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Per tutti quelli che amano correre

Tutta l'esperienza e la passione di una vita di corsa.
Io apro le strade che gli altri percorrono

novembre 2010

22/11/2010

Tirare le somme

La prima cosa che voglio fare oggi è ringraziare tutti quelli che hanno dato un contributo ai due miei blog post-maratona di NY. Li ho letti tutti con piacere e soddisfazione. Grazie davvero.
Passate due settimane, un tempo che mi sembra lunghissimo, ho provato a dare un’analisi tecnica delle quattro maratone a cui ho preso parte come amatore. Tutte hanno un denominatore comune: il calo di ritmo nella parte finale. La prova di New York del 2009 ha un peso relativo e non la posso considerare neppure un tentativo di correre l’intera distanza. A quella data erano 20 anni e 6 mesi che non partecipavo ad una maratona e quando mi sono trovato a dover gestire uno sforzo agonistico che sarebbe dovuto essere lungo 42 chilometri e più, mi sono trovato psicologicamente impreparato, scoprendo sia aspetti psicologici che non ricordavo sia situazioni fisiche che non erano più parte del mio potenziale atletico.
Ho cercato di rifarmi un mese dopo, alla maratona di Firenze. La prudenza mi ha portato ad impostare la corsa con una tattica meno spavalda, ma non avendo sperimentato a NY gli elementi fisici a cui facevo riferimento poco sopra, mi sono trovato a cercare di gestirli al meglio negli ultimi chilometri. Delle ultime tre prove che ho corso, a Firenze ho sofferto più di tutte.
Il calo di ritmo (e quindi di rendimento) che ho rilevato nelle maratone di Firenze 2009, Berlino e NY 2010, potrebbero evidenziare una carenza di preparazione, ma non è così. Sia per le sedute di lunghissimo sia per le uscite a ritmo gara, il carico è stato adeguato. La mancanza di energie che devo gestire nel finale di gara potrebbe essere dovuto ad una gestione tattica non adeguata. L’ipotesi è corretta ma solo in parte: il calo di ritmo non dipende dal fatto che parto forte sebbene un po’ di prudenza sarebbe preferibile, ma non riesco. A Firenze lo scorso anno ho un po’ sottovalutato gli effetti di correre a 4’ al chilometro. Anzi, sono stato anche un po’ aggressivo perché dal 27°km ho aumentato il passo. La stessa cosa l’ho fatta nell’ultima maratona di NY. Mentre a Firenze l’ho fatto ignorando che non sono più in grado di sostenere ciò che tanti anni fa era il mio punto forte (la progressione), anche a NY 2010 mi sono segato le gambe allo stesso modo, ma in quest’ultimo caso è stata l’euforia a portarmi a spendere più risorse di quante ne avevo nel portafoglio fisico.
A Firenze ho agito con incoscienza, a NY con consapevolezza. L’esito è stato in ogni caso identico: rallentamento con conseguente crisi. A Firenze però il cervello e le gambe erano scollegate. A NY 2010 non ho mai perso il controllo e la testa ha guidato il corpo fino alla fine nonostante l’errore commesso. Ancora adesso ho ben vivo l’errore commesso, che trova alimento nella presunzione e nell’euforia: avevo percorso molto bene la salita del Queensborough Bridge (frazione di 20’44” compresi gli 800 metri di salita contro i 20’15” che tenevo in pianura). Molto bene correvo sui saliscendi della 1st Avenue, ed in questo contesto mi ha preso la bramosia di voler finire presto la corsa. Dal 28° ho iniziato a spingere di più, motivato dal continuo sorpassare corridori, tanto che in quei 5 km ho corso in 19’43”, convinto che sarei arrivato bene fino alla fine.
La prima crisi, o meglio la leggera pesantezza muscolare conseguente al salire la rampa del Willis Avenue Bridge l’ho gestita bene, rallentando un po’ (4’05”). A tagliarmi però le gambe ci ha pensato il falsopiano sulla 5th Avenue che costeggia il parco. Lì la testa ha sofferto quasi più delle gambe, visto che il calo del ritmo era contenuto e che nonostante tutto superavo ancora podisti. Il finale in spinta mi ha fatto capire che disponevo ancora di un po’ energie. Fossi stato tranquillo, sempre, questa volta il calo sarebbe stato solo conseguenza delle difficoltà altimetriche, mentre a Berlino il calo è stato un elemento costante già dal 25° chilometro, sebbene l’andatura che avevo tenuto era sempre stata controllata.
Dopo aver corso a NY mi sono reso conto che aver sempre affermato che la pioggia caduta nel corso di tutta la maratona non mi aveva condizionato, era un’affermazione inesatta. Mi sono reso conto nelle street di NY che la condizione di forma era migliore di sempre. Mi trovo ora nella stimolante situazione che da amatore ho ancora aspetti da fisici e mentali da sondare. Le occasioni per ampliare le proprie esperienze non finiscono mai, per fortuna.


Orlando



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CONSAPEVOLEZZA

Già da almeno 2000 anni l'avevano capito bene quei guerrieri predisposti alla salvaguardia dei confini himalayani e che dovevano rimanere per mesi lassù, lontani da tutto ma massimamente presenti, fisicamente e psicologicamente:solo un esercizio continuo e strutturato sul corpo, può mantenere la salute di corpo e mente insieme. Lo YOGA è la disciplina nata per quello scopo.Chi pratica yoga lo sa e lo sente, ma chi corre non sempre lo sa , ma spesso lo sente: l'esercizio costante e perseverante porta ad uno stato simile a quello delle posture, asana, che è stato definito "meditazione in azione". Ma nello yoga c'è qualcosina in più, che può essere ricordato qui, perché tu Orlando lo descrivi assai bene e perché, alla nostra età, può essere vitale per il nostro benessere. Oltre all'esercizio costante (Abyhasa=dedizione), occorre il distacco, anche il distacco dalle memorie piacevoli (le vittorie, le maratone facili...). VAIRAGYA=distacco. Aforisma I,12: "http://www.yoga.it/articoli/yogasutra-1-12/
Mi sono permessa questo escursus filosofico perché dici che hai"aspetti fisici e mentali da scoprire...per fortuna". Food for thought, si dice, magari durante una bella corsa...nei boschi.."nel mezzo del cammin..." Perfetto yogi! namasté

Public22/11/2010 11:26:46