16/10/2012

Pizzowhat di Correre - Numero 328 - Febbraio 2012 - Quella domanda che sorge spontanea

PIZZOWHAT
Numero 328
Febbraio 2012

Quella domanda che sorge spontanea

Ho sempre avvertito un po’ d’invidia per quei podisti che ottenevano risultati migliori dei miei allenandosi di meno. Più che invidia si trattava di un senso di disagio, che però si stemprava quando rientravo dopo aver svolto una proficua seduta di allenamento. Certo, chi non vede l’erba del vicino più bella?, ma il confronto con la propria, al di là dell’iniziale sensazione d’invidia, si trasformava spesso in uno stimolo a fare meglio. Proprio a questo punto scattava la voglia di darci dentro ancor di più per attivare energie che sembravano non esserci, e che invece emergevano quando la forza della volontà era il perno su cui fare leva.
Io non mi sono mai tirato indietro negli allenamenti, anzi: se c’era da investire energie, fare fatica, soffrire, ero sempre in prima fila. Non erano investimenti rischiosi: gli sforzi pagavano sempre, a volte con ritardo perché potevo essere stanco ed affaticato, ma per un giovane il tempo non ha dimensioni, si distende davanti come un’infinita prateria. Perché non attraversarla allora e lasciar che gambe e anima scorazzino sospinti dall’entusiasmo.
Il disagio però restava latente quando qualcuno ti diceva che era contento dei propri risultati nonostante si fosse allenato meno di quanto avrebbe voluto. Com’era solito affermare Michele Lubrano qualche tempo fa (“la domanda sorge spontanea”): perché non allenarti di più?
La mia vasta prateria dove lasciavo libera la mia voglia di correre, per altri era invece una distesa di ghiacci sui quali tentare di mantenere l’equilibrio fornendo una risposta credibile al mio intimo interrogativo. Chi non ha avuto l’amico che prima dell’esame manifestava la propria impreparazione e poi raggiante ti diceva che aveva preso “otto”.
Insomma, impegnarsi per dare il massimo sembra un difetto. E’ quindi un demerito allenarsi? Ed è forse vergognoso ammettere che si sono percorsi tanti chilometri?
I detrattori vorrebbero sminuire i tuoi sforzi. Se anche loro potessero fare quanto fai tu … chissà!
E se ad essere invidiosi fossero proprio loro? Se anch’essi fossero dotati della tua dedizione, della tua tenacia e perseveranza a cercare il proprio limite? I loro orizzonti probabilmente non sono ampi come i tuoi, non riescono a lasciare scorrere le gambe, a far galoppare il proprio entusiasmo.
Vincere non significa solo arrivare primi. Vincere è vivere l’emozione della fatica, dello sforzo, della crisi. Vincere è essere soddisfatti per aver dato il meglio di sé, di aver fatto il possibile per rimanere in equilibrio su quell’esile confine dove si è tentati di mollare ma si vuol resistere. Un braccio di ferro anomalo, che si vince quando non c’è cedimento, quando tutto resta apparentemente inalterato, anche se nel tuo intimo il corpo e la mente si sono affrontati, quando dentro di te si sono combattute lotte e duelli.
E quando spegni il cronometro, slacci le scarpe, abbandoni gli indumenti che inzuppati cadono pesantemente a terra, ti senti vittorioso. Il corpo ha fatto ciò che la mente voleva, ed il corpo ha stimolato la mente...
In quei momenti capisci che per nulla al mondo faresti a meno di faticare.
Orlando