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Orlando Pizzolato Running Blog
Obiettivo autunnale 23-07-2010
Ho riscontrato che procedendo in questo modo ho svolto sedute meno tecniche, ma non per questo meno impegnative ed allenanti, tanto che inserisco due uscite collinari impegnative ogni otto - dieci giorni, traendone il vantaggio di un maggior tono muscolare. Di solito il collinare lo inserisco il giorno successivo ad una seduta specifica e quindi affronto l’allenamento con le gambe stanche, ma sento che è migliorata la tenuta.
Tale scelta è stata un po’ casuale perché nata dal fatto di dovermi adattare al luogo dove mi trovo ad allenarmi. Da fine giugno ho passato alcune settimane in montagna per gli stages, e sempre mi sono trovato a correre su tracciati ondulati, specialmente ad Asiago e a Nembia. Non avendo scelta, ho superato la pigrizia mentale che vuole che dopo uno sforzo elevato facessi una seduta di scarico, ovviamente a ritmo facile e su percorso scorrevole. Invece, come riportato prima, il giorno dopo una seduta di carico inserisco una uscita collinare. A volte, come ieri, mi sorprendo di correre su tracciati infarciti di salite come la cioccolata in un gelato alla stracciatella, senza soffrire oltre modo lo sforzo. In terza giornata i muscoli sono ovviamente indolenziti, ma con piacere noto che in finale di allenamento ho la tendenza a correre svelto, ed avendo una tenuta maggiore, qualche volta indugio allungando la durata.
Adesso che mi trovo a Livigno è anche piacevole correre perché il clima è ideale. Alle sei del mattino il mercurio del termometro si colloca a 10°. Esco in maglietta con maniche tagliate (una sorta di canottiera con le spalline larghe) e nei primi 10-15 minuti l’aria pizzica un po’ sulle braccia. Siccome produco sudore come una caldaia in ebollizione, faccio abbastanza in fretta a riscaldarmi.
A Livigno non ho sofferto l’adattamento alla quota, tanto che il primo giorno ho corso per un paio d’ore, ed il terzo ho anche sostenuto una corsa media più lunga dell’esordio in quota di un anno fa.
Proprio perché l’evoluzione tecnica è davvero molto buona, sto pensando di programmare una maratona autunnale. Non ho ancora idea di dove correrla ma fissare un obiettivo agonistico mi motiva maggiormente. Lo scorso anno l’apice della forma l’avevo raggiunto a metà – fine settembre. Penso che quest’anno ci sarà un’evoluzione tecnica simile perché sto progredendo con maggior rapidità. L’estate è però caratterizzata da tanto lavoro. Spero di mantenere, strada facendo, carica, motivazione e determinazione.
Che afa fa 16-07-2010
Non c’è ancora movimento per le strade, ed è l’unico aspetto che gradisco. Sono pronto per andare a correre sebbene abbia poca voglia. Già dalla sera prima penso a quali nuovi tracciati ricercare per motivarmi a correre ed evitare di ascoltare l’istinto di sopravvivenza che mi terrebbe, come un animale selvatico, nel fresco della tana domestica. Solo adesso mi rendo conto che le strade che percorro nei vari allenamenti, pur infiltrandosi tra il verde, non sono all’ombra. Ora che l’energia del sole arriva già calda sulla pelle appena dopo l’alba, ho la necessità di trovare tragitti ombreggiati. Abbandono la pigra campagna, che ho sempre frequentato per rilassare le fibre dei muscoli affaticati dalle tirate degli allenamenti specifici, e percorro sentieri che si avvinghiano sulle pendici del monte Summano.
Il caldo mi deprime, sebbene abbia vinto molte delle migliori gare con il solleone e quando il clima era tipicamente estivo; le vincevo perché avevo paura, di scoppiare ovviamente. Nelle competizioni ho sempre rispettato il clima perché lo considero uno degli elementi che maggiormente condizionano le prestazioni.
Nonostante ciò, da qualche anno il caldo m’infastidisce oltremodo perché mi condiziona. La situazione sarebbe ovviamente differente se non corressi, e quindi è il disagio nel sostenere sforzi fisici in situazioni non favorevoli a disturbarmi. Nessuno mi spinge ad allenarmi, ed è vero quindi che potrei fare a meno di inzuppare di sudore canottiera, pantaloncini e calzini. Dopotutto però la fatica mi piace, sempre. Anche quando sono in vacanza ed il clima è abbastanza simile a quello estivo, correre con il disagio è … stimolante. Penso sia gradevole tutto ciò che viene dopo lo sforzo. Nulla di particolare, di gratificante. Ma è bello fare la doccia fresca e sentire l’appiccicante umidità scivolare a terra. Sentire l’acqua gasata scorrere in gola. Fare colazione per recuperare le energie sparse ad ogni falcata (a proposito, sapete indicare la differenza tra passo e falcata? Riferito alla corsa, ovviamente).
Abbandonarsi nelle lenzuola fresche con le fibre muscolari che bruciano per le infiammazioni da sovraccarico. Ed è strano che, ora che soffro maggiormente il caldo quando corro, mi piace di più di una volta stare disteso al sole (quando sono in vacanza). Almeno lo accetto meglio. Una volta invece era una tortura. In ferie, dopo l’allenamento del mattino ed in attesa di quello serale, trascorrevo le giornate seguendo l’ombra. Era impensabile stendermi al sole ad abbronzarmi.
Ad ogni modo, domani faccio le valige e vado in montagna, a Livigno. E siccome il 17 luglio dello scorso anno mi sono svegliato che non vedevo l’erba, perché ricoperta da uno strato bianco di trenta centimetri, per non sbagliare metto in valigia anche i guanti. Difficilmente questa estate toccherò la neve, ma è probabile che andrò ad allenarmi con il termometro prossimo a 0°. Difficile da credere adesso che sul termometro leggo 36.
Quasi in paradiso 11-07-2010
In “paradiso” si sta bene, ed ora che mi ritrovo in un clima infernale la mia convinzione è ancora maggiore. Fino a ieri ero veramente al settimo cielo: clima di montagna, ambiente molto tranquillo e rilassante, bei posti per correre, tanto che mi sono fatto prendere ed ho corso spesso con impegno, anche troppo, perché le fibre muscolari erano sempre piuttosto doloranti per la stanchezza. Ma che bello!
A Nembia, in Trentino, ero andato lo scorso febbraio per un sopralluogo per uno stage estivo. La neve ricopriva parte dei prati, delle strade e dei sentieri dei percorsi degli allenamenti. Faceva molto freddo e tirava un forte vento, tanto che quando la mattina presto ero uscito a camminare con il mio cane, le sue orecchie erano orizzontali come le ali di un aeroplano.
Cinque mesi dopo lo stesso luogo si è presentato sotto un altro aspetto. Il verde dei prati e dei boschi occupava metà del mio sguardo. Il resto era cielo, acqua e rocce. Ed io, in una settimana, ho cercato di penetrare quanto più possibile dentro le tinte di questo quadro, ma mi sono immerso anche nei silenzi, di quando andavo a correre il mattino all’alba, e la sera quando passeggiavo in riva al laghetto. Piacevole sentire solo fruscii ovattati e timidi quando il cielo perdeva colore; movimenti improvvisi e fulminei quando qualche capriolo saettava nei prati e i camosci percorrevano le pietraie sopra il lago mentre le rocce si coloravano della luce del sole.
In quest’angolo di natura ho svolto allenamenti che mi hanno entusiasmato, e sostenuto uno stage che mi ha gratificato. Il contesto in cui ci siamo trovati ha favorito ogni aspetto dello stage, sia per la parte tecnica, sia per la logistica, ed ovviamente per la condivisione dei tempi e dei luoghi. Riportare che il gruppo era davvero simpatico potrebbe apparire un’affermazione scontata, ma mi sono trovato molto bene, oltre ogni mia aspettativa. E’ stato piacevole e stimolante trascorrere una settimana che ha avuto contorni differenti rispetto ad altri stages. C’è stato un qualche cosa che ha reso le giornate davvero speciali. Potrei sostenere che è stato perfetto, ma sarebbe un’affermazione che non lascerebbe spazio ad un qualche cosa di più.
Adesso però già rimpiango l’esperienza vissuta: i luoghi, le persone, i colori e i rumori della natura.
Dentro di me vedo e sento però gli elementi di quel quadro naturale che per giorni ho osservato. Un piccolo paradiso.
Luci, colori, profumi dell’Altopiano 02-07-2010
Sull’altopiano si diffonde una calda luce, la prima del giorno. Il sole (come riportato nella prima pagina del libro di Mario Rigoni Stern “Le storie di Giacomo”) sorge dal monte Sisemol, che scorgo davanti a me quando attraverso il piazzale dell’hotel. Su quella collina ci ho abitato per sette anni. I ricordi di quel periodo li avverto ancora. Memorie di podista, ricordi dei luoghi dove ho corso e mi sono allenato tante volte. In me si sono fissate anche altre sensazioni: i silenzi dei boschi, il suono del vento tra gli alberi, il profumo dell’erba dell’estate e della terra scaldata dal sole.
Nel percorrere la discesa della collina dell’hotel, poco meno di mezzo chilometro, decido dove andare a correre. Quasi sempre decido di non passare per il paese, anche se la strada in quella direzione è pianeggiante. Scelgo invece di correre in salita, per un paio di chilometri, perché strada facendo ho il tempo di decidere dove dirigermi. Le scelte sono numerose. In questa settimana di stage ho già percorso almeno una volta le strade che preferisco, che sono quelle che più conosco, ma dispongo di un’ampia scelta perché ai lunghi percorsi posso aggiungere altri brevi e suggestivi circuiti. A volte mi trovo a girare in tondo per il piacere di ripassare in quel luogo.
Spesso è l’aria che annuso che mi guida. Se è il profumo che viene dagli abeti m’infilo nel bosco, percorrendo valli ancora immerse nell’ombra, dove la temperatura crea un sottile brivido. Mi piace anche sentire il rumore della ghiaia sotto le suole delle scarpe, ma anche il morbido scricchiolio degli aghi di pino che cedono alla pressione della spinta dei piedi.
Altre volte ho seguito il profumo dell’erba falciata la sera prima dai contadini, ed ho percorso sentieri che costeggiano le sinuose colline. Mi sono inoltrato anche nel campo da golf. L’erba morbida mi toglie le spinte e fatico molto per avanzare, ma mi sembra di correre sul nulla. Il respiro esce dalla mia bocca e la piccola nuvola si mescola nell’evanescente aria che aleggia a pochi metri dal tappeto erboso e che non riesce a superare l’alto profilo dei pini. I raggi del sole invadono gradatamente l’ampia conca ed il verde tappeto quasi s’illumina: la condensa ricopre ogni filo d’erba e procedendo controluce mi sembra di correre su prati dorati.
Le ondulazioni del terreno sono tante, alcune impegnative da farmi sbuffare. Il mio ansimare attrae l’attenzione di una volpe. Il suo muso si protende dai cespugli. Mi osserva attenta e timorosa. L’incontro dei nostri sguardi dura qualche istante. Di lei restano solo le piccole impronte sull’erba intrisa di umidità. Piccoli passi che scompaiono tra la vegetazione.
Ogni volta che corro immerso nell’avvolgente silenzio della natura penso di essere da solo. Chissà quanti occhi seguono invece le mie falcate.
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