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25/04/2014

Il racconto di Luca - Chaberton K22 - Gara in montagna

RUNNERS&WRITERS
Anno 3 - numero 102
Venerdì 25 aprile 2014

Chaberton K22 - Gara in montagna - 1 AGOSTO 2010

La maglietta “tecnica” arancione-pugno-in-un-occhio che ho trovato nel pacco gara ha una piccola serigrafia (bruttina) “Chaberton Marathon“. Vuol dire che l’ho fatta anch’io, mondo kane!
In partenza, mi riscaldo con Patrick il Giallo, che denuncia vomiti e spaventi. Incontro un po’ di gente, la Dottoressa, il Vigile Urbano, il Chirurgo corridore (che rivedrò in discesa dove quasi mi travolgerà senza neanche riconoscermi), il Vecchio Campione (destinato peraltro all’alta classifica, ben prima di me…), la combriccola da Oulx con Sergio e altri runner del suppergiù. Come me.
Luca si mette in canottiera, Patrick il Teso toglie strati di maglie. Penso quasi a fare una pisciatina, ma non ci sta.
5 minuti, 2 minuti, via.
Subito non vedo più nessuno che conosco. Meglio.
I primi 5km verso Fenils sono gradevoli, ma non riposanti e mi sento già pesante. Sto dietro a qualche tizio, che prendo come riferimento.
Poi si sale.
È una scientifica progressione di sofferenza. Prima quasi niente, si corricchia, poi sempre più dura, ma subdola. Ancora sull’asfalto dopo Fenils si va al passo. Mi sentirei forse di osare un po’ di corsa, ma sto dietro a chi dovrebbe saperla più lunga. Raggiungo Sergio, scambiamo due parole, sto con lui un po’, poi provo ad andare: niente di che, sempre al passo. Non lo rivedrò più se non al traguardo, qualche minuto dopo di me.
Mi sento salire bene, non forzo troppo, praticamente una gita in montagna un po’ più tirata. Si corre di nuovo solo al Rio dell’Inferno, per un breve tratto, poi è sempre più dritta. Sto dietro a una tizia che ha un buon passo. Scappa, la riprendo, e così con altri. Qualcuno se ne va, ma in salita torna, allunga quando molla, lo riprendo quando sale. Trovo Fabrizio, lo passo e vado. Non ho l’impressione di strafare.
Luca lo prendo poco dopo, riconoscendolo solo a pochi passi. Dice che “non ne ha”, che si è allenato poco. Saluto e passo avanti. Lo rivedrò solo a un paio di km dalla fine.
Poco prima del Colle, che già stranfio ma non si vede, trovo Patrick il Fiorellino, giallo in mezzo alle margherite gialle, seduto che guarda il mondo da una crisi inaspettata: ha brividi, sta male, boh. Gli dico di rilassarsi, gli faccio una foto, saluto e continuo. Non era da soccorso, solo un po’ fuso. Infatti lo incrocerò di nuovo che sale in vetta mentre io scendo. Ce la farà ad arrivare alla fine, poco dopo di me.
Al Colle, mi dico “mancherà poco”. I kilometri sul Garmin, facendo i conti rispetto all’altimetria che mi ricordo, sono praticamente finiti, che sarà, ancora un paio di cento metri? Però guardo in su, a sinistra, e non sembrano mica tanto cento metri. Sono, invece, un bel kilometrozzo e fischia, sui ghiaioni, tracciato sulla massima pendenza, stare dritti è già un problema, salire è peggio. Con gli altri dannati mettiamo un passo dopo l’altro che sembriamo all’ultima fatica della vita. Appena dopo il Colle mi gira la testa, per un attimo ho anche uno svarione e mi devo tenere dritto sventolando le braccia, mi sento sottile come una paglia, vedo la paura di non arrivare in cima.
Invece faccio finta di niente. Cerco di fare qualche foto con il telefono.
È una buona idea. Libera il cervello dall’ansia, allontana per un istante la fatica, insomma pensi ad altro. Già salendo avevo fatto qualche scatto, ma adesso è anche una tecnica di training autogeno…
Però gli ultimi 3-400 mt sono davvero mistici. Altro che foto: bisogna pensare a mettere un piede dietro l’altro, a tenersi dritti, a evitare i coglioni che scendono come pazzi senza aver capito niente del percorso: traccia gialla, pistola! Traccia gialla, non fucsia, che è per chi sale! Mi devo fermare 3-4 volte a respirare, come molti altri, siamo a più di tremila metri, non credo di essere mai salito così in alto, e lo faccio in gara! Dietro, guardo formichine masochiste salire in lontananza. Sono ben lontano dagli ultimi. Almeno quanto dai primi.
Vetta.
Ristoro. Acqua e CocaCola tiepide. Niente cibo. Me la prendo comoda. Mi fermo, scarto una barretta Ovomaltina dò qualche morso senza voglia, bevo. Non ne ho bisogno veramente, lo faccio perché devo. Mi sono nutrito bene durante la salita, ho bevuto tanto dal camel-bag (a casa lo trovo quasi vuoto), credo che abbia aiutato: mai aspettare troppo ad alimentarsi, altrimenti non serve a niente.
Turismo: faccio foto, vado a vedere le torrette delle fortificazioni in cima allo Chaberton.
E poi giù. Salendo, mi ero già chiesto come diavolo fare a scendere; ci sarà stato un percorso in discesa meno pericoloso?
No.
Cambia il colore dei pallini, ma è un inferno. Soprattutto per il mio ginocchio sinistro. Nel tratto più ripido praticamente si scende come sugli sci, lasciando andare i piedi sulla ghiaia, cercando un equilibrio qualunque, più surfistico che podistico. Il ginocchio, nell’immediato, non lo sento. Con il solito telefono, faccio filmino per documentare. “Sasso”! grida ogni tanto qualcuno, quando un piede maldestro spinge giù qualcosa di un po’ più grande. “Sasso grosso!” se è una pietrazza di mezzo metro, che però si ferma subito.
Mi riempio le scarpe di ghiaia.
E così mi fermo per vuotarle, e per scoprire che il ginocchio è alla fine. Mi dà un paio di fitte che fanno paura. Mi dico: “vedi un po’ che stavolta ti fermi davvero”. Ma la pausa-ghiaia, raffredda il tendine. Riparto.
Per tutta la discesa dal Colle alle piane sopra Claviere (un paio di kilometri di supplizio, bruttissimo sentiero, rocce, polvere e pietrisco) faccio venti metri e mi fermo massaggiando il comparto interno, sarà il collaterale mediale? Mah! Se appoggio male, mi fermo urlando. Altrimenti vado. Riprendo un po’ di confidenza quando il terreno si distende. Trovo un appoggio non malvagio.
Trovo anche Luca, che non capisco come faccia ad essere lì ad aspettarmi, se non quando mi dice che si è fermato al Colle e non è salito in vetta. È un ottimo compagno degli ultimi 3 km. Si fanno due parole, io penso meno al ginocchio, che intanto tace e acconsente, e alla fine, negli ultimi 500 mt, mi sprona a uno sprint finale che mi consente di lasciare dietro 2-3 concorrenti.
Arrivo bene.
Arrivo in mezzo alla famigliola che tifa, e addirittura… troppo veloce per il telefono fotografico di mio figlio Michele, che riesce a immortalare solo il mio piedone!
Classifica: 121° su 212 (magia dei numeri). Tempo ufficiale 3h55’21″ (di cui 2h48′ per arrivare in punta allo Chaberton).
Patrick il Sudato arriva poco dopo, gli altri via via.
Marcabbà, il mio mèntore, aveva cominciato la lunga di 40k, ma ha mollato di nuovo, per il dolore.
E io sono ingenuamente felice. Mi godo la famigliola. Voglio bene a tutto il mondo.
Sono probabilmente un cretino, ma oggi va benissimo così.

Luca Pejrolo

51 anni, corro solo da 5 anni. Non ho ambizioni di classifica, ma cerco di allenarmi regolarmente e di migliorare quel che posso.
Ho una famiglia con tre figli e faccio il medico. Dunque, trovare il tempo per correre non è facile, specialmente in montagna, dove abito (Oulx, valle di Susa). Mi piace correre in montagna, ma non sono uno specialista. Amo molto anche trovarmi tra migliaia di partenti in qualche città per una mezza maratona.
Non sono ancora arrivato ai 42km, anche se non dispero.
Lo Chaberton Trail, che ho corso nel 2010, da queste parti è considerato un po' l'Everest della corsa in montagna. Almeno quella accessibile ai comuni mortali. Il 2010 è stata la mia stagione d'oro.
Miei siti con resoconti di allenamenti e racconti di corsa:
http://runluke2013.wordpress.com
http://runluke2012.wordpress.com
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