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29/10/2012

Il racconto di Saverio - Filippide il maratoneta

RUNNERS&WRITERS
Anno 1 - numero 42
Lunedì 29 ottobre 2012

Filippide il maratoneta (tratto dall'omonimo libro - Edizioni Inmagazine)

………”«Filippide, sai perché sei stato convocato, vero?» il tono grave ma fermo dell’arconte di Atene non lasciava spazio ad equivoci. «La tua città ha bisogno della tua velocità e della tua resistenza. Un emerodromo è capace di correre dall’alba al tramonto. è arrivato il momento di fare di più.»

Filippide fissando i neri occhi dell’arconte disse: «Stratega, è una vita che mi alleno per questo momento, dimmi cosa devo fare.»

«Raggiungi Sparta prima possibile, il nemico è sbarcato sulla spiaggia di Maratona e serve il loro aiuto per ricacciarli in mare. Mi raccomando Filippide, parla loro della libertà, della vita presente e della vita delle generazioni future, parla al loro cuore e cerca di convincerli ad inviare più guerrieri possibile. Capisco che tu sei un atleta e ricordo con orgoglio lo scorso anno quando, alle feste Olimpiche, hai battuto tutti correndo come un fulmine di Zeus, ma questa volta non sarà sufficiente. Dovrai diventare anche il migliore degli oratori, per arrivare al loro cuore e costringerli a seguirti.»

Filippide rimase in silenzio mentre Milziade lo preparava per trovare la forza di declamare una richiesta di aiuto che nessuno potesse rifiutare. Dentro di sé pensava: “Chissà se rimarrà del fiato per farla questa richiesta, forse arrivo lì e muoio.Sparta dista millecentoquaranta stadi, con montagne da scalare, ah, devo portare anche alcune dracme per sicurezza…”

Il fascino della corsa, il tramonto sopra Corinto, il sentiero illuminato dalla luce lunare, tutte queste immagini vorticarono in una frazione di secondo dentro la sua testa proiettandolo sul percorso.

«Mi stai ascoltando?» la domanda di Milziade lo riportò dentro la stanza.

«Certo Stratega, stavo provando a memorizzare la tue parole in modo da ripeterle dinanzi a Kleomedes» si giustificò Filippide.

Milziade riprese ad istruirlo: «Noi marceremo contro il nemico per trattenerlo a Maratona in attesa del tuo ritorno con gli Spartani. Sono inutili ulteriori raccomandazioni, sai benissimo cosa succederebbe se tu tardassi o se il nemico si muovesse prima del tuo ritorno. Non riusciremo a resistere e Atene sarà perduta. Cosa te ne sembra Filippide? Sei consapevole di ciò che ti sto chiedendo? Pensi che tutti gli allenamenti fatti finora ti abbiano preparato a sufficienza per sopportare questo peso sulle spalle?»

Filippide non attese nemmeno un secondo per rispondere: «Mio stratega, fosse anche l’ultima cosa che faccio nella vita, sono la persona migliore per questo incarico e l’unica possibilità per questa città, per cui, se non hai altro da aggiungere, il tempo di fare un passaggio a casa e parto.»

«Vai immediatamente Filippide, e spera che la nostra causa sia cara agli dei.» Con questa preghiera Milziade lo congedò.

«Ci rivediamo tra quattro giorni a Maratona» disse l’atleta uscendo dalla sala del consiglio. ……”


…. “Quando la mente tornava a pensieri reali e si riavvicinava alle esigenze del corpo, il corridore avvertiva la crisi. L’euforia passava e rimanevano solo stanchezza e dolore. La sconfitta si faceva strada e prendeva possesso della volontà dell’atleta, trovando le motivazioni per giustificare l’abbandono della competizione. Ogni singolo fatto turbava la serenità dell’emerodoromo e si trasformava in un ostacolo enorme e insuperabile. Persino le domande che Erastos aveva fatto prima di scappare tra le lacrime, «Padre, perché corri sempre? Chi te lo fa fare? Perché non stai più tempo con noi?», diventavano una demotivazione seria, costringendolo ad un profondo esame di coscienza per ritrovare la volontà di continuare a correre.

“Perché corro?” pensò Filippide. “Non so davvero chi me lo faccia fare. La vita mi sta scappando e io sono qua, solo come un cane, lontano da tutti, lontano dalla mia famiglia, a scoppiare di fatica e di caldo. Con le gambe dure, la salita imminente e il rischio di prendere una coltellata. Ora rallento per vedere se riprendo un po’ di energia...”

Nello stesso attimo iniziò a ripianificare la corsa: “Se mi fermo ora a Corinto, circa a un terzo del tracciato, dormo fino a quando si può ripartire, circa alle quattro, vuol dire che potrei arrivare a Sparta domani... ma se poi capita un imprevisto, non riesco ad arrivare entro domani. Se invece mi fermo ora e poi riparto tra un’oretta non arrivo a Nemea, mi fermo prima da qualche parte…” La fatica impediva di fare ragionamenti lucidi ed efficienti. L’euforia provata alla partenza mattutina si era trasformata in disastro e scoramento. Rimaneva solo il gesto meccanico di mettere un piede davanti all’altro obbligato dall’ultimo barlume di volontà.

“Se riesco a tornare a casa, non farò più un passo di corsa. Questa volta è davvero l’ultima. Milziade mi potrà anche chiedere di correre fino in cima all’Olimpo, ma non correrò più!” intanto altri passi venivano fatti.

“Voglio solo stare con la mia famiglia, senza fatica e senza pensieri. Voglio godermi i miei figli e non sottrarre loro altro tempo…” ancora un passo, e poi un altro ancora. “E poi non è certo che i Persiani attaccheranno Atene, magari vogliono solo spaventarci per obbligarci a scendere a patti con loro. Atene ha mura forti e resisteranno di certo all’assedio, poi dovranno andarsene, mica potranno stare là fuori per sempre…” un altro po’ di strada passava sotto i piedi di Filippide. “Adesso mi fermo e torno a casa, mi dispiace per Milziade, ma proprio non ce la faccio a correre fino a Sparta entro domani. Ha scelto la persona sbagliata. Lo sapeva che io oramai sono più adatto a percorsi brevi, doveva inviare me a Platea e Euclea verso Sparta. Per un percorso così lungo, meglio utilizzare un giovane…” il dolore e la fatica lo portavano a livelli di depressione notevoli. “Ero già predestinato al fallimento. Non dovevo accettare l’incarico da Milizade. Solo perché avevo già percorso questa strada, non voleva dire che sarei riuscito. Ogni corsa ha una storia e diverse variabili che possono trasformare una grande prestazione in una catastrofe. Ora cammino un po’ davvero.”

Invece continuava a correre, rallentando il ritmo della corsa di qualche battito, per consentire alle gambe di riassorbire un po’ di acido lattico, ma senza fermarsi mai. Questa era la caratteristica fondamentale di un bravo emerodromo, riuscire a resistere alle crisi che prima o poi colpivano tutti. Non farsi sopraffare dalla sconfitta che s’insinuava subdola dentro la testa dell’atleta, ma riuscire a resistere il tempo necessario affinché lo sconforto rimanesse indietro. Per quante demotivazioni la crisi provocasse, un bravo corridore non doveva abbandonare l’obiettivo, e Filippide era il migliore emerodromo sulla faccia della terra……”


…..” ieri l’altro la più grande forza di invasione mai vista, composta da almeno seicento navi è sbarcata sul suolo greco, sulla spiaggia di Maratona, in Attica. Il consiglio degli strateghi e Milziade in persona mi hanno inviato a riferirvi della loro intenzione a combattere per ricacciare in mare l’invasore. Perché ciò possa avvenire serve l’aiuto di tutte le polis greche, visto il numero enorme dei nemici. Se questa lega delle città greche non sorgerà, Atene sarà perduta e cadrà in mano all’oppressore. Se Atene cade, tutta la Grecia sarà perduta. Non crediate che la distanza vi possa salvare dalla minaccia persiana, ieri ero ad Atene e oggi sono qua a parlare con voi. Nel giro di pochi giorni, dopo la disfatta di Atene, l’esercito persiano rafforzato dalla vittoria potrebbe essere fuori dalle vostre mura. Spartani, il nemico deve essere combattuto ora su quella spiaggia, impedendogli di dilagare all’interno del nostro paese e di umiliarci tutti. Messaggeri sono stati inviati alle altre città, affinché tutte partecipino alla lotta che ributterà i persiani in mare. Pensate a Caristo e alla sorte dei sopravvissuti venduti come schiavi. Tenete a mente la loro sorte rientrando alle vostre abitazioni e pensate a Sparta in fiamme, con le vostre donne violentate e uccise, con i vostri figli, orgoglio della nazione, venduti come schiavi sui mercati dei Medi. Riflettete su queste cose prima di decidere se partecipare o no alla lega delle città greche. Io stesso sono stato vittima di un agguato, volevano impedirmi di raggiungervi e di parlarvi, hanno paura dell’alleanza che sono venuto a proporvi. Vogliono che restiamo separati, per sconfiggerci uno alla volta. La nostra forza è nell’unione e solo uniti abbiamo una speranza di vittoria. Spartani, non fate lo sbaglio di pensare che Maratona è in Attica e l’Attica è lontana. Maratona è in Grecia e come tale va difesa. Ogni singolo scoglio, ogni singola porzione di terra, ogni singolo piede di costa è parte di noi. Se il nemico ne conquista anche solo un pezzo, perdiamo tutti. Popolo spartano, è arrivato il momento delle decisioni, combattere con noi e salvare la Grecia, oppure abbandonare Atene e attendere che il destino venga a trovarvi sotto le mura di casa…».

Si fermò un attimo, in attesa che le pesanti parole appena pronunciate entrassero nell'animo degli spettatori e mettessero radici: «Io sono un emerodromo, la mia vita è correre libero attraverso la Grecia e sono convinto che dentro ognuno di voi questa necessità di libertà è viva e ben presente. Ho detto tutto quello che Milziade mi aveva incaricato di dirvi, adesso, se mi concedete ancora pochi attimi, vi parlo a nome mio, con il cuore in mano. Spero che le parole che ho pronunciato siano sufficienti a convincervi, per i miei figli e per la mia famiglia, altrimenti, vi prego, insegnatemele. Ditemi in quale maniera posso persuadervi, mostratemi quali parole devo pronunciare per farvi schierare al nostro fianco su quella spiaggia. Non riusciremo a sconfiggere da soli quel terribile esercito, non si salverà nessuno senza il vostro aiuto e senza le vostre armi.»

Pronunciando queste parole in quella sala gremita di gente attonita, gli occhi s’inumidirono per un attimo. Poi si riprese e proseguì: «Cittadini spartani, membri della Geruntia, re Kleomedes, domattina alle prime luci dell’alba rientrerò ad Atene, per raccontare a Milziade e al consiglio degli strateghi la vostra decisione. Vi lascio tutta la notte per prendere la decisione più importante della vostra vita. Il futuro della Grecia, delle generazioni a venire e la loro qualità di vita sono nelle vostre mani. Prego gli dei affinché vi accompagnino in questa difficile decisione e possano illuminarvi nella scelta. Ed ora ho detto veramente tutto.»

Lo sforzo di pronunciare quella richiesta lo aveva spossato quasi quanto correre fino a lì, un capogiro lo fece barcollare, ma cercò con tutto l’orgoglio rimasto dopo la supplica di non cadere, non avrebbe potuto sopportare una simile debolezza.

La sala era ammutolita, nessuno si muoveva, nessuno fiatava, come se un suono inappropriato potesse rovinare quel momento così importante. Ogni membro dell’assemblea stava ripensando alle parole appena udite, si erano aggrappate alle loro anime come un rampicante al muro e scrollarsele di dosso era impossibile.

Finalmente il silenzio venne rotto dal re in persona: «Filippide, a nome di Sparta ti preghiamo di ringraziare il consiglio degli strateghi e Milziade per il grande onore che ci hanno reso inviandoti presso di noi. Rappresenti l’eccellenza dell’arte della corsa e la città di Sparta ti rende gloria oltre per la tua superba capacità fisica, ma anche per l’arte oratoria. Hai saputo dare alle tue parole un peso di cui difficilmente riusciremo a liberarci. Puoi ritirarti, Filippide, dobbiamo valutare le richieste fatte a questo consiglio e alla mia persona, ma non preoccuparti, domattina avrai le risposte necessarie. Riuscirai a partire per Atene alle prime luci dell’alba, come desideri. Ora vai a riposare, ti prego.»

Mentre pronunciava queste parole, Kleomedes si alzò in piedi per dare ulteriore enfasi al saluto. Anche uno degli anziani si levò, poi un altro ancora, e via via tutto il consiglio fu in piedi a rendergli onore. In cuor suo, Filippide pensava: “Non illuderti, ti hanno capito e ringraziato, ma non ti daranno un soldato. Sono i migliori guerrieri di Grecia, ma non gli importa di noi. Aspetteranno che ci battiamo e poi combatteranno contro i nemici superstiti. Atene è spacciata, devo avvertire la mia famiglia.”…


……..”La puzza dentro le navi era quasi insopportabile. Il numero degli uomini, il caldo di quell’agosto greco e la cattiva abitudine dei soldati, soprattutto Medi, di non utilizzare i buglioli ed evacuare direttamente nella poca acqua delle sentine, facevano sì che dopo un paio di giorni di reclusione forzata l’odore nelle stive fosse davvero forte. Unica consolazione prima di rientrare dentro quelle fogne dopo la notte passata all’esterno era stato il passaggio del generale Dati tra le truppe. Era andato per tranquillizzarli, parlando della gloria che stavano per conquistare, delle leggende che sarebbero nate dopo quella battaglia, di come i Greci sarebbero stati sconfitti dai nuovi cavalli di Troia che erano le triremi. Era salito su una cassa vicino a uno dei fuochi e aveva fatto vibrare i loro cuori. All’inizio non lo avevano riconosciuto, pensavano fosse uno a cui caldo e puzza avessero danneggiato il cervello, poi, bisbigliata da un orecchio all’altro, da soldato a soldato, la voce era circolata.

«è il generale! Cosa fa là in cima a quest’ora?» Gli uomini incuriositi si erano avvicinati, lo avevano ascoltato e lo avevano acclamato. Dati sapeva parlare al cuore di un soldato lontano da casa e sul suolo nemico. A ogni pausa del discorso l’esercito ruggiva, allontanando paure e angosce. Li convinceva di essere dei conquistatori, il più grande esercito mai schierato. Avrebbero conquistato tutta la Grecia, strappando a quel popolo di mercanti e artigiani tutta la ricchezza. Il boato dell’esercito era esploso forte e lungo come non mai. Ormai, a parte i picchetti di guardia, tutto l’esercito era schierato attorno a quel palco improvvisato, le parole del generale venivano ripetute dai soldati a beneficio degli uomini più lontani, affinché tutti potessero percepire il messaggio del loro condottiero.

L’esercito persiano era composto da popolazioni provenienti da diverse etnie e nazioni e il comandante parlò ad ogni singola etnia nella propria lingua, lusingandoli, spronandoli a primeggiare tra loro per la supremazia del coraggio, promettendo per la testa di Milziade e degli altri strateghi gloria e oro. Molto oro. Una montagna di oro e di privilegi. L’esercito ruggiva come un leone a quelle parole, dimenticando il giorno trascorso nascosto dentro le fetide stive. Gli uomini capivano la bontà del piano, la storia della caduta di Troia, la città meglio cintata, era conosciuta a tutti e utilizzare uno stratagemma simile al famoso cavallo li entusiasmava a tal punto da fare apparire meno duro rientrare all’interno delle stive.

Le ultime parole del generale ancora vibravano nei loro cuori: «Coraggio miei soldati, manca poco e poi scateneremo la nostra rabbia. Quando attaccheremo pensate al sacrificio che state passando e la vostra spada colpirà più profondamente.»

Una leggera pausa seguita dal boato dell’esercito: «Massacreremo quei mercanti se saranno tanto stupidi da schierarsi su questa spiaggia!» altro boato della folla. «Altrimenti li staneremo fino dentro alle loro case e nascerà una nuova leggenda che oscurerà tutte le altre, e parlerà di voi!» Un ruggito di ventimila gole.

«Di come li avete sconfitti, delle ricchezze razziate e delle donne catturate. Quando tornerete alle vostre case e la storia sarà già arrivata, voi potrete dire con orgoglio: “Io quel giorno c’ero!”» Il boato esplose come non mai. «“Quel giorno ho combattuto sulla spiaggia di Maratona!” Se non vi crederanno, allora gli mostrerete tutto l’oro razziato.»

Ogni soldato a quel punto urlò a squarciagola, scacciando le paure e le sofferenze sopportate fino a quel momento. In quelle parole trovarono la forza per richiudersi nuovamente all’interno delle navi e il coraggio per affrontare, da lì a poco, le lunghe lance di Atene...”

Saverio Scozzoli

Saverio Scozzoli nasce in auto il 23 dicembre del 1963, durante il tragitto verso l’ospedale cittadino di Forlì. Il suo desiderio di scoprire il mondo lo caratterizzerà per tutta la vita, dandogli quell’eclettismo di vedute che lo distingue.
Ha infatti brevettato una turbina eolica verticale, da oltre vent’anni collabora presso il centro stile della Ferrettigroup, azienda leader mondiale nella produzione di yacht di lusso, e utilizza il tempo libero per praticare sport di ogni genere, non disdegnando quelli estremi come i lanci con il paracadute e il parapendio.
Scopre il podismo verso la fine degli anni ’90 e da allora non si è più fermato, correndo oltre quaranta maratone e ultramaratone. Ha corso le più importanti maratone nazionali e internazionali e questa passione lo ha condotto a New York nel 2001, due mesi dopo il crollo delle torri, a correre l’edizione più emozionante della storica maratona, dove 40.000 atleti hanno dimostrato solidarietà al popolo americano e sdegno nei confronti del terribile atto terroristico percorrendo i 42 chilometri sotto lo slogan “United we run”.
Appassionato di letture storiche, in questo romanzo tenta di abbinare le sue passioni, raccontando la storia di uno dei momenti chiave della nostra civiltà, attraverso gli occhi dello sportivo la cui “gara” ha segnato più profondamente la storia moderna. Edizioni Inmagazine.



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