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26/03/2018

Il racconto di Agostino - Comincio a camminare

RUNNERS&WRITERS
Anno 7 - numero 169
Lunedì 26 marzo 2018

Comincio a camminare

Sento il fresco dell’aria sul viso. Fresco... no, freddo. È il vento. Prendo un respiro profondo e trattengo l’aria per qualche istante. Apnea… Le tempie battono intensamente e la testa sembra debba scoppiare da un momento all’altro. All’improvviso nulla ha più senso e, aprendo gli occhi, eccomi sul cornicione di questo palazzo a guardarmi la punta delle scarpe ormai consumate al punto tale che la colla non riesce più a tenere unite le sommità, la piega dei pantaloni che ripiega sullo stinco spinta dal vento lasciando scoperta una parte delle caviglie e il vento che, intrufolandosi sotto i pantaloni, risale il mio corpo sino a sentirlo sulla schiena provocandomi profondi brividi. La pelle si accappona. Peli irti. Labbra tremule. I denti battono. Giù, in basso, il traffico della città attanaglia migliaia di persone che, stancamente, cercano di tornare a casa, il tutto illuminato dalle luci dei fari delle macchine, dai lampioni sui marciapiedi, dalle vetrine dei negozi in chiusura. Tutto si svolge con la stessa regolarità di sempre, tranne la mia vita. Di cosa o chi, è figlio questo mio gesto inconsueto, illogico e irresponsabile, che mi vede esposto da un cornicione con solo qualche centimetro a separare la vita e la morte? Come sono arrivato qui… Ancora questa condizione. Ad un passo dalla inevitabile morte e ad uno dalla scontata vita, sull’orlo del precipizio. Guardo. Un altro respiro, a fatica, riempie i polmoni. Freddo… Dinanzi agli occhi, in tutta la sua profondità, immerso in un grande buio che non permette di distinguere fine, se di fine ci sia traccia, il baratro… Cosa mi ha spinto fino a qui? La mia insoddisfazione? Questa vita insignificante? Questa vita che è esattamente quella che tutti desiderano per me, tranne me stesso? I tradimenti, il loro sporco… te li porti dentro… restano con te. Un perdente, ecco cosa. Avere un padre come me… padre?... meglio non averlo… meglio orfani. La morte per mettere fine a tutto… un bel punto e capitolo chiuso. Questa vita che sembra piena… ma di cosa se non di pochezza… Strappata a un Dio o chi per lui, non la merito… devo averla rubata a qualcun altro. Sono un abusivo della vita. Vertigini… E poi niente. Il buio della fine. Una vita di eccessi. Questa sera sono troppo ubriaco, sfatto, fumato, tirato come sempre… niente di nuovo, il solito marciume senza limite. Basta. Nausea. E ora eccomi a giocare con la mia vita su questo cornicione senza nemmeno ricordare o sapere come ci sono finito. Fermate questo treno! Voglio scendere! Qualcuno mi faccia scendere da qui! Non sono in grado di tirarmene fuori da solo. Non so su quanti centimetri sono i miei piedi ma, dato che le punte stanno sporgendo nel vuoto, capisco che sono pochi. Ho le vertigini, sensazione di dover dare di stomaco da un momento all’altro… equilibrio precario. Cristo, qualcuno mi tiri giù da qui! Ma chi? Gli amici lasciamo stare, per definizione quando ti servono non ci sono mai, presi e persi nella festa non si saranno nemmeno accorti che non sono più con loro. Giro gli occhi nel tentativo di buttare lo sguardo alle mie spalle ma, improvvisamente, sento il corpo sporgersi pericolosamente in avanti. Freddo… La strada è minacciosamente più vicina. Senza sapere né il come né il perché torno nuovamente a poggiare le natiche al bordo del davanzale della terrazza. Ho recuperato la posizione originale, ma sono sempre in preda allo stato confusionale e assolutamente non in grado di cavarmela da solo. Resto fermo qualche istante… Prendo una profonda boccata d’aria da spedire al cervello nella speranza che la riossigenazione mi aiuti a recuperare un minimo di controllo sul corpo e sulla mente, evitando a fatica di non chiudere nuovamente gli occhi. Nello stato in cui mi trovo potrebbe risultare fatale e significherebbe abusare della sorte. Non è mai una buona scelta farlo…quasi sempre disperata… e mi sembra chiaro che lo sto già facendo. Disperato. Nessuna abilità di fare scelte ponderate, tanto meno sensate. Mi accontento di sprazzi di lucidità durante i quali riesco a formulare qualche pensiero d’azione a cui attacco accenni di movimenti che non mi portano da nessuna parte. Come quando, dopo l’incidente in moto, a fatica riuscivo a sedermi sul letto… rimanevo lì, fermo, con il fiato sospeso… anche il suono del respiro era un rumore assordante... mi spaccava la testa. Le mani appoggiate al muro, su una sedia o sulla sponda del letto, su qualsiasi cosa serviva da punto d’appoggio per alzarmi. E di nuovo la sensazione di sbandamento… questa volta più forte, barcollavo… grazie all’appoggio resistevo stoicamente in piedi perché sapevo che tornare a sedere significava rinunciare all’impresa. Fermo qualche istante. Immobile. Accennavo il primo passo e tornavo a sbandare. Il secondo, seguendo una traiettoria inventata e senza quel caratteristico rapporto di sequenzialità del camminare, cadeva in qualche punto del pavimento che non riuscivo a focalizzare. Un passo dietro l’altro, lentamente, raggiungevo il bagno e, finalmente, buttavo la testa sulla tazza del cesso o, sarebbe il caso di dire, dentro la tazza del cesso. Vorrei essere su quella tazza del cesso ora invece di trovarmi su questo maledetto cornicione… Anzi il maledetto sono io, il cornicione non solo sta assolvendo al suo dovere ma, per ora, sta anche salvando la mia vita. Chi l’avrebbe mai detto, sta a vedere che se esco fuori da questa situazione dovrò essere grato per tutta la vita al davanzale di una terrazza che mi ha permesso di rimanere ancorato come se fossi ancorato alla vita stessa. La realtà raramente raggiunge la magnificenza e la bellezza del sogno, ma questa realtà, questo momento, questa situazione, supera il più fervido e fantasioso degli incubi. Guardo la strada. Vertigine. Sensazione di nausea e sbandamento improvviso. Nessuna forza nelle braccia e nelle gambe. Le mani vuote. Hanno mollato la presa. Il corpo protratto nel vuoto. Ancora il fresco dell’aria sul viso. Freddo. L’ultima cosa che sento. Il vuoto, il tonfo, il cuore si arresta.

Agostino Terranova

Agostino Terranova nasce a Novara (NO) il 24 gennaio del 1971. Vive e lavora a Roma.
Dello stesso autore: "Così come siamo" edito da Medimond Collana GME opera prima.
Data di Pubblicazione: 2007
Genere: letteratura italiana:testi
Pagine: 104

ISBN-10: 8875873364 (Autore)
ISBN-13: 9788875873363 (Libro)



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