardo emergono le emozioni che la fatica e la stanchezza hanno represso. Sono più soddisfatto rispetto a Berlino anche se il cronometro evidenzia un tempo superiore, ma è risaputo che tra i due tracciati la differenza altimetrica è considerevole.
Non posso avvertire le emozioni di quando sono stato il primo a tagliare il traguardo tanti anni fa, ma percepisco la soddisfazione di essermi liberato di un peso. Superato il traguardo le gambe sono doloranti ma procedo a passo sostenuto. Tra gli alberi del parco scorgo la bianca sagoma della tenda dov’è depositato il mio bagaglio. Là dentro c’è ancora il fantasma dello scorso anno: un anno prima vi ero entrato con il cuore gonfio di rammarico e tristezza. La medaglia che tengo in mano potrebbe essere il talismano che lo scaccia, ma non è quel pezzo di metallo che mi gratifica. La soddisfazione è molto più intima e non si appende ovviamente al collo. Solo io la posso sentire, ed ho avuto il piacere di condividerla con tanti amici, ma specialmente con la persona che è nell’intimo nella mia vita.

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La dedica di Linus 15-11-2010

 
La colazione era pronta sul banco della camera: quattro fette biscottate, miele e marmellata ed un caffè da scaldare. Non è piacevole mangiare da solo, come ad un fast food. Il buio che stava oltre le tapparelle mi faceva sentire ancora più triste.
Alle 5.20 sono andato all’Hilton perché lì veniva servita la colazione dei top runner. Un bagel caldo, un vasetto di miele e del tè. Guardavo i big apparentemente calmi incamerare energie prima dello sforzo. Una volta ero come loro. Nostalgia per il piacere di correre forte. Nessun rammarico invece per la tensione che scorre nel corpo. Con Ilaria sono rientrato in hotel; ho mangiato anche le fette biscottate che avevo in stanza e alle 6.30 ero già seduto sul bus dei top runner, ma il numero 2. Il primo, davanti al mio, era così pieno di tensione agonistica che si faceva fatica a salire la scaletta senza esserne pesantemente condizionati. Il mio era praticamente vuoto: otto persone per 50 posti. Meglio così! mi son detto. Sul sedile a fianco c’era un olandese, ricciolone, allampanato, che parlava spagnolo con un messicano. Era Vroemen, ex primatista europeo dei 3 mila siepi. Davanti a me una ragazza mora. Sapevo chi era ma non avevo voglia di parlare. Ho chiuso gli occhi pensando a rilassarmi; poi avrei ascoltato della musica. La bella mora neozelandese, miss Stramilano una ventina di anni fa, me la ricordo bene e lei sa chi sono. Inizia a parlarmi del più e del meno ma il discorso si fa moralista. Si racconta, mi parla della sua famiglia, delle difficoltà degli atleti di alto livello a combinare lavoro e famiglia. Mi parla del suo caro amico De Castella, e sembra parli di me. Dopo un’ora in cui volevo rilassarmi e caricarmi con un po’ di musica, scendo dal pullman con sensi di colpa di genitore, di marito, di corridore. A questo punto correre mi serve per staccare e sciogliere i pensieri.
Sceso dal pullman m’infilo subito nel grande tendone bianco che ospita i top runner. Di fianco c’è quello dei sub elite. Prima di entrare butto lo sguardo al ponte di Verrazzano, che mi sembra una grande mascella metallica, sostenuta dalle imponenti arcate grandi come le mandibole di un gigante. Ogni volta che arrivo qui mi sento un lillipuzziano. Dentro al tendone è piacevolmente caldo. Mi siedo in un angolo, così me ne sto appartato, non perché necessiti di concentrazione ma per starmene proprio tranquillo. Dopo poco si scosta lo spesso lembo di plastica trasparente e assieme ad una gelida folata di vento, entra il brasiliano Marilson Dos Santos. Decido si spostarmi di un paio di sedie. Davanti a me c’è Raamala; ha lo sguardo sbieco; non capisco se è perché non ha dormito o perché è imbambolato. Sorride ma è proprio assorto.
Di fianco a me si siede ancora l’olandese Vroemen e con slancio inizia a parlare della maratona. Attorno ad un tavolo rotondo si mettono gli americani. Torres, Rinhzenhaim, Keflezigi, tirato come una mummia. Sorride, ma fatica a stare rilassato. Avrà il sentore di una giornata dura. In mezzo allo stanzone luminoso è seduto invece Gebrselaisse. Girano anche tante donne, ma fatico a riconoscerle. Alla mia sinistra arriva Enrico Vivian. Non dovrebbe stare qui, ma fa bene a far finta di niente e farsi passare per un top runner. Parliamo la nostra lingua diretta: dialetto. Lui tende a sdrammatizzare la situazione perché sa che deve tirare. Io sono davvero molto calmo. Ogni 5’ un addetto alla corsa entra ed attira l’attenzione di tutti scandendo il conto alla rovescia. Manca ancora molto. Mi sono portato da leggere ma non riesco a farlo. C’è un andirivieni da stazione ferroviaria.
Chiamano le donne al via; concitate lasciano il tendone. Senza di loro si sta davvero meglio, ma perché allo stesso tempo sono usciti praticamente tutti i maschi per fare riscaldamento. Sono rimasto solo io e tre keniani. Come me, decidono che il riscaldamento è solo un modo per sprecare energie. Fa davvero un effetto strano stare lì dentro quasi da solo. Non c’è tensione e molto spazio. Mi distendo sui tappeti e faccio qualche esercizio di allungamento. E’ fondamentale che la schiena sia rilassata. Ripeto l’esercizio che dura un minuto per tre volte, e poi passo alle gambe. Le dita delle mani superano la punta dei piedi. Ottimo, mi dico. E’ quasi il nostro turno. Infilo le scarpe da gara e mi fa un certo effetto: è dal ‘89 che non indosso un modello così leggero per percorrere 42km. Mi chiedo se sia una buona scelta ma con queste pantofole ai piedi sento le gambe leggere.. Metto il muso fuori dal tendone e l’aria fredda mi stimola per fare due cose: la pipì per l’ultima volta e tenermi addosso tutto l’abbigliamento che dispongo. Ci raggruppano. Il vento ci sbatte in faccia sferzate gelide. Tiro su il cappuccio della felpa. Dieci minuti per arrivare sul ponte per percorrere 300 metri. Dalla partenza blu si passa nella corsia centrale, quella arancione; è la prima volta che vedo la partenza da questa prospettiva.. Quattordici minuti annuncia un ragazzetto. Tutti gli atleti che erano con me sgambettano verso la virgola d’asfalto che sale e piega a sinistra. Mi scaldo? No. Sicuro? Si. Però … Dai, tre minuti, che sono poi centottanta secondi. Tre volte su e giù per quel poco spazio che abbiamo a disposizione, tanto per familiarizzare le gambe con la corsa. Non mi sono scaldato a Berlino, ed ho corso bene, posso non farlo qui. Sono molto calmo. Dico a Vivian che “spero mi arrivi un po’ di tensione, un po’ di paura della corsa. Almeno mi serve per essere prudente al via”.
Mi siedo sul marciapiede e sciolgo i muscoli. Cinque minuti e si va. Tutti sono già in pantaloncini e maglietta. Il mio corpo sta troppo bene dentro i vestiti. Tengo la calzamaglia fino al meno uno. Le gambe sono l’unica parte scoperta del corpo. Attorno a me ci sono parecchie ragazze; decido di mettermi in seconda fila, dietro a Franca (Fiacconi). La vedo concentrata; quando le ho chiesto a che ritmo correrà, non mi ha mai risposto. Interpreto la reticenza come un segnale aggressivo.
Partiamo. “Morbido” mi dico “tanto, se passo piano al primo meglio ho sempre modo di recuperare.” “Lascia fare” mi ripeto quando noto che sono in tanti a superarmi. Man mano che ci percorre l’ascesa del Verrazzano le folate di vento s’intensificano, come succede ad un aereo che prende quota e sulla gobba del ponte mi sento sbattuto come una bandiera. Cerco il cartello del primo miglio. Spero di andare piano. Che controsenso e paradosso. Mi tranquillizza verificare che sono in ritardo di 35” rispetto allo scorso anno. “Bene” mi dico. Anche se pensavo di essere ancora più lento. Passo 1” più lento del passo medio, ma che avevo programmato per la pianura. “Sciolto” mi dico e mi lascio trasportare dalla discesa. Finisce il grande arco di Verrazzano: sono in corsa da 3km e mi sento “carburato”. Butto la felpa ma tengo le maniche corte. Fa più freddo del previsto e mi rammarico di non aver portato i guanti. Sento gli angoli di plastica delle bustine di fruttosio pizzicarmi la pancia come degli spilli. “Che sprovveduto” mi dico; è la prima volta nella mia carriera di maratona che mi prefiggo di usare integratori in corsa. Tolgo le bustine dal davanti e le infilo nella parte posteriore. Meno disagio. Il secondo miglio passa bene, più svelto del previsto. “Morbido” è la parola che la mia mente ha deciso di usare oggi, e quando dei podisti mi passano resto passivo. “mi suggerisco di rallentare” dopo che passo ai 5km in 20’12”. Almeno 18” di vantaggio. Cerco di ridurre le tensioni e noto che altri 5km se ne vanno in 20’18”. “Ancora più morbido” mi dico ma questa è l’andatura che mi viene con estrema facilità. Riesco a guardarmi attorno e staccare con il pensiero. Ad ogni cartello di miglio verifico che rispetto ai 6’45” prefissati passo una decina di secondi più svelto.
Nei miei pensieri vedo Linus. Lui insiste che sia meglio fare riferimento alle miglia, che sono meno dei chilometri. Non ci sono cartelli ogni 1000 metri e quindi il miglio è la minima distanza da controllare, ma il tempo scorre veloce che preferisco fissare riferimenti ogni 5km. E sono sempre di poco più lento dei 4’ al chilometro. Avrei paura di questo passo, che a Berlino 40 giorni prima era un più pesante, se non fosse che corro senza impegno organico e muscolare. Linus passa ancora nei miei pensieri. Il giorno prima mi ha regalato il suo libro “parli sempre di corsa” con questa dedica “A Orlando, amatore … inesperto”. Che provocazione. M’impegno quindi a non fare stupidaggini per non dargli ragione.

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Da Barcellona a New York via Berlino 10-11-2010

 
Non sono mai a casa il giorno del mio compleanno; è così da almeno una decina d’anni. Gli auguri li ricevo direttamente da poche persone, quelle che sono allo stage che di solito si tiene a Livigno, ed un’altra parte li ricevo via mail. Praticamente mai festeggio la ricorrenza; non mi piace essere al centro dell’attenzione e quest’anno sono in parte sfuggito alla “cerimonia” perché da Livigno sono volato a Barcellona: l’indomani ero impegnato con la telecronaca della maratona femminile ai campionati europei e a seguire in quella maschile. Lì, a farmi gli auguri ho trovato Dave Monti, responsabile del settore top runner alla maratona di NY. “Fammi un regalo” gli ho proposto “iscrivimi alla gara del 7 novembre. Considera però che sarò impegnato un mese prima alla prova di Berlino” avevo sottolineato. “Consideralo fatto” mi ha risposto facendomi vedere che nel suo PC ero inserito tra i nomi dei big. “Non farmi però partire con loro, come lo scorso anno. C’è troppa adrenalina. Meglio la partenza con le donne; meno testosterone nell’aria” gli avevo proposto.
“Se cambi idea” ha aggiunto “ricordati di disdire quanto prima l’iscrizione” ma all’indomani della prova tedesca non l’ho fatto, seppure ero molto incerto di correre il 7 novembre.
Dopo la corsa di Berlino, che mi ha soddisfatto ma ha evidenziato qualche aspetto tattico da rifinire, ho avvertito un mal di gambe piuttosto contenuto, tipico di chi non riesce a dar fondo a tutte le energie seppure in corsa abbia forzato al limite del suo potenziale, situazione tipica dell’amatore, in grado di sostenere svariate prove (apparentemente) impegnative come la maratona.
Dopo 10 giorni dalla prova tedesca mi sono sintonizzato mentalmente sull’impegno americano, pur mantenendo molte riserve che nascevano dal fatto che nei giorni precedenti la maratona faccio di tutto eccetto che riposarmi. Un avvicinamento alla competizione tutt’altro che ideale. Ho però messo da parte questa circostanza, anche perché avevo un paio di obiettivi tecnici da migliorare e quindi, maratona o no, quella era la strada che volevo percorrere. Per un paio di settimane ho curato forza e velocità, andando persino in pista a correre ripetute sui 400 metri da diecimilista. Ho svolto inoltre un paio di sedute di sprint in salita. Sentivo di aver bisogno di tensioni muscolari elevate perché nelle sedute di lungo lento andavo sempre bene, meglio rispetto al pre Berlino, e lo stesso era per le uscite di medio, che stavolta ho sostenuto con la variante dei cambi di ritmo perché avevo bisogno di sollecitazioni più elevate.
Su consiglio dell’amico Vivian (Enrico) ho deciso anche di ridurre il chilometraggio mensile portandolo da 450 a 380. Le gambe giravano bene davvero, anche in occasione di una seduta di IT svolta il giorno precedente la maratona di Venezia al Parco San Giuliano. Le gambe andavano davvero facili, sicuramente rinforzate da due uscite di medio in salita rispettivamente di 50 e 60 minuti, con quest’ultima che sarebbe potuta durare di più.
Qualche disagio l’ho incontrato negli 8 giorni finali, a causa del maltempo che nel vicentino è stato davvero rilevante. Ho dovuto annullare una seduta di ritmo maratona di 18km, ridotta a 12 perché alla gara mancavano solo 5 giorni. Ci tenevo a fare questo “ripasso della lezione” nonostante il circuito di allenamento fosse sotto un paio di centimetri d’acqua. Non è stata una seduta entusiasmante: ho finito con difficoltà la prova, ma ero lavato fin sotto le mutande.
Pioggia a casa, pioggia in Central Park. Quattro delle ultime cinque sedute sono state bagnate, e sabato mattina avevo mal di gola, un elemento che contribuiva ad alzare le probabilità di non correre la maratona della domenica.
Sabato mi ero alzato con fitte alle cosce, come se il giorno precedente avessi fatto i pesi. Stesse sensazioni di un anno prima. “Perché devo espormi ad un'altra prova poco stimolante, con il rischio di non finirla neppure quest’anno?” avevo detto ad Ilaria quando il cielo era ancora buio. Mi aspettava una giornata tirata. Da lì ad un’ora sarei dovuto andare all’Onu per la Friendship Run, un impegno di 2 ore e mezza con foto, riprese, sorrisi e pacche sulle spalle, ma soprattutto procedere per chilometri ad un’andatura che le gambe avvertono alla stregua di un lavoro da cantiere edile. Ilaria si è prodigata nella gestione dell’impegno, ridotto all’essenziale e senza stress muscolari. Un’ora e mezza dopo ho presenziato ad un incontro nel quale c’erano tutti gli italiani che avevano fatto buoni risultati a NY. Dopo mezzo piatto di pasta, via alla riunione con gli amatori di Terramia. In contemporanea dovevo essere all’hotel Hilton, alla riunione tecnica per ritirare il mio numero di gara. Ilaria si è presa in carico questo compito e sono arrivato giusto per firmare il ritiro del pettorale. Con quel pezzo di carta in mano l’adrenalina si è diffusa nel corpo.
Ultimo impegno della giornata è stato la cena - pasta party al Rock Cafè, a ridosso della pista di pattinaggio del Rokefeller Centre. Con gli amici presenti non si è trattato di un vero impegno, ma a fine giornata ero comunque stanco.
Vedere sul letto la borsa pronta per la corsa dell’indomani mi ha suscitato un po’ di disagio. Chissà come mi sarei alzato il giorno dopo? Si dice sempre che la notte porti consiglio, ma la notte prima della maratona finalmente ho solo sognato.

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La mia New York 07-11-2010

     
Il progetto c’era. La decisione no, almeno fino a sabato mattina. Venerdì mattina, i pochi passi per andare in bagno mi avevano dato segnali di resa. E’ stato il lavoro psicologico di Ilaria a convincermi di allinearmi alla partenza di stamattina e l’ho fatto con l’atteggiamento mentale corretto. Un solo obiettivo: arrivare. E sono riuscito nell’intento di non farmi mai condizionare dal cronometro. Ho buttato un’occhiata ogni tanto al girare dei numeri per evitare di farmi prendere dall’ansia agonistica, la trappola nella quale sono caduto lo scorso anno. E poi perché tirare, visto che il vento ci dava sberle da 20km/h da demotivare ogni velleità, e correndo con l’attenzione a tenere energie per la seconda parte...
Tre quarti di gara se ne sono andati come una sorta di trasferimento, e nonostante l’attiva attenzione di correre al risparmio, al 20° miglio la crisi si è presentata. Difficoltà muscolari, non organiche. Polpacci indolenziti, probabilmente perché ho corso con le scarpe da gara, che non indossavo in maratona da ventenni. Ne è valsa la pena usarle, ma i disagi muscolari mi hanno fatto soffrire nelle ultime sei miglia, con il pezzo tra il 21 ed il 23 che non passava mai. In questo quarto d’ora ho dovuto dar fondo alle risorse mentali. Il lungo rettilineo che costeggiava Central Park East mi ha mentalmente piegato, con un insidioso falsopiano che non sembrava non finire mai. Una volta dentro il parco ho ritrovato energie e carica mentale ed il traguardo si è avvicinato rapidamente.
Soddisfatto della prestazione cronometrica, senza alcun dubbio un responso che vale meno di 2h50’ in un percorso tipo Berlino. Tagliare il traguardo era però l’obiettivo primario, specialmente perché la trasferta nella Grande Mela è per me una delle più impegnative sul piano del mio lavoro, specialmente il sabato. Se dovessi fare una gara non farei mai le cose che ho fatto ieri, alla vigilia, ma ci sono riuscito. E non è solo merito mio. C’è chi alle mie spalle agisce per darmi carica e motivazioni. Molto più che un allenatore.

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New York: la corsa dell'amicizia 06-11-2010

   

C’è chi rinuncia a questa “festa del corridore” per il timore di appesantire le gambe in vista della maratona di domani, ma la Friendship Run è un evento che non può essere perso. Non si tratta di una “corsa”, anche se ovviamente si corre per poco più di sei chilometri, ma del raduno dei podisti provenienti da ogni Paese del mondo, e quindi di metà dei partecipanti alla prova di domani. E’ un colpo d’occhio fenomenale perché, al di là delle bandiere che ogni nazione presenta (ed io porto il tricolore), i podisti vestono divise di appartenenza a svariati gruppi, società, agenzie. Tutto appare come un carnevale, non solo di colori, ma di voci, suoni, entusiasmi. E’ il preambolo della corsa di domani, ma senza la tensione della competizione; un modo per sentirsi ancora più dentro l’evento maratona. Mezza città si ferma anche oggi, per assistere al passaggio del festoso serpentone ed il Central Park sarà ancora in subbuglio, come sempre in questi giorni.
Il conto alla rovescia in vista di domani si fa sempre più serrato. I numeri sono esili, sottili. Tutto è praticamente pronto per l’evento tanto atteso, occasione di sogni e speranze per più di 43 mila corridori.
Ieri conferenza stampa di Haile Gebrselassie, in gara domani. Ho scattato alcune foto per voi. Con lui Paul Tergat.

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A New York ci siamo quasi tutti 05-11-2010

 
In città ora ci siamo praticamente tutti, e mi riferisco a quelli che correranno la maratona domenica. Il Central Park non è più un luogo ideale nel quale i newyorkesi vengono a passare dei momenti tranquilli immersi nel verde. Il parco è solo il luogo preferito dai podisti provenienti da tutto il mondo per sgranchire le gambe in vista della maratona. Quanta gente corre; una marea che dilaga per ogni posto calpestabile. Le strade del parco sono invase da corridori di ogni passo: c’è chi corre svelto per provare il ritmo di domenica, chi vi s’infila per vivere un’esperienza podistica sempre tanto raccomandata da chi c’è già stato, chi vuole vedere gli ultimi quattro chilometri della maratona, chi ci viene perché è una sorta di pellegrinaggio, chi perché è bello e basta.
Non c’è posto al mondo con una tale densità di corridori.
Noi di Terramia il parco l’abbiamo invaso senza tanta discrezione. Eravamo un migliaio, sia per l’ultima corsetta pre maratona (sebbene domani ci sia l’appuntamento al palazzo dell’Onu per la Friendship run), sia per la rituale foto di gruppo, che per molti sarà l’occasione per affermare “c’ero anch’io”. Non è per nulla semplice tener accorpati centinaia di podisti scalpitanti. Che fatica stare in posa per qualche scatto. Tutti devono correre. Tutti sentono la necessità di muoversi. L’adrenalina è già in circolo. Nessuno lo può negare, sebbene al momento X manchino ancora quarantotto ore.

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A New York 04-11-2010

 
Sono per strada a correre che il cielo è ancora molto scuro. Il fuso orario mi fa aprire gli occhi molto presto nonostante la stanchezza del viaggio di ieri, ed il sole è ancora in qualche altro posto perché solo sabato notte ci sarà anche quindi il cambio dell’ora.
Al Central Park però c’è già parecchia gente che corre, non solo io con il mio gruppo, ma sono già per strada tanti altri podisti che hanno il mio stesso problema con il sonno, ed ovviamente molti corridori locali che devono invece far fronte alla propria giornata di lavoro.
Ogni volta che in questo periodo si percorrono le strade del Parco si avverte una serie di emozioni condivise con gli altri compagni. Chi ci ha già corso rivive esperienze che inevitabilmente hanno seminato ricordi e nostalgie, chi vi passa per la prima volta e vede con i propri occhi di novizio immagini che sicuramente qualche amico gli ha già raccontato. A volte si procede in silenzio, concentrati all’ascolto delle proprie sensazioni, a volte esternando qualche commento: “ma qui è dove …” quasi sempre con riferimento alle immagini di Dustin Hofman che corre attorno al laghetto conosciuto da tutti come “Reservoir”.
L’umidità della giornata c’impregna i vestiti. Il tempo di una doccia, una rapida colazione e si è pronti per altre “avventure”. Chi gira per la città con il naso all’insù; chi sale su un bus e si fa portare per Avenue e Street; chi come me preferisce passare subito all’Expo. Un altro tuffo nell’atmosfera della corsa. Le dita di tanti si serrano attorno al numero che fra tre giorni sarà compagno di un’altra avventura, certamente grande come tutte le cose che si generano nella Grande Mela.

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Quando mi comperavo le scarpe 02-11-2010

 
Le tante cose che si fanno formano una catena di eventi che messi assieme ti fanno capire come il tempo sia trascorso, e ora che sono a richiudere la cerniera della borsa penso che è già passato un anno dalla trasferta a New York del 2009, ma mi sembra che sia stata una trasferta fatta appena un mese. Qualche settimana fa però avevo corso a Berlino e questa data mi sembra invece così lontana. Tutto dipende da ciò che ci sta in mezzo, e dall’intensità che ha catalizzato gli eventi che sono intercorsi da allora ad oggi. Con il tempo, il tanto ed il poco è tutto relativo. Il tempo, seppur abbia parametri certi e cadenzati, fluisce con un ritmo soggettivo.
Berlino mi sembra lontana, New York 2009 la sento invece vicina, ma quando vado a spulciare con il pensiero gli eventi che hanno riempito le giornate, è naturale invertire i rapporti temporali. E’ ritornato il momento di sorvolare ancora l’oceano, di penetrare nella baraonda della “grande mela”, d’infilarsi nelle trame della maratona più famosa. Ogni volta succedono le stesse cose, da quasi trent’anni, emozioni che con il tempo si attenuano perché l’abitudine appiattisce gli stimoli. Dovrei fare dell’altro, ma altro non si può fare.
Alla maratona tutto orbita attorno alla corsa. Stesse cose, come trent’anni fa, ma allora c’era entusiasmo, c’erano novità, non c’era globalizzazione, succedevano cose che non si sapevano già prima di mettersi in viaggio. Si può far finta di non sapere, di non vedere, di non sentire, ma gli eventi dei prossimi giorni ti tirano dentro da ogni parte e quindi vedi, senti e sai anche se potresti ignorare tutto. Un’isola felice però ci sarebbe. Ad un salvagente potrei aggrapparmi, ma è un privilegio che non posso concedermi. Stare sulla strada, io e i miei pensieri. Anonimo e solitario. A volte ho bisogno che le cose mi passino sopra, che non si accorgano di me, che procedano per la loro strada come un vento che non ha direzione ed attraversa un deserto senza incontrare nulla che lo faccia mormorare. Sarebbe una novità, o quasi. Nel 1984, il giorno prima che vincessi la gara più importante della mia carriera, ero nel negozio di un famoso maratoneta newyorkese a comperarmi un paio di scarpe da corsa e potevo scegliere in completo anonimato.
Dal giorno dopo non avrei più comperato alcun paio di scarpe da corsa in vita mia. Un bel vantaggio certamente, ma anche un limite. L’anno dopo, quel negoziante venne a trovarmi in hotel per dirmi che era onorato di avermi avuto nel suo negozio qualche ora prima che il mio nome fosse stampato sui quotidiani della città.
Spero che nelle buie strade del Central Park io riesca a correre con lo stesso stato d’animo dei nei giorni d’autunno, quando spendere dei dollari per comperarmi delle scarpe era un lusso.

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